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PICCOLE VIOLAZIONI
QUOTIDIANE |
Nella vita di ogni giorno ci
accorgiamo che cè qualcosa che non va, che subiamo,
o siamo testimoni di cose che ci sembrano ingiustizie. Spesso
si tratta di vere e proprie violazioni dei nostri diritti umani,
delle violazioni riconducibili a precisi articoli della Dichiarazione
universale dei diritti umani.
La tratta delle albanesi, per esempio, viola gli articoli 3,
4 e 5: riduzione in schiavitù, perdita della libertà,
compravendita delle ragazze tra sfruttatori, botte, minacce,
stupri e torture.
Ma qui è facile. Se lavorate senza contratto, senza mutua
e ferie pagate e senza un orario definito e siete sottopagati,
mentre altri che fanno il vostro stesso mestiere hanno queste
cose e sono pagati di più, il vostro datore di lavoro
viola gli articoli 23, comma 2 e 3 (parità di salario
e salario sufficiente per vivere), 24 (diritto a orario e ferie
pagate) e 25 comma 1 (assistenza sanitaria).
In Italia, e lo stesso nel resto dellUnione europea, si
parla molto di politiche per i giovani. Peccato che questo abbia
prodotto una violazione dellarticolo 23, comma 1 (TUTTI
hanno diritto di lavorare, di scegliere il lavoro, di farlo in
condizioni di sicurezza e di essere tutelati contro la disoccupazione):
se avete superato i 35 anni, però (tutti dovrebbe
significare TUTTI) non troverete più borse di studio,
né incentivi, né prestiti donore, né
possibilità di formazione professionale, non vi assumerà
nessuno, siete insomma carne morta per il mondo del lavoro. Questa
è anche violazione dellarticolo 2: dovremmo essere
tutti uguali e con gli stessi diritti. Ma se siamo over 35, in
questo continente ingrato, siamo fregati.
Unultima perla: liscrizione allOrdine dei giornalisti,
in Italia, è di fatto obbligatoria, se si vuole lavorare.
Inoltre, è di fatto obbligatorio iscriversi contestualmente
al sindacato. LOrdine dei giornalisti esiste solo in Italia
e in Grecia. Larticolo 20, comma 2, dice: Nessuno
può essere costretto ad appartenere ad una associazione. |
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50 ANNI DI
DIRITTI DELL'UOMO
dalla dichiarazione universale delle Nazioni unite
al tribunale internazionale per i crimini di guerra
di Paolo dalla
Zonca
Tous les droits de lhomme: nos
droits à tous (tutti i diritti delluomo:
i nostri diritti a tutti). E questo lo slogan ufficiale
che lAlto commissariato delle Nazioni unite per i diritti
delluomo ha scelto per le celebrazioni del 50esimo anniversario
della Dichiarazione universale dei diritti delluomo. Era
il 10 dicembre del 1948, e i primi 50 stati membri delle neonate
Nazioni unite (la Carta delle Nu è del 26 giugno del 1945)
adottavano la Dichiarazione quale base giuridica di ogni futura
risoluzione dellorganismo mondiale.
La Dichiarazione è un
breve documento diviso in 30 semplici articoli, che definiscono
i principi generali attraverso cui le società umane, ossia
gli Stati, dovrebbero regolare attraverso le proprie leggi grandi
temi quali i diritti di associazione, religione, le libertà
individuali, libertà fondamentali come la libertà
di stampa o di espressione, i criteri sui quali dovrebbero essere
fondate le relazioni tra i sessi, tra genitori e figli, tra datori
di lavoro e dipendenti.
Nata dopo il grande massacro razzista perpetrato dalla Germania
nazista nei confronti di ebrei, zingari e slavi, e delle atrocità
compiute dai loro alleati giapponesi verso i popoli del sudest
asiatico, la Dichiarazione universale dei diritti umani voleva
fare tesoro degli errori e orrori del ventennio appena trascorso
per fissare i principi su cui fondare le leggi degli Stati di
un mondo che si sperava pacificato. Grande ottimismo, grandi
speranze, ma anche grandi delusioni hanno fatto la storia di
questi primi cinquantanni della Dichiarazione. Forse è
stata anche colpa della Guerra fredda, e della spartizione del
mondo occupato da nazisti e giapponesi in due blocchi politici,
come stabilito a Yalta nel 1945: due sfere di influenza, una
americana, una russo-sovietica, nessuna ingerenza delluna
nellaltra (in teoria). Sappiamo tutti come è andata:
cinquanta anni di microconflitti locali, tante piccole guerre
per procura dove, su piccola scala, si è sempre verificato
tutto quello che la Dichiarazione, con le sue buone intenzioni,
avrebbe voluto evitare. Ma non solo la Guerra fredda, anche i
processi di formazione degli Stati postcoloniali del Terzo mondo,
con i confini dei vecchi padroni europei, per esempio in Africa,
che tengono allinterno della stessa entità statale
entità linguistiche e religiose diverse, il più
delle volte disperse in più stati diversi. Proprio questo
sta rendendo difficile, per esempio in Africa, lapplicazione
dei principi della Dichiarazione a proposito di diritti linguistici,
religiosi, culturali delle minoranze, a proposito delle libertà
di associazione e della libertà di non essere gettati
in schiavitù o massacrati perché a chi governa
non piace il tuo dialetto o la tua cucina.
Ma non cè bisogno
di andare in Africa: è appena successo nella ex-Jugoslavia,
con la formazione dei nuovi Stati nazionali croati, bosniaco-musulmani
e serbi, sta succedendo ancora nel Kossovo jugoslavo contro la
maggioranza albanese, succede ai Curdi in Turchia, agli Uiguri
in Cina, ai Timoresi in Indonesia e in decine di altri posti.
In tutti i casi uno Stato nazionale impedisce a propri cittadini
con una lingua diversa da quella ufficiale di parlarla, di scriverla
e di tramandarla attraverso le generazioni, e per impedirlo usa
larma del genocidio, la massima violazione del diritto
umanitario. Ciononostante, gli stessi Stati continuano ad essere
membri a tutti gli effetti delle Nazioni unite.
Sulla base dei principi sanciti dalla Dichiarazione è
nato a Roma, lo scorso 19 luglio, il Trattato per la Corte penale
internazionale delle Nazioni unite per i crimini contro lumanità,
lo strumento giuridico nato dallesperienza del tribunale
dellAja per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia. Dovrebbe
essere lo strumento per giudicare e sanzionare gruppi politici
o governi che si macchino di genocidio, ma è nato zoppo
dopo una lunga gravidanza e un travaglio difficile.
In poche parole, il nuovo tribunale dovrebbe agire autonomamente
contro il genocidio, contro i crimini verso lumanità,
i crimini di guerra e laggressione, proprio le quattro
cose che hanno caratterizzato la Seconda guerra mondiale. Il
lavoro dei 160 Stati che hanno partecipato allelaborazione
del Trattato è servito a superare la stortura giuridica
di un tribunale dei vincitori, come nel caso del processo di
Norimberga del 1946, dove Americani, Russi, Inglesi e Francesi,
gli Alleati vincitori, processarono e condannarono i vertici
della Germania nazista. Il processo di Norimberga fu anche un
processo fortemente caratterizzato in termini di tribunale militare.
Il tribunale delle Nazioni unite per i crimini nella ex-Jugoslavia
e quello per il genocidio del Ruanda del 1994 sono stati un passo
avanti rispetto a Norimberga, ma sono stati costituiti per dei
casi specifici: il nuovo tribunale, che entrerà in funzione
dopo che 60 Stati membri avranno ratificato il Trattato che lo
istituisce, quello firmato a Roma, potrà istruire i suoi
processi autonomamente.
I difetti stanno nel fatto che il Consiglio di sicurezza delle
Nazioni unite, ancora formato dai vincitori della Seconda guerra
mondiale, potrà bloccare i processi, però solo
con un voto unanime e per un anno, dovendo votare ancora, e sempre
allunanimità, per continuare il blocco. Altro difetto
è che i procedimenti potranno cominciare, fase istruttoria
compresa, solo dopo lautorizzazione dello Stato di appartenenza
dellindagato o dello Stato dove si è verificato
il reato. E come, è stato detto a Roma, se Saddam
Hussein dovesse autorizzare il processo a se stesso.
Un pregio, meno pesante dei due difetti citati, è che
la competenza del Tribunale riguarda i conflitti interni: le
guerre tra Stati sono ormai rarissime.
Continuando con i difetti, cè che gli Stati Uniti,
lo Stato più ricco e potente di tutti, non ha firmato
il trattato, riservandosi di farlo dopo avere esaminato ben bene
il testo. Comunque, per firmare cè tempo fino al
31 dicembre del 2000. |