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novembre/dicembre 2003





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L'ARTE DEL LEVARE

di Aldo Ferrari Pozzato
Ultimamente sono stato a un convegno a presentare A.RI.A., lo spazio d'ascolto del Comune di Torino per adolescenti e giovani. Un bel momento di confronto con altre realtà e con persone che credono nel lavoro che fanno. Eravamo in tanti a parlare e io, vuoi perché un po' stretto rispetto ai tempi, vuoi perché parlare in pubblico non è tanto il mio mestiere, sono rimasto con alcune considerazioni non esposte o non con sufficiente chiarezza. Ci riprovo adesso, sentendomi un po' W. Allen in "Provaci ancora Sam".
Stephen King, nel libro in cui spiega come lavora, "On writing", dice che la costruzione di un romanzo assomiglia un po' a uno scavo archeologico: il dinosauro è già tutto lì bello intero, l'abilità sta nel tirarlo fuori dalla sabbia senza lasciarne dei pezzi sepolti e nemmeno della sabbia attaccata. Qualcosa del genere esprime Pirandello fin dal titolo dei "Sei personaggi in cerca d'autore". È la storia che viene allo scrittore e non lo scrittore che costruisce la storia: la parte difficile sta in una buona opera di rifinitura, senza che vi rimanga nulla di estraneo o di incompleto.
Una parte importante del lavoro di incontro attraverso l'ascolto che svolgiamo ad A.RI.A. con le ragazze e i ragazzi che vengono da noi ha delle caratteristiche molto simili: si tratta di togliere tutto quello che può rendere più difficile essere veramente a disposizione della persona che è venuta a portarci una domanda, una difficoltà, una parte importante della sua vita, a cui va riservata tutta l'attenzione di cui siamo capaci. Ed è possibile proprio dimenticando o mettendo il più possibile in un angolino tutti i nostri accidenti quotidiani. Lo scopo è di riuscire a farci impregnare proprio come spugne o meglio, come superfici di pongo da quello che lui o lei che mi sta davanti vuole mettere in comune con me in quel momento, in modo che possa vedere come noi reagiamo e anche riconoscerlo come suo, una volta che il passaggio attraverso di me l'ha reso più comprensibile, assimilabile e utilizzabile (si spera). Già il vecchio Aristotele (e il mio prof di teoretica) diceva qualcosa del genere nel "De anima": i sensi trattengono la forma delle cose rendendole disponibili per l'immaginazione e l'intelletto e quindi conoscibili. Il paragone è quello di un anello con un sigillo sporgente che imprime la sua forma in una tavoletta di creta (una ditata nel pongo).
Questa attitudine si avvicina molto all'arte per una seconda caratteristica: non è possibile senza una profonda passione per quello che si fa. Penso che sia così del resto per tutti i lavori in cui ci si impegna a fondo. Una passione ha una parte passiva: la capacità di prendere, assorbire, e una parte attiva, di cui, nel nostro caso, il passaggio delle emozioni e dei pensieri è l'aspetto finale e visibile. E l'aspetto invisibile ma fondamentale è un modo di essere interiore rivolto a chi mi sta di fronte che mi prende totalmente ed è altrettanto libero, almeno quando va bene (spesso, spero) da finalità diverse da quelle per cui l'incontro si sta svolgendo.
Pur non avendo nulla di erotico né di sentimentale, non trovo nella lingua italiana un vocabolo più adatto di amore per esprimere tutto ciò, proprio come si dice: "amore per la verità". Un amore però che è estraneo, che non c'entra nulla con quello che io desidero o voglio per me e per la mia vita. Che non tende a nessuno scopo o finalità particolare e non ha nessuna intenzione nemmeno di essere un qualche tipo di fine a cui tendere. Un amore che ha tutta la sua ragion d'essere nella ricerca che insieme si fa durante l'arco degli incontri. Estraneo lo è anche nel senso che non tiene conto dell'esperienza come possibile fattore di conoscenza di quello che sta avvenendo durante quel particolare incontro: l'amore estraneo è quella attitudine che mi consente di essere tutto preso dall'altro. Quindi con emozioni vere e vive. Sempre pronto a lasciarmi sorprendere. E proprio perché estraneo mi permette da un lato di non lasciarmi sopraffare e dall'altro di mantenere la capacità autoriflessiva e riflessiva su quello che mi-ci sta succedendo (un pilota automatico con il pallino della ricerca del senso e del significato).
Così non corro mai il rischio di annoiarmi, la mia vita lavorativa è piena e soddisfacente e quando arrivo ad A.RI.A. o ne esco di solito sono contento come una Pasqua, sempre lì che canticchio o fischietto. Che è poi quello che auguro a tutti: che la vita scorra come una musica d'autore.
 
SOMMARIO DI QUESTO NUMERO
 

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