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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 06/2003 | ||
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NELLA MISCHIA! Il Rugby è sport rude e povero, è gioco intenso, sincero e pulito, fatto di regole ferree, uomini forti e leali, e di un gergo pittoresco, quasi aulico, di origine chiaramente anglosassone: ruck, maul, mischie ordinate, allineamento in touch, fallo "in avanti", mark o presa al volo, calciata in drop. di Marco Volpatto Sotto forma di gioco organizzato, nasce quasi per caso in Inghilterra, nella seconda metà dell'800, durante una partita di Football in un college della cittadina di Rugby: uno dei giovani allievi, probabilmente incapace di farsi valere con i piedi, raccolto il pallone con le mani riesce, tra spintoni, botte e scherni, ad arrivare fino alla porta avversaria che la storia ha in seguito definito "Meta". La palla, di forma non perfetta, fatta di stracci e cuoio cuciti in modo approssimativo, assume da subito l'attuale forma ovale. Dai tempi eroici di oltre un secolo fa, l'universo rugbistico ne ha fatta di strada. Importato in Italia all'inizio del '900, il rugby conta oggi decine di società sparse su tutto il territorio nazionale, una federazione (la FIR, Federazione Italiana Rugby) forte e rispettata, un settore giovanile che, dove si è lavorato bene, equivale nei numeri e nell'organizzazione a quello del calcio, un campionato di serie A con 11 squadre, una serie B ripartita in gironi regionali e numerosi tornei minori, uno dei quali, agguerrito, dedicato alle donne. La nostra Nazionale, bandiera ed emblema di tutto il movimento, può considerarsi di buon grado a ridosso delle prime dieci compagini del mondo. Da alcuni anni partecipa al "Sei Nazioni", il torneo continentale di maggior prestigio e, pur avendo vinto pochi incontri, se la gioca di fronte a formazioni blasonate e dalle grandi tradizioni quali Francia, Inghilterra, Irlanda, Galles e Scozia, gente dai lombi potenti e nobili come da sempre li vuole il miglior Rugby, gioco maschio, gioco per maschi, fango pestato, limato, raspato dai tacchetti, schemi, velocità e potenza pura. "Lottare, volere arrivare in fondo, schiacciare il nemico, colpirlo, e arrivare alla meta". Per lanciare la trasmissione degli incontri del "Sei Nazioni", la RAI e la Federazione Italiana Rugby hanno scomodato nientepopodimenoche Alessandro Baricco, le cui parole ricordano sapori di antiche battaglie e protagonisti determinati a combattersi allo scopo (sportivo) di superarsi e arrivare alla meta. Meta come punto di arrivo, ma anche riferimento, obiettivo e linea di ripartenza per realizzare altri punti, altro divario, altre occasioni, in una parola, trasformare. Il nostro è un movimento rugbistico sano, vivo nei principi tanto da resistere al tentativo mediocre e antisportivo messo in atto qualche anno fa da un signore che pensava fossero sufficienti i tanti soldi per vincere tutto, nel calcio, nella pallavolo, nel basket e anche nel rugby, oltre che negli affari e in politica, chiamando tutto con un solo nome, quello della sua invincibile armata calcistica. Nel Rugby no! È stato vinto, battuto nello stadio che c'è dietro una collina, al centro dell'Abruzzo, città dell'Aquila. La sua squadra, agglomerato di campionissimi caduti nel tranello della forte rapida ricchezza, perse partita, gloria e faccia contro la compagine figlia di una terra umile ma di immense tradizioni sportive e forte attaccamento alla bandiera. I ricchi a casa con le pive nel sacco e la coda tra le gambe, i poveri a far festa per una settimana, il Rugby di nuovo vero, sano, combattuto per passione, solo per passione. Il Rugby è democratico, per ciascuno c'è un posto, c'è un ruolo, giocano tutti, grandi e piccoli, magri e grassi, belli e brutti. In campo si scende in quindici contro quindici dentro un rettangolo lungo 100 metri e largo 70, con 5 metri di "via di fuga" per ogni lato che vanno a determinare l'intero recinto di gioco. La partita dura 80 interminabili minuti, due tempi da 40, lo scopo è quello di portare il pallone (un ovale di cuoio, composto di quattro pannelli cuciti tra loro, lungo 30 cm, pesante dai 400 ai 440 grammi) al di là della linea di meta, superando tutti gli avversari i quali, probabilmente, non sono d'accordo. Chi attacca deve farlo portando avanti il pallone con le mani; il passaggio al compagno può essere eseguito soltanto all'indietro o in linea orizzontale per cui si avanza un poco alla volta, si conquista metro per metro, zolla dopo zolla. Il pallone, quando la situazione tattica lo consente, può essere colpito (con i piedi) in avanti con il rischio, accentuato dalla forma dell'attrezzo, di perderne il controllo. Lo scopo in ogni caso è conquistare campo, fette di territorio, aree, spazi vitali. Non c'è terra di nessuno, l'avversario è lì, di fronte, a pochi passi, se ne sente il fiato. Chi difende controlla l'uomo e il pallone dei quali segue i movimenti affrontando di volta in volta l'avversario in possesso di palla, tentando di impedire allo stesso di infilarsi nei varchi, nelle falle che, per via del moto continuo, perpetuo, possono venirsi a creare. Infine lo scontro, l'impatto duro con il quale si cerca di mettere freno all'impeto avversario. Un muro si contrappone ad un altro muro. Nel momento in cui si va a terra uno dei due arbitri ordina la "mischia", otto contro otto, una squadra comanda, è padrona dell'ovale, l'altra sostiene, si oppone. C'è un attimo di sospensione, anche il pubblico smette di respirare poiché qui, in questo momento può decidersi molto, tutto: la mischia si sposta, avanza, trema, indietreggia, la palla può essere nascosta per un istante, poi esce, è un lampo, passa dal mediano di mischia a quello di apertura, il regista della squadra che detta schemi, tempi e giocate, quindi tutto accelera, esplode, diventa velocità, l'ovale va ai "tre quarti", gli uomini più rapidi, mentre chi prima era in mischia va a proteggere il portatore di palla dagli attacchi avversari che non sono bruscolini ma spallate, spinte, placcaggi, prese, il campo si accende, la battaglia ha inizio e non se ne intravede la fine. Nel caso in cui chi difende riesce a bloccare l'avversario, si ripete la mischia, lo scontro, l'impatto. Se invece, chi ha in mano il pallino del gioco indovina la strada, è meta quasi sicura. La meta è tutto, è premio alla fatica, è urlo che libera, è il motivo, l'aspirazione, il sogno di ogni giocatore di Rugby. Vale cinque punti ai quali se ne possono aggiungere due "trasformando" il calcio piazzato con cui, dai 22 metri e sulla verticale del punto d'appoggio della meta stessa, si cerca di fare centro tra i pali di una porta che ha la traversa in basso e nessun confine, nessun limite verso il cielo. Con i calci piazzati conseguenti ai falli di gioco i punti realizzabili sono tre. Si realizza una meta quando si riesce ad appoggiare a terra l'ovale al di là della linea di fondocampo, non importa come, in corsa, in tuffo, quel che conta è arrivare. Per gli altri, ovviamente, l'importante è impedire che ciò avvenga, anche con il placcaggio, il gesto più spettacolare di questo sport: è consentito, infatti, stendere l'avversario lanciato in corsa (se in possesso di palla) ma lo si può fare soltanto con le mani per cui si rende necessario un impavido tuffo in avanti ad arpionare, artigliare, mordere con le proprie braccia le caviglie, i polpacci di chi sta galoppando veloce verso la linea di meta. Il volo, la caduta, sono spettacolo vero, duro e puro, esaltazione di forza, energia, coraggio. Il Rugby è l'unico sport in cui si può fermare l'avversario in modo tanto plateale ed è una tra le attività di squadra dove si verificano meno incidenti, è gioco leale praticato nel rispetto dell'avversario, vinto o vincitore esso sia, è sport dal pubblico attento, critico e preparato che chiede la vittoria ma sa accontentarsi dello spettacolo sincero e del verdetto del campo, cosa non da poco in tempi di superlavoro per i tribunali sportivi e non. Vince, naturalmente, la squadra che riesce a fare almeno un punto in più degli avversari. Vince il più forte, il più astuto, il più determinato e resistente. Vince chi lotta e arriva fino in fondo, alla meta. Vince il migliore. Sempre.
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