Speciale - LOOK

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novembre/dicembre 1998

 

 

 

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MODE & MODI

di Luigi Urru


‘Mode & modi’ lo rubiamo a Gillo Dorfles, critico del costume che con quel titolo pubblicò un piacevolissimo volume quasi vent’anni fa.

Un vezzo consapevole, il nostro, come quelli che tanto spesso hanno disseminato di sé e ancora distinguono le passerelle, le modelle, gli stilisti - il fashion world, per ricorrere anche nel linguaggio straniero a quel tanto di snob cui la moda mai rinuncia. Ovviamente diverse sono le nostre ambizioni da quelle del critico. Tuttavia. Il doppio plurale del titolo ci piace e lo utilizziamo.
Mode perché anche solo a considerare - e parzialmente - il dopoguerra, non si impongono paradigmi per più di qualche anno, nel migliore dei casi un decennio, mentre tanto spesso durano il corso effimero di una stagione. Avvicendamenti e ripescaggi di stile sono la regola, il vortice di proposte discordanti, tendenze opposte ma contemporanee, abiti stridenti sullo stesso tratto di strada elevato a struscio è palese e lascia persino perplessi sulla possibilità di trovare un filo al discorso.
La moda supersexy degli anni Cinquanta è scomparsa per poi riapparire in nuova veste, se non altro mitologica; il busto provocante, la vita strizzata e lo short arrotolato della Silvana Mangano di ‘Riso amaro’ sono stati sostituiti dalle linee maschie della femminista incazzata a sua volta sepolta nel movimento di ritorno al classico e al pensiero della differenza; il punk dalle sponde del Tamigi si è diffuso in tutto il mondo ma ora, a parte l’avvistamento di qualche sporadica cresta, ci si chiede dove siano i suoi eredi; le donne-crisi, le donne-giunco, le donne-fame costrette a fachiriche diete hanno sì tirato un sospiro di sollievo quando sono iniziate le lodi dei seni abbondanti e dei glutei tondi (e parallelamente di Isabella Rossellini, Maruskha Detmers e Nastassja Kinski), ma in un battibaleno sono ritornate al vizietto anoressico.
La girandola del gusto applicato al vestire toglie la voglia di qualsiasi approccio sistematico. Meglio dunque scorrazzare qua e là, accesi da bagliori di lucidità improvvise, curiosità ataviche che possono essere infine saziate, giri eccentrici che, tra loden e cotonacci, proveranno a risalire lungo tute imbottite e fagottone oppure lineari e vertiginosi spacchi, tagli di sartoria e toppe sessantottesche, polsini e colletti inamidati ma anche trainer per ogni terreno.

Il cimitero degli elefanti
Il successo dell’alta moda italiana ha un padre sconosciuto. Un padre di nobili natali, tal marchese Giorgini, che il 12 febbraio 1951, a Firenze, raccolse intorno a sé un gruppo di artigiani desiderosi di tagliare i ponti con Parigi e porre fine a una sudditanza che durava dai tempi di Caterina de’ Medici. I loro abiti sfilarono e fu il successo. Più che di un avvenimento mondano si respirava l’aria di una secessione che, in fondo, voleva rimediare a un’ironia della storia: Caterina de’ Medici, gran dama del jet set d’allora e grande intenditrice d’eleganza, aveva portato alla corte di Francia i fasti del rinascimento fiorentino, base culturale e stilistica di quella che sarebbe divenuta nei secoli la vincente moda d’oltralpe.
La lunga rincorsa degli italiani era iniziata e dopo nemmeno trent’anni la stampa specializzata già parlava di sorpasso: Palazzo Pitti a Firenze, Palace Hotel e Principe di Savoia a Milano sembra contino quanto le storiche sedi che parlano l’argot. All’estero la nostra immagine muta. Non più l’emigrante con la valigia di cartone ma l’uomo di gusto raffinato che veste con la griffe, non più Little Italy ma la Quinta Avenue, dove i magazzini del lusso planetario espongono i capi che provengono dalla penisola. “A percorrerla in qualsiasi stagione dell’anno sembra di essere a Roma, a Milano o a Firenze”, scrive nel 1979 la giornalista Bice Invernizzi, “Valentino e Missoni da Bonwit Teller; Fendi, Mila Shön, Basile, Armani, Krizia da Bergdorf Goodman; Gianni Versace da Saks; Gucci, Giuliana Camerino, Mario Valentino, Fiorucci con le proprie boutique. All’Hotel Pierre, uno dei più esclusivi al mondo, una mostra dei tessuti promossa da sessanta industrie seriche di Como”.

Nel club degli happy few
Tutto per rifocillare quel club dorato degli happy few dal quale i giovani sono, quasi per definizione generazionale, tenuti fuori. Finché i creatori di moda - che nel frattempo da sarti sono diventati stilisti e da stilisti designer - non si accorgono di loro, mossi del resto da una squisita questione di convenienza. Il trinomio abito di sartoria, visone e Rolls Royce, un tempo garanzia assoluta di visibilità e promozione sociale, non tira più; le clientele del segmento alto, disposte a mettere fuori milioni per un vestito che si indossa una sera, diminuiscono e si rischia di finire tutti in quello che i media dell’epoca, trent’anni fa, chiamavano il cimitero degli elefanti, dove il proboscidato simboleggia quegli atelier ovattati un tempo fucina d’idee, quindi costretti alla chiusura. È allora il trionfo del prêt-à-porter, da un lato, e delle così dette linee due, dall’altro. Sopra tutto queste ultime costituiscono la forma vulgata dell’eleganza altrimenti riservata a pochissimi: i vari ‘emporio’, seguiti dal nome famoso di turno, spuntano come per germinazione spontanea. Disegnate con linee semplificate e più facilmente riproducibili a costi contenuti, le linee due diventano anche l’obiettivo di ragazzine e ragazzini che non possono più vivere senza firma sul pantalone. E persino sotto: non c’è stilista che non si cimenti nella moda intima. Ecco Luxury di Missoni, o Armani Underwear, o Progetto Anatomia di Versace, o i Segreti di Krizia urlati sui muri delle città, o “un Ferré finalmente sensuale cui risponde una Biagiotti setosa e casta”... (citazione).

Il luccologo
Agli inizi degli anni Ottanta la moda è fenomeno di massa che non esclude strato sociale. I teen-ager investono le prime ‘paghette’ in giubbotti Husky e scarpe Timberland, piumini Moncler e trainer Nike. E se la ‘paghetta’ non c’è, fanno ricorso a genitori. Sulla carta stampata si calcola il prezzo di figli siffatti: “Matteo, Lit. 603.000 [di allora] chiavi in mano”, compresa regolare manutenzione dei capelli a spazzola e dell’abbronzatura del viso.
Dal taglio basso sulla prima del Corriere il sociologo Alberoni ha il suo da fare. Ma non è sufficiente: degli stili e delle frange giovanili che li adottano e li dismettono si sono persi il conto e il significato.
Se taffettà, tweed e cachemire, pied-de-poule, fichu e gabardine rimangono termini ostrogoti per orecchie allevate dalla televisione, Londra dimentica lo swing e sforna stilisti acerbi e idee stravaganti. Le strade pullulano di una gioventù eccentrica che degli anglosassoni anni Sessanta ha trattenuto l’esclusivo lato estetico, capelli impalcati e colori fluo miscelati su abiti vittoriani a torciglioni di tessuto. Mentre la donna si ritrova eguale all’uomo, all’uomo tocca l’operazione inversa ed eccolo indossare vinile, fiori, vecchie tappezzerie e gonne come Boy George, rock star del momento, insegna. Paninari, new wave, dark, new romantic, roccabilly: le tribù metropolitane si distinguono per la cintura di pelle o il broccato di pizzo prima che per le propensioni ideologiche.
La moda è talmente di moda (e talmente indecifrabile, ormai) che si inventano slogan e formulette. Dall’estero si importa il look e un personaggio bizzarro come Roberto D’Agostino si promuove primo luccologo dello stivale. L’ansia tassonomica lo induce a pubblicare ‘Look parade’, un manuale per riconoscere, dal vestito, i buoni e i cattivi che incroci per strada, e ‘Come vivere (e bene) senza i comunisti’, considerato alla stregua di una summa brillante del decennio appena iniziato. Infine, il suo ‘edonismo reaganiano’, dall’etere dove era stato lanciato rimbalza su quotidiani e settimanali, fino a diventare frase simbolo di un’era di disimpegno: “Dietro l’apparente nonsenso, nasconde tutta la voglia di evasione, il piacere di piacere non più vergognoso”, scrive all’epoca Gisella Borioli.
Il look - termine poi rientrato per il più fine ‘immagine’ (e dal luccologo si passerà all’imagologo) - genera quel figlio spurio che è il total look, altrimenti detto coordinato. A stilista e cliente l’abito non basta più. Lo stesso marchio si imprime anche su scarpe, sciarpe, bottoni, borse, calzini, ombrelli, cappelli e occhiali. Pardon, invade la casa e la vita: lenzuola, cucine, scaffali, divani, letti, poltrone, elettrodomestici, profumi, biciclette, automobili...caramelle e, su tutti, Krizia che ha pensato a una rosa da regalare: con diecimila lire prendi fiore e firma.

A pelle nuda
Ciò che non poterono preti e pretori lo poté la moda. Italo Calvino aveva appena descritto la passeggiata in riva al mare di un signor Palomar perplesso, pensoso e involontario molestatore di una donna a seno nudo. Negli stessi anni le casalinghe di Voghera che osano il topless vanno incontro alle ire della giustizia divina e umana: le estati di un decennio fa sono ‘funestate’ dagli interventi di prelati dal pulpito e della buoncostume sulle spiagge. Nell’Italia del perbenismo craxiano, la vista del petto femminile dà ancora fastidio. È scandalo, anzi. Intellettuali e teologi discutono dei centimetri di pelle che è lecito esporre. Chissà che ne avrebbe detto Mary Quant che si era permessa di accorciare la gonna di quel tanto necessario a chiamarla mini. Chissà che se ne diceva all’estero dove la FKK (Freikörperkultur, alla lettera cultura del corpo libero) godeva da tempo di propri spazi fisici e, sopra tutto, mentali.
A dare una mano alle premure dei tutori della pubblica pudicizia ci pensano infine gli stessi creatori di moda. Nel giro di un paio di stagioni, il costume intero ritorna in auge, castigato come non mai. Sulle coste e in piscina ci si veste sempre di più, i seni al vento sono sguaiati e antidiluviani, complice una campagna stampa che invoca i pericoli del melanoma e dell’invecchiamento precoce per chi si arrostisce al sole in giorni di incipienti buchi dell’ozono. Le creme ad alta protezione vanno a ruba e il signor Palomar, che si sente precipitato mezzo secolo indietro, è costretto a conclusioni amare.


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