VITA SOCIALE

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novembre/dicembre 1998

 

 

 

 

PICCOLE VIOLAZIONI QUOTIDIANE
Nella vita di ogni giorno ci accorgiamo che c’è qualcosa che non va, che subiamo, o siamo testimoni di cose che ci sembrano ingiustizie. Spesso si tratta di vere e proprie violazioni dei nostri diritti umani, delle violazioni riconducibili a precisi articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani.
La tratta delle albanesi, per esempio, viola gli articoli 3, 4 e 5: riduzione in schiavitù, perdita della libertà, compravendita delle ragazze tra sfruttatori, botte, minacce, stupri e torture.
Ma qui è facile. Se lavorate senza contratto, senza mutua e ferie pagate e senza un orario definito e siete sottopagati, mentre altri che fanno il vostro stesso mestiere hanno queste cose e sono pagati di più, il vostro datore di lavoro viola gli articoli 23, comma 2 e 3 (parità di salario e salario sufficiente per vivere), 24 (diritto a orario e ferie pagate) e 25 comma 1 (assistenza sanitaria).
In Italia, e lo stesso nel resto dell’Unione europea, si parla molto di politiche per i giovani. Peccato che questo abbia prodotto una violazione dell’articolo 23, comma 1 (TUTTI hanno diritto di lavorare, di scegliere il lavoro, di farlo in condizioni di sicurezza e di essere tutelati contro la disoccupazione): se avete superato i 35 anni, però (“tutti” dovrebbe significare TUTTI) non troverete più borse di studio, né incentivi, né prestiti d’onore, né possibilità di formazione professionale, non vi assumerà nessuno, siete insomma carne morta per il mondo del lavoro. Questa è anche violazione dell’articolo 2: dovremmo essere tutti uguali e con gli stessi diritti. Ma se siamo over 35, in questo continente ingrato, siamo fregati.
Un’ultima perla: l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti, in Italia, è di fatto obbligatoria, se si vuole lavorare. Inoltre, è di fatto obbligatorio iscriversi contestualmente al sindacato. L’Ordine dei giornalisti esiste solo in Italia e in Grecia. L’articolo 20, comma 2, dice: “Nessuno può essere costretto ad appartenere ad una associazione”.

 

50 ANNI DI DIRITTI DELL'UOMO
dalla dichiarazione universale delle Nazioni unite
al tribunale internazionale per i crimini di guerra

di Paolo dalla Zonca


Tous les droits de l’homme: nos droits à tous” (tutti i diritti dell’uomo: i nostri diritti a tutti). E’ questo lo slogan ufficiale che l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i diritti dell’uomo ha scelto per le celebrazioni del 50esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Era il 10 dicembre del 1948, e i primi 50 stati membri delle neonate Nazioni unite (la Carta delle Nu è del 26 giugno del 1945) adottavano la Dichiarazione quale base giuridica di ogni futura risoluzione dell’organismo mondiale.

La Dichiarazione è un breve documento diviso in 30 semplici articoli, che definiscono i principi generali attraverso cui le società umane, ossia gli Stati, dovrebbero regolare attraverso le proprie leggi grandi temi quali i diritti di associazione, religione, le libertà individuali, libertà fondamentali come la libertà di stampa o di espressione, i criteri sui quali dovrebbero essere fondate le relazioni tra i sessi, tra genitori e figli, tra datori di lavoro e dipendenti.
Nata dopo il grande massacro razzista perpetrato dalla Germania nazista nei confronti di ebrei, zingari e slavi, e delle atrocità compiute dai loro alleati giapponesi verso i popoli del sudest asiatico, la Dichiarazione universale dei diritti umani voleva fare tesoro degli errori e orrori del ventennio appena trascorso per fissare i principi su cui fondare le leggi degli Stati di un mondo che si sperava pacificato. Grande ottimismo, grandi speranze, ma anche grandi delusioni hanno fatto la storia di questi primi cinquant’anni della Dichiarazione. Forse è stata anche colpa della Guerra fredda, e della spartizione del mondo occupato da nazisti e giapponesi in due blocchi politici, come stabilito a Yalta nel 1945: due sfere di influenza, una americana, una russo-sovietica, nessuna ingerenza dell’una nell’altra (in teoria). Sappiamo tutti come è andata: cinquanta anni di microconflitti locali, tante piccole guerre per procura dove, su piccola scala, si è sempre verificato tutto quello che la Dichiarazione, con le sue buone intenzioni, avrebbe voluto evitare. Ma non solo la Guerra fredda, anche i processi di formazione degli Stati postcoloniali del Terzo mondo, con i confini dei vecchi padroni europei, per esempio in Africa, che tengono all’interno della stessa entità statale entità linguistiche e religiose diverse, il più delle volte disperse in più stati diversi. Proprio questo sta rendendo difficile, per esempio in Africa, l’applicazione dei principi della Dichiarazione a proposito di diritti linguistici, religiosi, culturali delle minoranze, a proposito delle libertà di associazione e della libertà di non essere gettati in schiavitù o massacrati perché a chi governa non piace il tuo dialetto o la tua cucina.

Ma non c’è bisogno di andare in Africa: è appena successo nella ex-Jugoslavia, con la formazione dei nuovi Stati nazionali croati, bosniaco-musulmani e serbi, sta succedendo ancora nel Kossovo jugoslavo contro la maggioranza albanese, succede ai Curdi in Turchia, agli Uiguri in Cina, ai Timoresi in Indonesia e in decine di altri posti. In tutti i casi uno Stato nazionale impedisce a propri cittadini con una lingua diversa da quella ufficiale di parlarla, di scriverla e di tramandarla attraverso le generazioni, e per impedirlo usa l’arma del genocidio, la massima violazione del diritto umanitario. Ciononostante, gli stessi Stati continuano ad essere membri a tutti gli effetti delle Nazioni unite.
Sulla base dei principi sanciti dalla Dichiarazione è nato a Roma, lo scorso 19 luglio, il Trattato per la Corte penale internazionale delle Nazioni unite per i crimini contro l’umanità, lo strumento giuridico nato dall’esperienza del tribunale dell’Aja per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia. Dovrebbe essere lo strumento per giudicare e sanzionare gruppi politici o governi che si macchino di genocidio, ma è nato zoppo dopo una lunga gravidanza e un travaglio difficile.
In poche parole, il nuovo tribunale dovrebbe agire autonomamente contro il genocidio, contro i crimini verso l’umanità, i crimini di guerra e l’aggressione, proprio le quattro cose che hanno caratterizzato la Seconda guerra mondiale. Il lavoro dei 160 Stati che hanno partecipato all’elaborazione del Trattato è servito a superare la stortura giuridica di un tribunale dei vincitori, come nel caso del processo di Norimberga del 1946, dove Americani, Russi, Inglesi e Francesi, gli Alleati vincitori, processarono e condannarono i vertici della Germania nazista. Il processo di Norimberga fu anche un processo fortemente caratterizzato in termini di tribunale militare.
Il tribunale delle Nazioni unite per i crimini nella ex-Jugoslavia e quello per il genocidio del Ruanda del 1994 sono stati un passo avanti rispetto a Norimberga, ma sono stati costituiti per dei casi specifici: il nuovo tribunale, che entrerà in funzione dopo che 60 Stati membri avranno ratificato il Trattato che lo istituisce, quello firmato a Roma, potrà istruire i suoi processi autonomamente.
I difetti stanno nel fatto che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, ancora formato dai vincitori della Seconda guerra mondiale, potrà bloccare i processi, però solo con un voto unanime e per un anno, dovendo votare ancora, e sempre all’unanimità, per continuare il blocco. Altro difetto è che i procedimenti potranno cominciare, fase istruttoria compresa, solo dopo l’autorizzazione dello Stato di appartenenza dell’indagato o dello Stato dove si è verificato il reato. E’ come, è stato detto a Roma, se Saddam Hussein dovesse autorizzare il processo a se stesso.
Un pregio, meno pesante dei due difetti citati, è che la competenza del Tribunale riguarda i conflitti interni: le guerre tra Stati sono ormai rarissime.
Continuando con i difetti, c’è che gli Stati Uniti, lo Stato più ricco e potente di tutti, non ha firmato il trattato, riservandosi di farlo dopo avere esaminato ben bene il testo. Comunque, per firmare c’è tempo fino al 31 dicembre del 2000.


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