CULTURA

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novembre/dicembre 1998

 

 

 

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TORINO FILM FESTIVAL

di Stefano Della Casa


Giunto alla sedicesima edizione, Cinema Giovani cambia nome (la vecchia, gloriosa testata appare nel logo sotto la nuova denominazione Torino Film Festival) e luoghi (non ci saranno più il Massimo, il Centrale e il Romano: tutte le proiezioni avverranno presso la nuova multisala del Reposi, cinque schermi occupati a ciclo continuo per dieci giorni).
Tante novità tutte in un colpo, anche se la struttura di fondo non cambia. Il Festival, infatti, continuerà a indagare sui nuovi orizzonti che caratterizzano il cinema mondiale e a raccontare con ricca documentazione di film e di volumi gli esperimenti e gli autori del nuovo cinema del passato; e manterrà nei confronti di pubblico e di autori quel rispetto e quella complicità che gli hanno consentito di crescere e di consolidarsi anno dopo anno, diventando uno degli appuntamenti veramente irrinunciabili per gli appassionati e gli studiosi di cinema.
Infatti, anno dopo anno, si possono seguire i progressi dei registi fatti conoscere dal festival e si verificano graditi ritorni: quest’anno, ad esempio, ci sarà una sorta di aggiornamento della filmografia del grande regista portoghese Paulo Rocha, il cui ultimo film (O rio do ouro) è stato una delle presenze più interessanti al festival di Cannes; in concorso, invece, La pomme di Samira Makhmalbaf, esordio alla regia (con sceneggiatura paterna) per la giovane figlia del regista cui il Festival ha dedicato una personale e un libro.

Le tre personali (anch’esse con volume di accompagnamento) che il Torino Film Festival propone quest’anno sono dedicate a tre registi ai quali le principali riviste di cinema europee hanno dedicato un ampio spazio. L’austriaco Michael Haneke (fresco delle polemiche che hanno accompagnato il suo Funny Games) e il bravo francese Robert Guediguian (autore di Marius et Jeannette, nonché propulsore di un cinema politico che racconta i suoi amici e la sua vita) sono già noti al pubblico italiano e non necessitano di ulteriori presentazioni. La terza personale, dedicata al regista francese Jean-Daniel Pollet, sarà sicuramente la più affascinante per i cinefili. Pollet è quasi un mito per i cultori della Nouvelle Vague: autore di uno degli episodi di Paris vu par, ha poi preso una direzione molto personale e nel suo cinema sono rintracciabili l’umorismo più popolare e anche una visione molto originale del mediterraneo, tracce della cultura politica degli anni Sessanta ma anche frequentazioni con Philippe Sollers. Vero e proprio campione del nuovo cinema, Pollet è un tassello molto importante per proseguire l’investigazione sui grandi autori degli anni Sessanta sottoposti a una feroce censura da parte del conformismo di mercato.
E, per restare agli anni Sessanta, la retrospettiva sarà dedicata ancora a questo periodo, ma non si parlerà di una rinascita del cinema bensì di una nascita vera e propria: l’oggetto sarà infatti il cinema nell’Africa Nera, fenomeno molto interessante e che inizia a manifestarsi proprio in quel decennio e che non a caso corre parallelo alle grandi lotte dei popoli africani per l’indipendenza dai colonizzatori europei.

Se lo sguardo critico sul cinema del passato è quindi abbondantemente rappresentato, attenzione almeno uguale merita ovviamente il cinema del futuro. E il cinema italiano sarà ancora una volta ampiamente rappresentato nelle sue istanze più anticonformiste e creative: un film in concorso di un esordiente assoluto (Ecco fatto, di Gabriele Muccino) e l’abituale competizione per corto e mediometraggi rappresentata da Spazio Italia. Ma anche un resoconto completo dell’attività documentaristica di Davide Ferrario, più noto per i suoi film di finzione; oppure, saltando dall’altra parte dell’oceano, The Apostle, un film diretto dal noto attore americano Robert Duvall che dimostra grande talento anche dietro la macchina da presa.

Ma il Festival di Torino deve la sua fama anche alle curiosità cinefile, alle esplorazioni nelle zone più segrete e meno battute del cinema. Ed è quindi con un certo orgoglio che possiamo annunciare la prima assoluta di Un uomo solo, documentario diretto da Mimmo Calopresti sull’opera di Riccardo Freda. Calopresti, che ha frequentato sin dall’inizio il Festival di Torino, ha intervistato il novantenne maestro del cinema d’avventura che ha raccolto nella sua lunga carriera le entusiastiche recensioni e l’amicizia di Bertrand Tavernier, di Jacques Lourcelles, di Simon Mizrahi: due generazioni a confronto, due modi diversi di impersonificare al più alto livello il cinema italiano.
E’ previsto anche un altro omaggio al cinema italiano di genere, nella persona di Umberto Lenzi: quasi cento lungometraggi in trent’anni di attività, con capolavori segreti e tanta dimostrazione di quell’abilità artigianale che è stata la natura più profonda del cinema italiano.


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