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novembre/dicembre 2002









INFO

Per saperne di più sulle azioni degli enti locali volte alla sostenibilità:
http://fmcu-uto.org
Sito internazionale della World Federation of United Cities - United Town Organization
www.provincia.torino.it...

Nel sito della provincia di Torino, le pagine dedicate all'attuazione dell'Agenda 21
www.a21italy.net Sito di A21 - Comunità Sostenibili italiane

 

 


LUNGHE OMBRE SU JOHANNESBURG
Il fallimento della conferenza dei governi nazionali all'Earth Summit di Johannesburg. La ratifica da parte di Russia e Cina del Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici. La sessione parallela degli enti locali.

di Pier Luigi Salza e Paolo Mattone

Al centro degli obiettivi della conferenza dei governi nazionali all'Earth Summit, il vertice mondiale tenuto alla fine di agosto 2002 a Johannesburg, era stato lo "sviluppo sostenibile". Il vertice, sul quale già pesavano le annunciate resistenze a fare passi concreti verso la sostenibilità da parte di alcuni tra i maggiori protagonisti dell'attuale modello di sviluppo, Stati Uniti in testa, si è chiuso, purtroppo, secondo le peggiori previsioni. I risultati dell'agenda ufficiale del vertice si mostrano infatti assolutamente insufficienti rispetto alle necessità dettate dallo stato attuale del mondo, in termini di giusta distribuzione dell'accesso alle risorse e di compatibilità dell'attività umana con l'ambiente. In poche parole sono prevalsi gli interessi economici dei paesi ricchi e la salvaguarda dei loro privilegi.
Per la prima volta un vertice si è chiuso senza una vera convenzione o un trattato. Il "piano d'azione" che ne è scaturito, infatti, è un debole e assai poco impegnativo documento di princìpi, alla cui messa a punto hanno lavorato per giorni di defatiganti trattative le delegazioni di oltre 160 paesi del mondo, col fine principale di non scontentare nessuno.

Obiettivi e risultati della conferenza dei governi nazionali
Il vertice della Terra aveva formalmente in agenda una serie di obiettivi legati alla "sostenibilità".
Il primo era quello di dimezzare entro il 2015 il numero dei poveri nel mondo, cioè le persone che soffrono la fame. Questo obiettivo è stato di fatto aggirato stabilendo che i poveri sono solo coloro che "vivono" con meno di 1 dollaro al giorno, mentre le Nazioni Unite definiscono poveri una fascia di popolazione molto più ampia, includendo coloro che vivono con meno di 2 dollari al giorno. Partendo dai dati attuali e basandosi sulla crescita demografica tendenziale delle popolazioni interessate, è stato calcolato che il risultato di questa "leggera" differenza interpretativa comporta di fatto ammettere che nel 2015 permangano in povertà (cioè con meno di 2 dollari al giorno) più di 3 miliardi di essere umani!
Un secondo obiettivo era quello di dimezzare, entro la stessa data, il numero di coloro che non hanno accesso all'acqua potabile. In questo caso va ricordato che si tratta di una riedizione, meno ambiziosa, di un proposito enunciato già alla prima conferenza mondiale sull'acqua, tenuta a Mar de la Plata nel lontano 1977, e che ambiva ad assicurare l'accesso all'acqua a tutti gli abitanti della Terra entro il 2000. Non è necessario sottolineare come tale proposito non sia stato affatto rispettato, e come l'obiettivo di un dimezzamento oggi rappresenti di per sé un gioco al ribasso. Ma, in più, il "piano d'azione", non citandole, ammette la proprietà e la gestione private delle fonti d'acqua e dei bacini acquiferi, in particolare quelli transfrontalieri, rifiutando un esplicito riconoscimento dell'accesso all'acqua come diritto inalienabile.
Un terzo tema riguardava le forme di regolazione e controllo del commercio e della globalizzazione, in modo da favorire lo sviluppo dei paesi poveri e la conservazione dell'ambiente. In questo ambito un obiettivo importante era rappresentato dalla soppressione, o almeno dalla sensibile riduzione, dei sussidi alle agricolturure nazionali da parte dei paesi ricchi (in pratica protezionismo), per favorire le esportazioni agricole dei paesi poveri. Gli attuali sussidi di questo genere ammontano a 347 miliardi di dollari l'anno, una cifra enorme se si pensa che per risolvere il problema prima citato dell'accesso all'acqua in modo definitivo, secondo i calcoli dell'UNESCO, sarebbero sufficienti "appena" 110 miliardi di dollari in 10 anni. Ebbene, riguardo all'obbiettivo della riduzione dei sussidi, il "piano d'azione" non fissa alcun impegno preciso né scadenze formali.
Un quarto punto significativo riguardava l'adozione di almeno il 10% di fonti di energia rinnovabili entro il 2010. In merito a questo, il documento finale si limita a recepire una formula vaga che chiama in causa i grandi progetti idroelettrici e perfino… il nucleare.
Ancora, sul "principio di precauzione" si sono fatti passi indietro rispetto a quanto sancito a Rio de Jeneiro dieci anni fa e considerato questione chiave in ogni politica ambientale. Ora si parla solo più di "decisioni basate sulle conoscenze scientifiche" e di "approccio precauzionale".
Si potrebbe andare avanti così, via via elencando la maggior parte dei 152 "impegni" assunti, per rendersi conto che altro non sono che riformulazioni attenuate o riproposizioni tali e quali di impegni precedenti non realizzati.
In conclusione, al vertice di Johannesburg si è avuto la conferma che i potenti rifiutano le regole, senza, per altro, saper affrontare i problemi prodotti dalla globalizzazione economica. I concetti di equità, intesa come giustizia ambientale e sociale, di diritto, nella connotazione ampia dei diritti umani, e di partecipazione sono stati elusi. Tutta una serie di problematiche, inoltre, non sono state di fatto nemmeno lambite dal vertice: la cancellazione del debito, l'accesso alla terra, la privatizzazione dei servizi di base e la povertà, intesa come deficit non di denaro ma di potere e di controllo sulle proprie risorse. Tematiche sulle quali i movimenti sociali hanno spinto con forza reclamando il ruolo del pubblico e denunciando il debito ecologico e sociale che il ricco nord deve al resto del pianeta. Peccato che al riguardo ci sia da registrare un divario tra i movimenti sociali e le Organizzazioni Non Governative.

Un risultato a sorpresa fuori agenda
Un risultato positivo, sebbene fuori dall'agenda ufficiale e a lato del vertice, è rappresentato dalla ratifica a sorpresa del Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici da parte di Russia e Cina, le cui ripercussioni, sebbene tutte da verificare, si annunciano di non poca importanza. La prima conseguenza infatti è l'entrata in vigore, finalmente, del Protocollo stesso, rimasto finora praticamente inattivo e non vincolante per il mancato raggiungimento della condizione stabilita per la sua validità: la ratifica di almeno 55 paesi che insieme siano responsabili di almeno il 55% delle emissioni di gas di serra. Con l'inclusione di Russia e Cina questa condizione è ora finalmente soddisfatta.
È da valutare se questo risultato si riveli più importante per lo "sviluppo sostenibile" del fallimentare "piano d'azione" messo a punto al vertice. Il Protocollo di Kyoto sui cambiamenti climatici, approvato nel dicembre 1997, ha come obiettivo la riduzione delle emissioni dei gas di serra, in particolare di anidride carbonica, metano e protossido di azoto, considerati responsabili dei mutamenti climatici in atto. La riduzione, nella misura di circa il 5% in media, rispetto ai valori del 1990, è da attuarsi nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012. L'entrata in vigore del Protocollo impegnerà, seppure in misura diversa, 39 Paesi, sia industrializzati sia ad economia in transizione (i Paesi dell'est europeo), alla riduzione delle loro emissioni. Nessun tipo di limitazione alle emissioni di gas ad effetto serra è invece previsto per i Paesi "in via di sviluppo", perché un tale vincolo, come era stato già discusso a Rio de Janeiro nel 1992, condizionerebbe il loro cammino verso lo sviluppo socio-economico.
È perciò particolarmente significativo che l'entrata in vigore del Protocollo avvenga anche per merito della Cina la quale, benchè sia il secondo produttore al mondo di gas di serra dopo gli USA, dunque altrettanto determinante per raggiungere il quorum del 55% delle emissioni, in quanto Paese "in via di sviluppo" non sarebbe tenuta ad alcuna riduzione. In tal modo viene aggirato il maggior ostacolo alla entrata in vigore del Protocollo rappresentato dal rifiuto sempre opposto dagli Stati Uniti, il cui peso sulla bilancia dell'inquinamento atmosferico è pari al 36% del totale, motivato dalla semplice ragione che la sua applicazione avrebbe danneggiato l'economia americana.
Quanto all'efficacia, certamente un trattato internazionale è più vincolante di un "piano d'azione" debole che si risolve nell'ennesima lista di buone intenzioni e pochi contraddittori impegni.

La sessione dei governi locali
Nei giorni del Summit della Terra si è svolta, parallelamente ai lavori del vertice dei governi nazionali, anche una sessione dei governi locali.
La dimensione locale è particolarmente significativa se si vuole verificare concretamente l'attuabilità degli impegni assunti 10 anni fa a Rio e codificati in un insieme di obiettivi ambientali, economici e sociali nell'orizzonte del ventunesimo secolo, denominato Agenda 21. Nel panorama opaco di nazioni che hanno ampiamente disatteso il progresso nella direzione della sostenibilità concordato nel 1992, brillano alcune piccole isole che hanno almeno iniziato a sperimentare soluzioni in tema di trattamento dei rifiuti, di produzione di energia da fonti rinnovabili, di abbattimento delle emissioni dei mezzi di trasporto pubblico, di allevamento animale con metodi naturali. In un'ottica "lillipuziana" questi laboratori hanno un indubbio valore, anche se il limite attuale è ovviamente ancora la scarsa incidenza sui livelli nazionali.
Nel mondo esistono complessivamente 6500 esperienze di sperimentazione locale dell'Agenda 21: di queste ben 5000 sono in Europa, di cui 500 in Italia. In ambito italiano si è costituito un coordinamento delle realtà locali impegnate nell'attuazione di obiettivi dell'Agenda, denominato "A21 - Comunità Sostenibili". Nella nostra realtà l'ente maggiormente impegnato è la Provincia di Torino, che, unitamente al Comune di Torino e alla Regione Piemonte, figurava fra le realtà italiane presenti alla sessione dei governi locali, con diversi assessori e consiglieri.
La principale richiesta che la sessione dei governi locali ha rivolto alla conferenza dei governi nazionali è di ottenere uno status diverso (attualmente i livelli locali e regionali sono considerati "Organizzazioni Non Governative"), che recepisca l'effettivo ruolo di queste istanze quali soggetti attuatori degli impegni, vicini ai cittadini.
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