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novembre/dicembre 1998

 

 

 

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CIRIO
Da ragazzino povero a "re delle conserve"

di Annamaria Ferrero


In una storiella di Moni Ovadia un vecchio imprenditore miliardario racconta di come la sua fortuna, da ragazzino poverissimo che era, fosse iniziata lustrando una mela rubata e rivendendola a un altro bambino: con il ricavato comprò due mele, e da due mele a una cassetta, da una cassetta a un banchetto del mercato, finché lo zio d'America non morì lasciandogli una bella eredità. Una storia molto simile (tranne il finale che in assenza dello zio d'America è invece triste) a quella di Francesco Cirio, il padre dell'industria conserviera italiana, quello di "come natura crea" per intenderci.
Forse non tutti sanno che la patria di Francesco Cirio è il Piemonte e che proprio a Torino (dove gli sono dedicate una via e una lapide in zona Porta Palazzo), a metà del secolo scorso, sono nate le verdure in scatola. La storia di Cirio, geniale analfabeta, autentico self-made man, pioniere industriale dall'avanguardistico intuito pubblicitario, è davvero romanzesca. Francesco, secondogenito di un mediatore in granaglie, nasce a Nizza Monferrato il 24 dicembre 1836. Due anni dopo, a causa di una grave crisi nel commercio dei cereali, il padre deve rinunciare al proprio lavoro e lasciare la città per stabilirsi con la famiglia nella vicina Fontanile, dove apre un negozietto di olii e paste. Nel 1845 il peggiorare delle condizioni economiche costringe l'uomo a trasferirsi con i primi tre figli ad Alessandria, dove trovano lavoro come sterratori nelle opere di edificazione della cittadella.

Con i pochi soldi messi da parte, nel 1847 i quattro ritornano a Fontanile. Francesco, appena undicenne, due o tre volte la settimana si fa chilometri a piedi per andare al mercato di Nizza Monferrato a comprare qualche cesto di verdura da rivendere in paese. Nel 1850, a quattordici anni, lascia la famiglia per lavorare come manovale a Genova e poi in Sardegna nell'impianto del cavo telegrafico sottomarino che unirà l'isola alla nazione.
Al ritorno in Piemonte Francesco trova casa con il fratello Ludovico a Torino, in via San Massimo 53. Per guadagnarsi da vivere scarica vagoni allo scalo ferroviario, lavora nell'antico mercato all'ingrosso di frutta e verdura nella zona dell'attuale Balön, e in più va a vendere nei sobborghi della città le ceste di verdura che riesce a comprare a poco prezzo. I ricavi di queste vendite sono buoni, tanto che nel giro di breve acquista un carretto a mano e inizia a servirsi dai grossisti della ditta Gamba, dove dopo qualche tempo viene assunto.

Sempre alla ricerca di nuove possibilità, all'inizio del 1855 Francesco, diciottenne, lascia Torino per Nizza, che allora faceva parte del Regno di Piemonte, ma dopo due anni torna nella nostra città per realizzare la sua idea: conservare le verdure per poterle vendere nella stagione invernale e renderne più facile l'esportazione (allora quasi inesistente). In una stanza presa in affitto in via Borgo Dora si fa costruire un camino capace di contenere due grandi caldaie da bucato e a forza di esperimenti, non avendo alcuna nozione di fisica e chimica, riesce a trovare un modo per conservare i piselli. L'iniziativa suscita un grande entusiasmo e da lì a poco Cirio lascia la stanza di via Borgo Dora per impiantare una piccola fabbrica sempre nella zona di Porta Palazzo, dove assume operai e tecnici ed estende il campo a altri legumi, alla frutta e alle carni.

Nel 1867 alla grande Esposizione Universale di Parigi i suoi prodotti ottengono un successo strepitoso: l'attività viene ampliata in tutta Italia, dove costituisce un fortissimo incentivo per l'agricoltura, e il commercio si diffonde in tutta Europa, dove i prodotti in scatola viaggiano sui vagoni bianco-rosso-verdi della ditta, grazie anche alle tariffe ferroviarie ridottissime concesse nel 1885 dal ministro Depretis con la "legge Cirio".
Francesco non si ferma un attimo: apre un negozio in via Palazzo di Città e gestisce un albergo, attività utilissime per capire meglio i gusti della gente; dà il via all'esportazione su vasta scala delle uova, rinnovando per molte famiglie contadine italiane la favola della gallina dalle uova d'oro; tenta in provincia di Lecce la coltivazione del tabacco; riesce a ottenere il consenso del principe Enrico d'Olanda per una colossale impresa di coltivazione sorretta da capitale olandese, che purtroppo non si realizza per l'improvvisa morte del principe; fonda la Colonia Elena nella zona di Terracina, dove rifiuta la candidatura al Parlamento, ma ottiene in concessione 3000 ettari di terreno che fa disboscare, bonificare e mettere a coltura con orti, frutteti e vigneti.

Ma per carità non immaginatevi Cirio come uno dei nostri manager rampanti: il personaggio descritto dai contemporanei è una sorta di eroe romantico, un uomo che, animato da entusiasmo, generosità e spirito patriottico, ha lottato contro il destino finendo per soccombere, ma essendo comunque riuscito a lasciare un segno. Forse il temperamento troppo impulsivo fu causa della sua rovina, privando del lieto fine quella che poteva sembrare una bella favola (distrusse la propria fortuna con investimenti sbagliati ed è scritto che morendo, il 9 gennaio 1900, abbia detto: "Non muoio contento perché so di non aver compiuto l'opera mia", ma i racconti delle sue imprese, proprio per il suo modo di procedere del tutto empirico e istintivo non possono non suscitare una gran simpatia. Basta pensare a come conquistò il mercato tedesco: avendo deciso di tentare l'esportazione dei cavolfiori, ne inviò un carico a Berlino. Siccome da lì gli venne comunicato che la merce non si vendeva, lui si mise subito in viaggio con un carico di panetti di burro e casse di vino, facendo annunciare sui giornali che chi avesse acquistato cavolfiori italiani a titolo di prova avrebbe ricevuto un omaggio per condirli e innaffiarli. Per trattenere i compratori accorsi dovette intervenire addirittura la polizia!


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