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CULTURA | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 06/1998 | ||
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CIRIO di Annamaria Ferrero
Con i pochi soldi messi da
parte, nel 1847 i quattro ritornano a Fontanile. Francesco, appena
undicenne, due o tre volte la settimana si fa chilometri a piedi
per andare al mercato di Nizza Monferrato a comprare qualche
cesto di verdura da rivendere in paese. Nel 1850, a quattordici
anni, lascia la famiglia per lavorare come manovale a Genova
e poi in Sardegna nell'impianto del cavo telegrafico sottomarino
che unirà l'isola alla nazione. Sempre alla ricerca di nuove
possibilità, all'inizio del 1855 Francesco, diciottenne,
lascia Torino per Nizza, che allora faceva parte del Regno di
Piemonte, ma dopo due anni torna nella nostra città per
realizzare la sua idea: conservare le verdure per poterle vendere
nella stagione invernale e renderne più facile l'esportazione
(allora quasi inesistente). In una stanza presa in affitto in
via Borgo Dora si fa costruire un camino capace di contenere
due grandi caldaie da bucato e a forza di esperimenti, non avendo
alcuna nozione di fisica e chimica, riesce a trovare un modo
per conservare i piselli. L'iniziativa suscita un grande entusiasmo
e da lì a poco Cirio lascia la stanza di via Borgo Dora
per impiantare una piccola fabbrica sempre nella zona di Porta
Palazzo, dove assume operai e tecnici ed estende il campo a altri
legumi, alla frutta e alle carni. Nel 1867 alla grande Esposizione
Universale di Parigi i suoi prodotti ottengono un successo strepitoso:
l'attività viene ampliata in tutta Italia, dove costituisce
un fortissimo incentivo per l'agricoltura, e il commercio si
diffonde in tutta Europa, dove i prodotti in scatola viaggiano
sui vagoni bianco-rosso-verdi della ditta, grazie anche alle
tariffe ferroviarie ridottissime concesse nel 1885 dal ministro
Depretis con la "legge Cirio". Ma per carità non immaginatevi Cirio come uno dei nostri manager rampanti: il personaggio descritto dai contemporanei è una sorta di eroe romantico, un uomo che, animato da entusiasmo, generosità e spirito patriottico, ha lottato contro il destino finendo per soccombere, ma essendo comunque riuscito a lasciare un segno. Forse il temperamento troppo impulsivo fu causa della sua rovina, privando del lieto fine quella che poteva sembrare una bella favola (distrusse la propria fortuna con investimenti sbagliati ed è scritto che morendo, il 9 gennaio 1900, abbia detto: "Non muoio contento perché so di non aver compiuto l'opera mia", ma i racconti delle sue imprese, proprio per il suo modo di procedere del tutto empirico e istintivo non possono non suscitare una gran simpatia. Basta pensare a come conquistò il mercato tedesco: avendo deciso di tentare l'esportazione dei cavolfiori, ne inviò un carico a Berlino. Siccome da lì gli venne comunicato che la merce non si vendeva, lui si mise subito in viaggio con un carico di panetti di burro e casse di vino, facendo annunciare sui giornali che chi avesse acquistato cavolfiori italiani a titolo di prova avrebbe ricevuto un omaggio per condirli e innaffiarli. Per trattenere i compratori accorsi dovette intervenire addirittura la polizia! |
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