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MODE &
MODI
di Luigi Urru
Mode & modi lo rubiamo a Gillo
Dorfles, critico del costume che con quel titolo pubblicò
un piacevolissimo volume quasi ventanni fa.
Un vezzo consapevole, il nostro,
come quelli che tanto spesso hanno disseminato di sé e
ancora distinguono le passerelle, le modelle, gli stilisti -
il fashion world, per ricorrere anche nel linguaggio straniero
a quel tanto di snob cui la moda mai rinuncia. Ovviamente diverse
sono le nostre ambizioni da quelle del critico. Tuttavia. Il
doppio plurale del titolo ci piace e lo utilizziamo.
Mode perché anche solo a considerare - e parzialmente
- il dopoguerra, non si impongono paradigmi per più di
qualche anno, nel migliore dei casi un decennio, mentre tanto
spesso durano il corso effimero di una stagione. Avvicendamenti
e ripescaggi di stile sono la regola, il vortice di proposte
discordanti, tendenze opposte ma contemporanee, abiti stridenti
sullo stesso tratto di strada elevato a struscio è palese
e lascia persino perplessi sulla possibilità di trovare
un filo al discorso.
La moda supersexy degli anni Cinquanta è scomparsa per
poi riapparire in nuova veste, se non altro mitologica; il busto
provocante, la vita strizzata e lo short arrotolato della Silvana
Mangano di Riso amaro sono stati sostituiti dalle
linee maschie della femminista incazzata a sua volta sepolta
nel movimento di ritorno al classico e al pensiero della differenza;
il punk dalle sponde del Tamigi si è diffuso in tutto
il mondo ma ora, a parte lavvistamento di qualche sporadica
cresta, ci si chiede dove siano i suoi eredi; le donne-crisi,
le donne-giunco, le donne-fame costrette a fachiriche diete hanno
sì tirato un sospiro di sollievo quando sono iniziate
le lodi dei seni abbondanti e dei glutei tondi (e parallelamente
di Isabella Rossellini, Maruskha Detmers e Nastassja Kinski),
ma in un battibaleno sono ritornate al vizietto anoressico.
La girandola del gusto applicato al vestire toglie la voglia
di qualsiasi approccio sistematico. Meglio dunque scorrazzare
qua e là, accesi da bagliori di lucidità improvvise,
curiosità ataviche che possono essere infine saziate,
giri eccentrici che, tra loden e cotonacci, proveranno a risalire
lungo tute imbottite e fagottone oppure lineari e vertiginosi
spacchi, tagli di sartoria e toppe sessantottesche, polsini e
colletti inamidati ma anche trainer per ogni terreno.
Il cimitero degli elefanti
Il successo dellalta moda italiana ha un padre sconosciuto.
Un padre di nobili natali, tal marchese Giorgini, che il 12 febbraio
1951, a Firenze, raccolse intorno a sé un gruppo di artigiani
desiderosi di tagliare i ponti con Parigi e porre fine a una
sudditanza che durava dai tempi di Caterina de Medici.
I loro abiti sfilarono e fu il successo. Più che di un
avvenimento mondano si respirava laria di una secessione
che, in fondo, voleva rimediare a unironia della storia:
Caterina de Medici, gran dama del jet set dallora
e grande intenditrice deleganza, aveva portato alla corte
di Francia i fasti del rinascimento fiorentino, base culturale
e stilistica di quella che sarebbe divenuta nei secoli la vincente
moda doltralpe.
La lunga rincorsa degli italiani era iniziata e dopo nemmeno
trentanni la stampa specializzata già parlava di
sorpasso: Palazzo Pitti a Firenze, Palace Hotel e Principe di
Savoia a Milano sembra contino quanto le storiche sedi che parlano
largot. Allestero la nostra immagine muta. Non più
lemigrante con la valigia di cartone ma luomo di
gusto raffinato che veste con la griffe, non più Little
Italy ma la Quinta Avenue, dove i magazzini del lusso planetario
espongono i capi che provengono dalla penisola. A percorrerla
in qualsiasi stagione dellanno sembra di essere a Roma,
a Milano o a Firenze, scrive nel 1979 la giornalista Bice
Invernizzi, Valentino e Missoni da Bonwit Teller; Fendi,
Mila Shön, Basile, Armani, Krizia da Bergdorf Goodman; Gianni
Versace da Saks; Gucci, Giuliana Camerino, Mario Valentino, Fiorucci
con le proprie boutique. AllHotel Pierre, uno dei più
esclusivi al mondo, una mostra dei tessuti promossa da sessanta
industrie seriche di Como.
Nel club degli happy few
Tutto per rifocillare quel club dorato degli happy few dal quale
i giovani sono, quasi per definizione generazionale, tenuti fuori.
Finché i creatori di moda - che nel frattempo da sarti
sono diventati stilisti e da stilisti designer - non si accorgono
di loro, mossi del resto da una squisita questione di convenienza.
Il trinomio abito di sartoria, visone e Rolls Royce, un tempo
garanzia assoluta di visibilità e promozione sociale,
non tira più; le clientele del segmento alto, disposte
a mettere fuori milioni per un vestito che si indossa una sera,
diminuiscono e si rischia di finire tutti in quello che i media
dellepoca, trentanni fa, chiamavano il cimitero degli
elefanti, dove il proboscidato simboleggia quegli atelier ovattati
un tempo fucina didee, quindi costretti alla chiusura.
È allora il trionfo del prêt-à-porter, da
un lato, e delle così dette linee due, dallaltro.
Sopra tutto queste ultime costituiscono la forma vulgata delleleganza
altrimenti riservata a pochissimi: i vari emporio,
seguiti dal nome famoso di turno, spuntano come per germinazione
spontanea. Disegnate con linee semplificate e più facilmente
riproducibili a costi contenuti, le linee due diventano anche
lobiettivo di ragazzine e ragazzini che non possono più
vivere senza firma sul pantalone. E persino sotto: non cè
stilista che non si cimenti nella moda intima. Ecco Luxury di
Missoni, o Armani Underwear, o Progetto Anatomia di Versace,
o i Segreti di Krizia urlati sui muri delle città, o un
Ferré finalmente sensuale cui risponde una Biagiotti setosa
e casta... (citazione).
Il luccologo
Agli inizi degli anni Ottanta la moda è fenomeno di massa
che non esclude strato sociale. I teen-ager investono le prime
paghette in giubbotti Husky e scarpe Timberland,
piumini Moncler e trainer Nike. E se la paghetta
non cè, fanno ricorso a genitori. Sulla carta stampata
si calcola il prezzo di figli siffatti: Matteo, Lit. 603.000
[di allora] chiavi in mano, compresa regolare manutenzione
dei capelli a spazzola e dellabbronzatura del viso.
Dal taglio basso sulla prima del Corriere il sociologo Alberoni
ha il suo da fare. Ma non è sufficiente: degli stili e
delle frange giovanili che li adottano e li dismettono si sono
persi il conto e il significato.
Se taffettà, tweed e cachemire, pied-de-poule, fichu e
gabardine rimangono termini ostrogoti per orecchie allevate dalla
televisione, Londra dimentica lo swing e sforna stilisti acerbi
e idee stravaganti. Le strade pullulano di una gioventù
eccentrica che degli anglosassoni anni Sessanta ha trattenuto
lesclusivo lato estetico, capelli impalcati e colori fluo
miscelati su abiti vittoriani a torciglioni di tessuto. Mentre
la donna si ritrova eguale alluomo, alluomo tocca
loperazione inversa ed eccolo indossare vinile, fiori,
vecchie tappezzerie e gonne come Boy George, rock star del momento,
insegna. Paninari, new wave, dark, new romantic, roccabilly:
le tribù metropolitane si distinguono per la cintura di
pelle o il broccato di pizzo prima che per le propensioni ideologiche.
La moda è talmente di moda (e talmente indecifrabile,
ormai) che si inventano slogan e formulette. Dallestero
si importa il look e un personaggio bizzarro come Roberto DAgostino
si promuove primo luccologo dello stivale. Lansia tassonomica
lo induce a pubblicare Look parade, un manuale per
riconoscere, dal vestito, i buoni e i cattivi che incroci per
strada, e Come vivere (e bene) senza i comunisti,
considerato alla stregua di una summa brillante del decennio
appena iniziato. Infine, il suo edonismo reaganiano,
dalletere dove era stato lanciato rimbalza su quotidiani
e settimanali, fino a diventare frase simbolo di unera
di disimpegno: Dietro lapparente nonsenso, nasconde
tutta la voglia di evasione, il piacere di piacere non più
vergognoso, scrive allepoca Gisella Borioli.
Il look - termine poi rientrato per il più fine immagine
(e dal luccologo si passerà allimagologo) - genera
quel figlio spurio che è il total look, altrimenti detto
coordinato. A stilista e cliente labito non basta più.
Lo stesso marchio si imprime anche su scarpe, sciarpe, bottoni,
borse, calzini, ombrelli, cappelli e occhiali. Pardon, invade
la casa e la vita: lenzuola, cucine, scaffali, divani, letti,
poltrone, elettrodomestici, profumi, biciclette, automobili...caramelle
e, su tutti, Krizia che ha pensato a una rosa da regalare: con
diecimila lire prendi fiore e firma.
A pelle nuda
Ciò che non poterono preti e pretori lo poté la
moda. Italo Calvino aveva appena descritto la passeggiata in
riva al mare di un signor Palomar perplesso, pensoso e involontario
molestatore di una donna a seno nudo. Negli stessi anni le casalinghe
di Voghera che osano il topless vanno incontro alle ire della
giustizia divina e umana: le estati di un decennio fa sono funestate
dagli interventi di prelati dal pulpito e della buoncostume sulle
spiagge. NellItalia del perbenismo craxiano, la vista del
petto femminile dà ancora fastidio. È scandalo,
anzi. Intellettuali e teologi discutono dei centimetri di pelle
che è lecito esporre. Chissà che ne avrebbe detto
Mary Quant che si era permessa di accorciare la gonna di quel
tanto necessario a chiamarla mini. Chissà che se ne diceva
allestero dove la FKK (Freikörperkultur, alla lettera
cultura del corpo libero) godeva da tempo di propri spazi fisici
e, sopra tutto, mentali.
A dare una mano alle premure dei tutori della pubblica pudicizia
ci pensano infine gli stessi creatori di moda. Nel giro di un
paio di stagioni, il costume intero ritorna in auge, castigato
come non mai. Sulle coste e in piscina ci si veste sempre di
più, i seni al vento sono sguaiati e antidiluviani, complice
una campagna stampa che invoca i pericoli del melanoma e dellinvecchiamento
precoce per chi si arrostisce al sole in giorni di incipienti
buchi dellozono. Le creme ad alta protezione vanno a ruba
e il signor Palomar, che si sente precipitato mezzo secolo indietro,
è costretto a conclusioni amare. |