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novembre/dicembre 2003






ragazzo africano




Qualche cifra su cui meditare

- Il divario di reddito fra il 20% della popolazione umana più ricca e il 20% più povero negli ultimi 30 anni è triplicato.

- Il patrimonio netto delle tre persone più ricche del pianeta è maggiore dei 48 Paesi più poveri.

- Carestia e guerre provocano solo un decimo dei decessi per fame, benché esse siano le cause di cui si sente più spesso parlare. La maggior parte delle morti per fame dipendono dalla malnutrizione cronica;

- Da 2 a 3 miliardi di persone sopravvivono con meno di due dollari al giorno e di qui a venti anni l'umanità crescerà ancora di 2/3miliardi di individui.
HO UNA FAME NERA
Contate: milleuno, milledue, milletre.
È appena morta un'altra persona per fame.
La mancanza di cibo, dicono le statistiche, uccide un uomo ogni 3 secondi e mezzo. E sapete cosa vuol dire questo? Che ogni giorno sono 24 mila le persone che ci lasciano, letteralmente, la pelle. Pazzesco? Impossibile?

di Fabrizio Cellai

Per 840 milioni di persone è la dura realtà di tutti i giorni, anzi di tutti gli istanti della loro sfortunata vita. Per gli altri, per noi, la fame ci mostra il suo rovescio: il dilagare delle malattie legate alla sovralimentazione, alle diete grondanti grassi animali. Questo sì che può apparire pazzesco.Nei nostri occhi l'immagine è nitida: il bambino africano con il ventre gonfio, gli arti scheletrici, mosche ronzanti attorno ad occhi senza speranza. E' questa la fame, che lo vogliamo o no, che si spenga o meno il televisore mentre passano le immagini delle ultime carestie, che si giri la testa per non guardare quelle foto disumane.
Ma che cosa vuol dire aver fame al giorno d'oggi e, soprattutto, chi è che muore per mancanza di cibo?
Fame, in questo tragico contesto, non è la fame che si prova ogni giorno prima della cena. Fame vuol dire alimentazione insufficiente, anzi, vera e propria denutrizione. Il fabbisogno alimentare degli esseri umani viene espresso in calorie e varia a seconda dell'età, del peso, del sesso, della salute, del lavoro, del clima, del metabolismo, delle abitudini alimentari. Normalmente, un'alimentazione sufficiente deve garantire almeno 2 mila calorie al giorno. Ebbene, si calcola che oggi nel mondo circa un terzo della popolazione mondiale abbia un'alimentazione sotto la soglia delle 2000 calorie. Anzi, i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ci dicono che almeno 500 milioni tra uomini, donne e bambini non dispongono neppure di 1500 calorie al giorno. Il che vuol dire fame assoluta.
I più recenti dati della FAO, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura con sede a Roma, sono allarmanti. Si calcola che il numero degli affamati nel mondo sia intorno ai 840 milioni, 800 milioni dei quali nei paesi in via di sviluppo. Solo per dare un'idea basti pensare che questa cifra equivale all'intera popolazione dell'Europa e del Nord America messe insieme. Questo significa che nei paesi in via di sviluppo una persona su cinque è cronicamente sottoalimentata. La fame cronica aumenta la vulnerabilità alle malattie, riduce le capacità di lavorare, creando un circolo vizioso "povertà uguale fame uguale povertà".
I bambini sono i più deboli e i più colpiti. Il 40 per cento dei bambini dei paesi poveri soffre di malnutrizione. Nei bambini le carenze vitaminiche e di minerali provocano arresti nella crescita, cecità e compromettono lo sviluppo mentale. I livelli di alfabetizzazione in queste condizioni sono bassissimi, perché è davvero difficile riuscire a concentrarsi con uno stomaco vuoto. Il 55 per cento dei 12 milioni di bambini che muoiono ogni anno, è riconducibile alla denutrizione.
E se la fame è un problema diffuso dappertutto, anche negli Stati Uniti, diventa vero e proprio flagello nel continente africano. Oggi il reddito medio pro capite dell'Africa subsahariana è più basso che negli anni sessanta: metà della popolazione sopravvive con meno di 65 centesimi di dollaro al giorno. I paesi africani si trovano agli ultimi 27 posti dell'indice di sviluppo umano, un indicatore elaborato dalle Nazioni Unite che tiene conto di salute, alfabetizzazione e reddito. Negli ultimi 10 anni qui la fame è diventata un problema cronico e spesso le carestie si verificano anche in presenza di condizioni climatiche favorevoli. Secondo il Programma Alimentare Mondiale (PAM), quasi 40 milioni di africani lottano contro la morte per fame: una sofferenza che non ha precedenti.
La nostra immagine dell'affamato, almeno per la generazione televisiva, è da ricondurre ad un evento ben preciso: la grande emergenza alimentare in Etiopia nel 1984. In quell'occasione, per la prima volta, vennero diffuse nell'etere immagini sconvolgenti. C'era stato il Biafra, qualche anno prima, e c'era la consapevolezza che in posti come Calcutta si morisse per mancanza di cibo. Ma con l'Etiopia fu diverso. Gli affamati entravano nelle nostre case attraverso quella scatola, la televisione, che ormai si trovava in tutti i salotti. L'ondata emotiva fu fortissima, colpì tutti, anche le stelle pop della musica. Si doveva in qualche modo combattere la carestia biblica che aveva colpito violentemente le popolazioni africane. Lo scopo, raccogliere fondi. L'evento mediatico più famoso fu il concerto musicale organizzato da Bob Geldof chiamato "Band Aid", un gioco di parole che significava "cerotto" ma anche "aiuto da parte delle band". Seguirono negli anni ottanta/novanta altre iniziative, altri concerti (il "Live Aid" con "we are the world we are the children...") che fruirono della cassa di risonanza dei media. Fino ai giorni nostri, con raccolte fondi, giornate mondiali dedicate alla sicurezza alimentare, interventi e azioni di agenzie internazionali come la FAO, il World Food Programme (WFP), il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), ma anche di piccole realtà non istituzionali come le Organizzazioni Non Governative, le Missioni. Tutti uniti sotto la stessa bandiera, quella della lotta contro la fame nel mondo.
Fame che arriva da dove? Quali ne sono le cause? E perché, una volta individuate, non si riescono a eliminare? Qui si apre uno scenario vastissimo, intricato, nel quale un'idea può andare contro un'altra. Proviamo a districarci.
Cominciamo con le analisi che sondano il problema nella sua globalità. La causa primaria della fame nel mondo non sta in una produzione alimentare insufficiente, ma nell'impossibilità per i più poveri di acquistare gli alimenti prodotti. I prezzi dei generi alimentari risultano essere troppo alti per i redditi medi della popolazione del Terzo mondo. Nei paesi avanzati la spesa alimentare rappresenta il 20/25 per cento del reddito familiare, mentre il resto viene speso per vestiario, mezzi di trasporto, alloggio, tempo libero. Nei paesi più poveri invece la spesa alimentare costituisce fino all'80 per cento del reddito familiare.
Non solo. La fame, sempre ragionando macro, non deriva dalla mancanza di cibo. In Occidente il fenomeno alimentare più diffuso è la sovralimentazione. Noi soffriamo di mali fisici tipici del nostro modo di mangiare: disturbi cardiaci, appendicite, calcoli, vene varicose, trombosi, ernia e cancro del colon, obesità, colesterolo. Dunque il cibo c'è e sarebbe in grado di sfamare molte più persone. Il punto è che non tutti ne hanno accesso in egual modo; chi troppo, chi troppo poco, chi niente.
Il Malawi, un paese africano sovrappopolato tra il Monzambico e lo Zimbabwe, è uno dei casi più studiati dai ricercatori. La sua miseria non deriva da un governo dittatoriale feroce; non ci sono fenomeni climatici che distruggono i raccolti. Eppure, nel 2002, il Malawi ha sofferto terribilmente la fame. È successo con i magazzini colmi di cereali, ma i poveri non avevano soldi per comprarli.
L'economista e premio Nobel indiano Amartya Sen ha messo in evidenza un aspetto inquietante. Sen, con le sue ricerche, dimostra che le carestie non derivano quasi mai (sottolineiamo il quasi) dalla carenza fisica di generi alimentari, ma piuttosto dalla loro cattiva distribuzione. Nei Paesi colpiti, il cibo scarseggia sulle tavole dei poveri, ma non manca su quelle dei ricchi. Con una sottile analisi Sen afferma che "la fame viene dal fatto di non avere abbastanza da mangiare, non dal fatto che non vi sia abbastanza da mangiare". Ognuno dovrebbe quindi essere titolare di un diritto al cibo, derivante dalla sua produzione in proprio oppure dal lavoro, dallo scambio.
Dunque, la disponibilità di alimenti sul mercato non assicura automaticamente l'accesso al loro consumo. Un'anomalia dovuta anche a un altro elemento, ben spiegato da alcuni esempi. In Ghana il concentrato di pomodoro che arriva dall'Italia costa cinque volte meno dei pomodori locali; in Nigeria la carne più economica è quella importata da Germania e Inghilterra; il 67 per cento del latte consumato in Giamaica è di provenienza europea e gli allevatori locali devono buttare via migliaia di litri di latte. Possibile un controsenso del genere? Sì, si scrive "dumping", si chiama concorrenza sleale, frutto della vendita di beni al di sotto del costo di produzione e del prezzo di mercato. Si tratta di un meccanismo reso possibile dai sussidi che i paesi industrializzati concedono ai loro produttori per favorire lo smaltimento delle eccedenze agricole e aumentare le esportazioni. Ma prezzi più bassi non dovrebbero favorire i consumatori e migliorare l'accesso al cibo di una buona fetta della popolazione malnutrita? No perché i piccoli agricoltori delle regioni povere, non riuscendo a sostenere una concorrenza così spietata, perdono mercato, lavoro e quindi anche la possibilità di avere le risorse economiche per acquistare il cibo. Un meccanismo perverso, che crea questo paradosso: i beni alimentari sul mercato hanno prezzi bassi, talvolta bassissimi ma la gente non può acquistarli perché non riesce più a vendere i suoi prodotti. Il cerchio si chiude, la fame persiste.
L'analisi getta un'ombra anche sulle politiche di aiuto tramite invio di derrate alimentari che, una volta affrontata l'emergenza, non consentono all'economia di ravvivarsi, perché i prodotti di prima necessità si trovano addirittura gratis.
Jeremy Rifkin, presidente della Foundation on Economic Trends di Washington, ci offre un'analisi interessante che parte da questo presupposto: centinaia di milioni di persone nel mondo lottano ogni giorno contro la fame perché gran parte del terreno arabile viene oggi utilizzato per la coltivazione di cereali a uso zootecnico piuttosto che per cereali destinati all'alimentazione umana. Ci stanno così a cuore le mucche? No, il motivo è che i ricchi del pianeta, cioè noi, consumiamo carne bovina e suina, pollame e altri tipi di bestiame, tutti nutriti con foraggio, mentre i poveri muoiono di fame. Secondo Rifkin "il passaggio avvenuto nel mondo agricolo dalla coltivazione di cereali per l'alimentazione umana a quella di foraggio per l'allevamento degli animali rappresenta una nuova forma di umana malvagità, le cui conseguenze potrebbero essere di gran lunga maggiori e ben più durature di qualunque sbaglio commesso in passato dall'uomo contro i suoi simili".
Una prospettiva dalle tinte scure, rimarcata dal fatto che oggi milioni di ricchi consumatori dei paesi industrializzati muoiono a causa di malattie legate all'abbondanza di cibo - infarti, cancro, diabete - spesso dovuti a un'eccessiva e sregolata assunzione di grassi animali. Le cifre parlano chiaro: sarebbero 300 mila gli americani che ogni anno muoiono prematuramente a causa di problemi di soprappeso. Di questo passo i decessi a stelle e strisce per obesità supereranno quelli dovuti al fumo delle sigarette. In Europa, oltre la metà della popolazione adulta fra i 35 e i 65 anni ha un peso superiore al normale. Secondo il World Health Organization (WHO), il 18 per cento della popolazione mondiale è obesa, più o meno quante sono le persone denutrite.
Un circuito, quello grano-carne, che da una parte impedisce l'accesso alla terra per la coltivazione di grano e cereali destinati all'uomo e che dall'altra foraggia la società dell'"Hamburger life style" con tutte le conseguenze di malnutrizione.
Come si vede il problema è molto complesso, ingarbugliato. Le politiche di aiuto hanno spesso inciampato in ostacoli imprevisti, e causato effetti contrari a quelli sperati. La fame ha molte madri, mille sfaccettature che conducono ad un'organizzazione difettosa del sistema produttivo globale, del quale l'esistenza degli affamati costituisce un anello. A questo punto le strade sono due: o considerare la fame un elemento ineluttabile all'interno del quadro mondiale della nostra società, oppure credere nella possibilità di poterla se non debellare almeno combattere e limitare il più possibile; pensare che il mercato debba seguire politiche di liberalizzazione orientate a una globalizzazione anche in campo alimentare, oppure essere convinti che il sistema economico globale dipenda dalle nostre singole azioni e che queste azioni portino ad un reale cambiamento delle attuali tendenze del mercato stesso.
Con in mente, alla fine, quest'idea: che "il giorno più lungo è quello in cui si sta senza mangiare".


 
Fao, Pam, IFAD
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  FAO
La FAO, una delle più grandi agenzie specializzate delle Nazioni Unite, è impegnata in prima linea nella lotta contro la fame, per assicurare un aiuto che vada oltre l'assistenza d'emergenza e crei le basi per l'autosufficienza alimentare e uno sviluppo economico duraturo.
La FAO è stata fondata nel 1945 e conta oggi 183 paesi membri, più la Comunità Europea. Sin dalla sua origine ha lavorato con dedizione per alleviare la povertà e la fame nel mondo, promuovendo lo sviluppo agricolo, che assicura il primo accesso al cibo a milioni di famiglie nei paesi in via di sviluppo, migliorando gli standard nutrizionali.
L'intervento della FAO consiste nel dare assistenza diretta immediata, nel mettere a disposizione conoscenza ed esperti, nel realizzare programmi per instaurare pratiche agricole innovative, nel distribuire sementi, attrezzi e capi di bestiame, nell'aiutare a migliorare le coltivazioni. Tutto questo per raggiungere uno sviluppo agricolo e rurale di più lunga durata.

WFP/PAM
Il World Food Programme (Programma Alimentare Mondiale) è il braccio operativo delle Nazioni Unite per gli aiuti alimentari nel mondo. Sin dal 1963, anno della sua costituzione, il WFP opera in prima linea nella lotta contro la fame nel mondo attraverso una rete di uffici presenti in ogni angolo del pianeta. Il perdurare delle cause della fame e l'insorgere di nuove crisi hanno contribuito a rendere il WFP la più grande organizzazione mondiale per gli aiuti alimentari. Soltanto nel 2002 il WFP ha assistito 72 milioni di persone in 82 paesi.
Il WFP opera principalmente su due fronti, emergenza e sviluppo, con vari tipi di attività: operazioni di emergenza, attivate su richiesta dei paesi in situazioni di emergenza e crisi umanitaria; operazioni di lungo periodo di ricostruzione e sostegno; progetti di sviluppo, che mirano ad utilizzare l'aiuto alimentare come deterrente contro la povertà; infine operazioni speciali che tendono alla ricostruzione della rete logistica nelle zone colpite dai disastri e sono volte al miglioramento dei trasporti e delle infrastrutture necessarie per la distribuzione degli aiuti umanitari.
In situazioni di emergenza il WFP fornisce assistenza rapida ed efficiente e garantisce la sopravvivenza di milioni di persone, tra le quali i rifugiati e gli sfollati.

IFAD
Il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo è stato istituito nel 1977, a seguito della risoluzione della Conferenza Mondiale dell'Alimentazione. È l'agenzia delle Nazioni Unite con il mandato specifico di fornire mezzi finanziari e di mobilitare risorse per progetti di sviluppo agricolo finalizzati a combattere la fame e la povertà rurale nelle regioni più povere del mondo.
L'IFAD fornisce prestiti ai Paesi del Sud sotto forma di concessioni (doni) o di intermediazioni a condizioni particolarmente favorevoli (prestiti) a seconda del livello di ricchezza del paese beneficicario. L'IFAD fornisce a istituzioni e organizzazioni aiuti e assistenza tecnica per sostenere attività mirate al rafforzamento delle competenze tecniche e istituzionali di sviluppo agricolo rurale. Tra il 1978 e il 1999 il Fondo si è impegnato per complessivi 6,8 miliardi di dollari relativi a 533 progetti in 116 paesi in via di sviluppo. Progetti che hanno avuto come punti chiave nella strategia adottata l'alimentazione di base, l'acqua e la redistribuzione delle risorse.

 
 
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