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Info
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David
Grossman, La guerra
che non si può vincere. Cronache dal conflitto tra israeliani
e palestinesi, Mondadori
Rashid Khalidi, Identità palestinese. La costruzione
di una moderna coscienza nazionale, Bollati Boringhieri
www.palestinaonline.it
con vari link
www.btselem.org |
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CARRI
ARMATI E PIETRE
Palestina.
Il 30 settembre del 2000 scoppiava la seconda Intifada, ovvero la guerra
delle pietre. Tre anni di invasioni, repressione, uomini bomba, demolizioni
di case, chiusure di strade e tremila morti tra palestinesi ed israeliani.
di
Maurizio Pagliassotti
Il 29 settembre
del 2000, Ariel Sharon, attuale primo ministro israeliano, irrompeva sulla
Spianata delle Moschee protetto da numerose guardie armate, luogo dal
quale il Profeta Maometto ascese al Paradiso e per questa ragione terzo
luogo per importanza dell'Islam. Il significato politico del gesto di
Sharon, successivo di pochi giorni alla conclusione del vertice di Camp
David (luglio 2000) tra Ehud Barak, al tempo primo ministro israeliano,
Yasser Arafat, presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese ed
il presidente statunitense Bill Clinton, era chiaro: Gerusalemme est e
quindi la città vecchia, mai sarebbe stata la capitale dello Stato
Palestinese, in quanto luogo sacro anche per gli ebrei, dato che è
presente il Muro del Pianto.
Il vertice di Camp David, pur essendo fallito, era stato un momento fruttuoso
verso l'approdo alla pace e la dichiarazione finale parlava esplicitamente
di "negoziati senza precedenti per portata e grado di dettaglio".
Nelle righe si leggeva il quasi raggiunto accordo sulla spartizione di
Gerusalemme come capitale di entrambi gli stati.
Il 30 settembre del 2000 scoppiava la seconda Intifada, ovvero la guerra
delle pietre, denominata Al Aqsa dal nome della moschea che domina la
Spianata delle Moschee. Tre anni di invasioni, repressione, uomini bomba,
demolizioni di case, chiusure di strade e tremila morti tra palestinesi
ed israeliani.
Dire che la seconda Intifada sia scoppiata a causa della provocatoria
passeggiata di Ariel Sharon o per motivi esclusivamente religiosi è
riduttivo. Le vere cause furono politico-strategiche per entrambi i fronti
che aspettavano la giusta occasione per dare fuoco alle polveri e regolare
i conti degli anni passati.
Il tempo della possibile pace e della convivenza dei due popoli era finito
da parecchio, forse il giorno dell'assassinio del primo ministro Ytzhaik
Rabin, il quattro novembre del 1995, per mano di un ebreo ultra ortodosso
che vedeva negli accordi di pace di Oslo del tredici settembre 1993 firmati
con Yasser Arafat un tradimento della volontà biblica ed un pericolo
per lo stato di Israele.
Tali accordi, giunti dopo due anni di trattative segrete tra il ministro
degli esteri israeliano Shimon Peres e Yasser Arafat prevedevano nella
Dichiarazione di Principi l'autogoverno del futuro stato palestinese ma
destinava ad ulteriori trattative i temi più spinosi come le colonie,
la liberazione dei detenuti politici, il rientro dei profughi, la gestione
delle risorse idriche ed il controllo dei confini.
Da allora la situazione su entrambi i fronti era andata deteriorandosi,
a causa della continua espansione delle colonie e l'aumentare della repressione
nei territori occupati mentre tra i palestinesi nascevano ed avanzavano
nuove organizzazioni radicali, dotate di potenza finanziaria e militare
come mai nessuna prima in Palestina: tra tutte Hamas, Jihad Islamica e
Brigate Martiri di Al Aqsa.
La situazione divenne esplosiva dopo il fallimento degli accordi di Sharm
al Sheik del 1999 che prevedevano il ritiro dell'esercito israeliano dalle
zone A controllate dall'autorità nazionale palestinese entro il
13 settembre 2000. Ritiro mai avvenuto e relativa morte degli accordi
di Oslo.
Da quel momento il conflitto armato necessitava solamente della giusta
scintilla per esplodere.
La
situazione Palestinese
I territori occupati, ovvero la Cisgiordania e la Striscia di Gaza,
che Israele occupa militarmente ed illegalmente dal 1967, sono diventati
luogo di repressione dura che si abbatte sulla popolazione, rendendo
la vita semplicemente invivibile.
Nonostante le due risoluzioni approvate dall'ONU nel 1967 e nel 1973
- rimaste ignorate - che imponevano ad Israele, seppur in maniera molto
nebulosa, il ritiro delle truppe dalla Cisgiordania e dalla Striscia
di Gaza, i palestinesi vivono circondati e assediati dalle truppe israeliane
che ne controllano la vita in ogni momento.
L'impossibilità di avere una dignitosa libertà di movimento,
data dai continui check point che sono piazzati lungo le strade o all'interno
delle città e che ovviamente limitano gli spostamenti delle persone,
rappresenta una fortissima fonte di frustrazione per i palestinesi ed
esacerba gli animi. Ai check point si sosta per ore in attesa venga
il proprio turno di spiegare il perché dello spostamento, anche
nel caso lo si debba effettuare tutti i giorni per motivi di lavoro.
Questo quando va bene, perché i posti di blocco, completamente
militarizzati con armi pesanti, decine di soldati e talvolta anche carri
armati, possono risultare aperti al mattino e chiusi alla sera; quindi
si rimane fuori o dentro a seconda di dove ci si trovi, oppure possono
essere semplicemente chiusi e allora non si va da nessuna parte. Non
si va al lavoro, non si va all'ospedale, non si va a salutare i parenti,
non si va a fare la spesa, non si va a scuola.
L'università di Berzeit, la più prestigiosa della Palestina
forte di 5200 studenti che arrivano da tutti i territori occupati, è
situata a nord di Ramallah ed è un esempio eclatante di cosa
significhi un check point prima di raggiungere un luogo pubblico. Nel
caso migliore, aperto al mattino ed alla sera, gli studenti arrivano
con mezzi pubblici al primo check point di Kalandia, lo superano, prendono
un altro mezzo pubblico che gli fa attraversare la città e li
porta al secondo. Qui si sottopongono nuovamente ad un controllo e possono
finalmente accedere all'università. Per percorrere questo tragitto,
al massimo sei chilometri, è necessaria almeno un'ora.
Ultimamente l'esercito ha abbandonato il secondo punto di controllo
ma ha distrutto la parte centrale del percorso, circa cinquecento metri,
demolendo l'asfalto e piazzando dei grossi blocchi di cemento per impedire
il transito dei veicoli. Ora si viene controllati solo una volta ma
si deve percorrere mezzo chilometro a piedi e quindi prendere un altro
taxi che porta all'università.
Può anche capitare che il check point sia chiuso la sera e allora
studenti e docenti devono bivaccare dentro l'università.
Gli israeliani giustificano i check point nei territori occupati con
la necessità di prevenire l'infiltrazione di terroristi che attaccano
i civili nelle grandi città come Gerusalemme e Tel Aviv. Sostengono
inoltre che la valutazione del grado di apertura o chiusura è
data dalla situazione contingente; in un periodo di relativa calma i
controlli sono abbastanza veloci mentre durante gli scontri all'interno
dei territori, oppure dopo un attentato, possono imporre anche lunghi
periodi di chiusura totale.
Altro tormento che affligge i palestinesi sono i coprifuoco, ovvero
periodi durante i quali è vietato uscire di casa. Ultimamente
molte città sono sotto coprifuoco, Jenin ad esempio lo è
quasi tutti i giorni. Il coprifuoco impedisce tutto, anche di buttare
l'immondizia nel cassonetto sotto casa. Non potendo uscire di casa,
magari di notte oppure per giorni, le difficoltà nella vita quotidiana
diventano estremamente provanti. Vietato andare a fare la spesa, andare
al lavoro, all'ospedale, a scuola.
Racconta Isabella, volontaria di Emergency all'ospedale di Jenin, che
passa intere giornate senza fare nulla perché il coprifuoco impedisce
a tutti di poter raggiungere l'ospedale. Finito il periodo di chiusura,
la gente si ammassa isterica perché vuole recuperare il tempo
perso, rendendo il lavoro impossibile. Capita che il coprifuoco venga
revocato solo per alcune ore e allora i malati si trovano di fronte
alla scelta se fare la spesa oppure andare in ospedale, soprattutto
le donne che devono accompagnare i bambini.
Durante tale periodo carri armati e jeep pattugliano le vie deserte
della città e solo pochissime persone possono girare. Talvolta
si sentono partire sventagliate di mitra, indirizzate in aria, che servono
a ricordare alle persone che è molto meglio se restano tappate
in casa. Per gli israeliani il pattugliamento serve a prevenire eventuali
tumulti, fomentati dalle organizzazioni radicali, che porterebbero a
scontri militari molto duri e sanguinosi che coinvolgerebbero sicuramente
civili.
Il coprifuoco viene imposto anche quando si deve procedere ad operazioni
di arresto oppure ad esecuzioni mirate di personaggi collegati con il
terrorismo. Proprio queste esecuzioni mirate, con cui l'esercito israeliano
tenta di eliminare i vertici di Hamas e Jihad islamica, sono fonte di
odio profondo tra i palestinesi perché durante tali operazioni
molti civili rimangono uccisi o feriti. Gli attacchi infatti vengono
attuati con mezzi molto potenti, jet F16 ed elicotteri d'assalto Apache,
che scaricano in luoghi densamente popolati ordigni potentissimi, nel
caso degli aerei bombe da almeno due tonnellate e mezzo.
Altro capitolo è la demolizione delle case dei famigliari dei
palestinesi appartenenti alle organizzazioni terroristiche. Durante
i tre anni dell'Intifada Al Aqsa le case demolite nei territori occupati
sono state 421.
In compenso, le colonie israeliane edificate in territorio palestinese
in modo abusivo ed illegale, in palese spregio del diritto internazionale,
sono in continua espansione. Le colonie abitate da ebrei ortodossi sono
veri fortini protetti militarmente che possono alterare il normale svolgimento
della vita palestinese. Basti pensare alla colonia di Hebron, 400 persone,
situata nel centro storico della città, causa di continui coprifuoco
per i centomila abitanti palestinesi. I motivi possono essere i più
svariati: la preghiera del sabato, i figli dei coloni che devono andare
a scuola, qualche ricorrenza religiosa o un palestinese che riesce ad
entrare dentro la colonia ed uccide il primo ebreo che incontra, caso,
quest'ultimo, molto ricorrente.
I coloni, teoricamente illegali anche per Israele, sostengono che la
Palestina non ha diritto di esistere, dato che quella è la Terra
Promessa che Dio ha destinato al popolo eletto, ovvero agli ebrei.
Nonostante i buoni propositi, presenti anche nella recente road map,
nessuna colonia è mai stata smantellata.
E infine, la creazione del muro di separazione che dividerà Israele
dai territori occupati, isolandoli definitivamente, per prevenire l'infiltrazione
di attentatori suicidi. Il muro, lungo nei progetti 430 chilometri e
alto otto metri, è l'opera più contestata politicamente
dai palestinesi e dall'opinione pubblica mondiale. Corre internamente
ai territori occupati e quindi usurpa un ennesimo pezzo di territorio.
Inoltre isola intere città che, venendosi a trovare nel settore
ovest della barriera, verrebbero de facto annesse ad Israele. Altre
città, come al Qalqiliya, verrebbero invece completamente isolate
perché circondate dalla costruzione.
Grave anche la situazione degli agricoltori che si troverebbero in alcuni
casi ad avere la fattoria nel settore est ed i campi in quello ovest,
israeliano, ovviamente irraggiungibili.
La
situazione israeliana
La popolazione israeliana vive in uno stato di terrore permanente a
causa degli attacchi kamikaze che militanti di Hamas e Jihad islamica
sferrano alla loro sicurezza quotidiana.
Prendere un autobus pubblico a Gerusalemme ovest, ovvero il settore
israeliano, è un'esperienza non piacevole che dimostra la paranoia
in cui sta scivolando buona parte della popolazione che vive nelle grandi
città. Le fermate assomigliano a fortini militari dato che, insieme
ai normali utenti che attendono l'autobus, sono presenti dai tre ai
dodici soldati armati fino ai denti. Una volta saliti a bordo, il minimo
gesto sospetto provoca la reazione delle guardie armate che fermano
immediatamente chiunque appaia pericoloso. Il percorso è vissuto
nell'attesa spasmodica della fermata d'arrivo; il semaforo rosso o una
qualsiasi indecisione del conducente è mal sopportata.
Non solo gli autobus ma tutti i luoghi pubblici sono posti da cui è
meglio stare lontani. Discoteche, pub, supermercati, manifestazioni
popolari, luoghi di divertimento collettivo, sono "obiettivi militari",
come da definizione delle organizzazioni terroristiche.
Nonostante la minaccia sempre presente, la vita sembra continuare normalmente,
forse perché gli israeliani si fidano della militarizzazione
generale che c'è in giro. E' impressionante constatare quante
armi si possono vedere durante una normale passeggiata nelle vie commerciali
di Gerusalemme ovest. Ogni locale ha le sue guardie armate private che
controllano chiunque entri, ed è facile incontrare normali cittadini
cui spunta la pistola dalla cintura dei pantaloni.
Nonostante l'alto prezzo di vite pagato durante la seconda Intifada,
gli israeliani appoggiano in massa il governo presieduto da Ariel Sharon.
Sono favorevoli ad un'ulteriore stretta nella gestione dei territori
occupati, alla costruzione del muro di separazione ed alla politica
di "eliminazioni mirate" che tante polemiche ha provocato
anche all'interno della società israeliana. Si sentono sotto
assedio e cercano la sicurezza attraverso l'utilizzo della forza militare
che però non sembra poter avere ragione delle guerriglie palestinesi.
Il lato migliore che la società israeliana esprime, e sicuramente
quello che più fra tutti i soggetti di questa guerra sta lavorando
per il raggiungimento di una pace duratura e dignitosa per tutti, sono
i centri studi per il rispetto dei diritti umani.
Tra questi spicca B'Tselem traducibile in "a sua immagine"
con riferimento all'uguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio.
Questo centro studi è composto da avvocati, giornalisti, matematici,
docenti universitari, studenti, volontari, membri del parlamento israeliano.
Rifiutano la denominazione di pacifisti perché fuorviante e recante
un significato politico che non vogliono assumere. Non portano nessuna
rivendicazione e richiesta politica ma affrontano il problema da un
punto di vista scientifico e legale: i dati con le relative violazioni
dei diritti umani riguardanti i territori occupati che pubblicano sono
agghiaccianti ma mai nessuno è riuscito a smentirli.
Visti con sospetto dall'opinione pubblica israeliana che li accusa di
collaborazionismo con il nemico, portano avanti un lavoro indispensabile
a chiunque voglia capire la reale gravità della situazione. I
loro numeri non fanno che confermare quanto si intuisce facilmente girando
per le strade di Tel Aviv e di Gerusalemme ovest. La politica repressiva
dell'attuale governo sta demolendo la struttura sociale ed economica
di Israele. La prima a causa di una paura crescente, la seconda per
la forte disoccupazione. I barboni pullulano per le strade delle città
israeliane e lo stato sociale è continuamente tagliato perché
i fondi mancano, oppure sono indirizzati per il finanziamento delle
spese militari, elevatissime.
Prospettive
future
Il conflitto israelo-palestinese, anche se questo termine è fuorviante,
è destinato a non avere termine nel breve periodo e forse nemmeno
nel lungo. Troppe importanti questioni sono rimaste sul tavolo irrisolte
per molti anni ed ora, incancrenitesi, appaiono senza soluzione.
Inoltre l'odio è troppo impregnato in entrambi i tessuti sociali
per permettere anche solo la pacifica discussione. La Road Map, ricalcante
gli accordi di Oslo, è partita azzoppata perché non affrontava
in maniera decisiva i problemi cruciali ma puntava tutto su una tregua
fine a se stessa.
Indubbiamente i due popoli sono indissolubili. Che piaccia o meno ad
entrambe le fazioni, la loro vita rimarrà intrecciata per sempre.
Come nel passato è sempre stata. Osservando le due società
si possono trovare i segni di questa vicinanza: nel cibo, nella lingua,
nella religione, nei caratteri somatici ed in molto altro ancora.
In questo momento l'unica cosa auspicabile è una maggiore attenzione
dei paesi sviluppati verso questa regione. Attenzione che non significa
tifo per l'uno o per l'altro, ma volontà di trovare una soluzione
decorosa.
La via ovviamente rimane una sola, quella di due Stati per due popoli
con pari dignità. Che piaccia o meno, da questa stretta via bisogna
passare. Altrimenti sarà guerra perpetua.
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Torino
gemellata con Gaza e Haifa
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La
Città di Torino è da anni impegnata a sostenere
il difficile percorso di pace in Medio Oriente, attraverso attività
di sensibilizzazione, di scambi, e di iniziative di cooperazione
internazionale. Questa volontà è stata espressa
dal Consiglio Comunale nel 1996-97 attraverso l'approvazione dei
gemellaggi con Gaza ed Haifa. Nell'ambito del primo gemellaggio
la Città opera in sinergia con le altre città europee
del gruppo di lavoro denominato "EuroGaza". In questo
quadro, quest'anno, tramite la struttura del Settore Coop. Int.
e Pace, è stato avviato il progetto di realizzazione di
un internet center nella città di Gaza (Palestina) che
sarà installato nella biblioteca municipale donata dalla
città di Dunkerque. Vista l'impossibilità pratica
per i giovani palestinesi di uscire da Gaza per attività
di formazione o scambi culturali l'uso di internet diviene prioritario.
Il "Centro Internet", che nel tempo vuole diventare
un vero e proprio "Centro Informagiovani", potrà
contribuire a rafforzare le relazioni tra i giovani delle Città
gemellate di Torino e Gaza, affiancandosi alle attività
già in corso (promosse quest'anno dal CoCoPa) e previste
di scambi scolastici e giovanili. I rapporti con la città
di Haifa sono stati ripresi quest'anno nell'ambito del progetto
EPIC promosso dall'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)
che ha l'obiettivo di affrontare i bisogni sociali e sanitari
della popolazione palestinese ed israeliana, ma anche di contribuire
alla promozione di un dialogo e di una cultura di pace. Il progetto
si propone di avviare o rafforzare le partnership tra 8 Città
Europee, 8 palestinesi ed 8 israeliane. Il Comune di Torino, nel
rispetto dell'attuale situazione socio-politica delle due Città,
ha avviato uno studio di fattibilità di un intervento socio-sanitario
orientato alle politiche di genere e di pari opportunità
nelle due città partner di Gaza ed Haifa.
Maria
Bottiglieri
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