PROFESSIONI

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novembre/dicembre 1998

 

 

INDIRIZZI UTILI

Federazione nazionale degli Ordini dei veterinari: via del Tritone 125, Roma, tel. 06/48.81.190 - 48.59.23.

Facoltà di Medicina Veterinaria: via Nizza 52, Torino, tel. 011/668.79.04; via L. da Vinci 44, Grugliasco, tel. 011/670.86.80/1/2.

Ordine dei medici veterinari della Provincia di Torino: corso Lione 35, Torino, tel. 011/385.07.69 - 385.12.67.

Centro Informazione Documentazione Giovani, via Assarotti 2, Torino. Questo il materiale a disposizione:
1)D.L. C.P.S. n°233 del 13/9/46 di riconoscimento della professione di veterinario.
2) Lucio Pusci, “Laurea in...Quale facoltà scegliere oggi per la professione di domani”, Roma, edizioni Sovera (annuario).
3) “L’esercizio delle libere professioni”, scheda di sintesi redatta e aggiornata dal Centro Informagiovani di Torino.

 

PROFESSIONE VETERINARIO:
se la mucca fa muuu!

di Fabrizio Cellai


1.066 nella sola provincia di Torino e oltre 20.000 in tutta Italia. E’ questo l’esercito dei veterinari che affolla il nostro Paese.
Tanti o pochi?

Lo abbiamo chiesto a un addetto ai lavori, un ex veterinario torinese che è stato testimone dei cambiamenti che questa professione ha subito negli ultimi decenni.
“Sicuramente - ci spiega Franco Lovisolo - quello dei veterinari è oggi un mercato saturo dove si registra un crescente esubero rispetto alle reali esigenze”. La causa di questo “boom” risiederebbe in un vecchio male dell’università italiana, cioè l’elevato numero di facoltà. In Italia sono ben 13, da Torino a Bari, da Sassari a Camerino passando per Pisa e Napoli mentre in Paesi come Francia e Inghilterra (di cui si può dire tutto tranne che abbiano un sistema universitario peggiore del nostro) ce ne sono soltanto 3 per Stato.
La proliferazione dei veterinari ha portato, come in molte altre facoltà, all’introduzione del numero chiuso che a Torino significa 120 nuovi posti ogni anno.
Se non sono proprio rose e fiori, non bisogna comunque scoraggiarsi perché in un mercato del lavoro con i problemi che tutti conosciamo, l’accesso a qualsiasi tipo di professione che richiede una specializzazione è diventato difficile.
Dunque forza, coraggio e un po’ di fortuna per accedere a uno dei corsi di laurea in medicina veterinaria disseminati lungo tutto lo stivale. Una volta superato questo sbarramento iniziano almeno 5 anni di corsi, più di 50 esami compresa la specializzazione (cinque sono gli orientamenti: clinico, ispettivo, infettivistico, zootecnico, biopatologico generale e sperimentale) con molta teoria e, purtroppo, poca pratica. “E’ questo il secondo difetto di molte facoltà di medicina veterinaria italiane - continua Lovisolo - che fa sì che un neolaureato non sia in grado di esercitare da subito la sua professione”.
Infatti, una volta conseguita la laurea e superato l’esame di Stato che permette l’iscrizione all’albo (obbligatoria), inizia per il giovane veterinario la fase di apprendistato al fianco di qualche collega compiacente disposto a insegnare sul campo i segreti del mestiere.
Ma chi è oggi il veterinario, colui che nell’immaginario collettivo continua a rimanere l’amico degli animali?
Non bisogna commettere l’errore di pensare che il veterinario sia soltanto quello che la pubblicità di un noto amaro ci presenta come l’eroe che salva la vita ad un povero cavallo in difficoltà. Gli sbocchi professionali sono molteplici: si può diventare liberi professionisti ed aprire uno studio; si può scegliere di lavorare come dipendenti pubblici presso le Asl (Aziende di sanità locale) oppure come dipendenti di case farmaceutiche o mangimistiche private; ma si può anche decidere di continuare le ricerche e rimanere quindi all’università.
Ciascun settore poi, al suo interno, si frantuma in numerose specializzazioni. Nel campo dei liberi professionisti, per esempio, la grande suddivisione è ancora tra quelli che si occupano degli animali da reddito (cioè vacche, bovini o cavalli) e i liberi professionisti che invece si prendono cura degli animali da affezione, cioè cani e gatti. Cani e gatti di cui l’uomo, a quanto pare, sente sempre più il bisogno per colmare il vuoto psicologico creato da stati di solitudine.
La differenza è sostanziale soprattutto se si pensa agli aspetti motivazionali che spingono una persona a scegliere questo mestiere: la prima ipotesi porta sicuramente a una vita di campagna, mentre la seconda implica una scelta più cittadina, legata ai ritmi delle visite ambulatoriali.
Oltre a queste due grosse categorie, il mercato offre oggi ai veterinari possibilità d’impiego nelle industrie di produzione, trasformazione e conservazione di prodotti di origine animale; nel settore dell’acquacoltura, cioè dell’allevamento dei pesci; infine negli allevamenti zootecnici dove quella del veterinario può diventare una figura di tipo manageriale col duplice obiettivo di migliorare la qualità del prodotto riducendo i costi di produzione.

Nel settore pubblico, all’interno delle Asl, la carriera è strutturata in tre livelli: veterinario coordinatore; veterinario collaboratore e veterinario dirigente responsabile. Ai primi due livelli si può accedere direttamente attraverso concorso pubblico; per arrivare al terzo è invece necessario essere dipendenti da almeno 5 anni ed aver ricoperto le cariche dei primi due livelli.
Ma cosa fa nella realtà di tutti i giorni un veterinario, che sia libero professionista o dipendente statale?
In generale, si può affermare che un veterinario, grazie alle conoscenze acquisite in campo zootecnico-sanitario, può svolgere tutta una serie di mansioni tipiche: dall’individuare e curare le malattie degli animali a svolgere compiti di prevenzione e profilassi; dal verificare l’idoneità e la salubrità dei mangimi (i cui componenti vengono assimilati indirettamente dall’uomo, vegetariani esclusi!) all’individuare le terapie adeguate per quanto concerne le malattie degli animali trasmissibili all’uomo; dall’eseguire, infine, ispezioni sulla macellazione e su tutta la rete distributiva e di commercializzazione al controllare l’idoneità degli impianti di refrigerazione, di trasporto, di stoccaggio e di trasformazione delle carni.
Insomma, le mansioni da svolgere sono tante anche se la concorrenza è più spietata che in passato.
“Oggi, a causa dell’elevato numero di medici veterinari, è molto più difficile aprire uno studio privato - conferma Lovisolo -. Tuttavia, con l’apertura delle frontiere da parte dell’Unione Europea e con una laurea equiparata è diventato più facile espatriare ed esercitare la professione in Francia piuttosto che in Germania o altrove”.
Già, lasciare l’Italia per trovare lavoro. Lasciando stare la globalizzazione, un’esperienza di lavoro lontano da casa è senza dubbio stimolante.
Soprattutto se si tratta di una scelta di vita come lo è stata per il nostro veterinario: “Attraverso il mondo delle Ong (Organizzazioni non governative) che operano nei paesi in via di sviluppo - afferma Lovisolo - è possibile partire come volontari in un progetto di cooperazione internazionale. In questo modo si matura un’esperienza e si acquistano competenze che possono tornare utili nel proseguo della carriera. Questo non significa che il mondo delle Ong accolga un gran numero di veterinari perché riuscire a lavorare come professionisti in questi enti è comunque molto difficile”.
Concludiamo con l’inizio: quali sono le motivazioni che spingono un giovane a scegliere questa carriera e quali sono i requisiti per riuscire nell’impresa? Lasciamo la parola all’esperto: “Certo, è importante amare gli animali, ma le motivazioni possono essere le più disparate. Nel mio caso - conclude Lovisolo - mi attirava soprattutto l’idea di una vita vivace in un ambiente di campagna. Per altri che scelgono di rimanere all’università, la cosa più importante è la ricerca scientifica”.
Insomma, abbiamo capito che il veterinario non è soltanto colui che cura gli animali.


SOMMARIO DI QUESTO NUMERO



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