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INFO
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Per
saperne di più sulle azioni degli enti locali volte
alla sostenibilità:
http://fmcu-uto.org
Sito
internazionale della World Federation of United Cities - United
Town Organization
www.provincia.torino.it...
Nel sito della provincia di Torino, le pagine dedicate all'attuazione
dell'Agenda 21
www.a21italy.net Sito
di A21 - Comunità Sostenibili italiane
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LUNGHE
OMBRE SU JOHANNESBURG
Il
fallimento della conferenza dei governi nazionali all'Earth Summit di
Johannesburg. La ratifica da parte di Russia e Cina del Protocollo di
Kyoto sui cambiamenti climatici. La sessione parallela degli enti locali.
di
Pier Luigi Salza e Paolo Mattone
Al centro degli obiettivi della conferenza dei governi nazionali all'Earth
Summit, il vertice mondiale tenuto alla fine di agosto 2002 a Johannesburg,
era stato lo "sviluppo sostenibile". Il vertice, sul quale già
pesavano le annunciate resistenze a fare passi concreti verso la sostenibilità
da parte di alcuni tra i maggiori protagonisti dell'attuale modello di
sviluppo, Stati Uniti in testa, si è chiuso, purtroppo, secondo
le peggiori previsioni. I risultati dell'agenda ufficiale del vertice
si mostrano infatti assolutamente insufficienti rispetto alle necessità
dettate dallo stato attuale del mondo, in termini di giusta distribuzione
dell'accesso alle risorse e di compatibilità dell'attività
umana con l'ambiente. In poche parole sono prevalsi gli interessi economici
dei paesi ricchi e la salvaguarda dei loro privilegi.
Per la prima volta un vertice si è chiuso senza una vera convenzione
o un trattato. Il "piano d'azione" che ne è scaturito,
infatti, è un debole e assai poco impegnativo documento di princìpi,
alla cui messa a punto hanno lavorato per giorni di defatiganti trattative
le delegazioni di oltre 160 paesi del mondo, col fine principale di non
scontentare nessuno.
Obiettivi
e risultati della conferenza dei governi nazionali
Il vertice della Terra aveva formalmente in agenda una serie di obiettivi
legati alla "sostenibilità".
Il primo era quello di dimezzare entro il 2015 il numero dei poveri
nel mondo, cioè le persone che soffrono la fame. Questo obiettivo
è stato di fatto aggirato stabilendo che i poveri sono solo coloro
che "vivono" con meno di 1 dollaro al giorno, mentre le Nazioni
Unite definiscono poveri una fascia di popolazione molto più
ampia, includendo coloro che vivono con meno di 2 dollari al giorno.
Partendo dai dati attuali e basandosi sulla crescita demografica tendenziale
delle popolazioni interessate, è stato calcolato che il risultato
di questa "leggera" differenza interpretativa comporta di
fatto ammettere che nel 2015 permangano in povertà (cioè
con meno di 2 dollari al giorno) più di 3 miliardi di essere
umani!
Un secondo obiettivo era quello di dimezzare, entro la stessa data,
il numero di coloro che non hanno accesso all'acqua potabile. In questo
caso va ricordato che si tratta di una riedizione, meno ambiziosa, di
un proposito enunciato già alla prima conferenza mondiale sull'acqua,
tenuta a Mar de la Plata nel lontano 1977, e che ambiva ad assicurare
l'accesso all'acqua a tutti gli abitanti della Terra entro il 2000.
Non è necessario sottolineare come tale proposito non sia stato
affatto rispettato, e come l'obiettivo di un dimezzamento oggi rappresenti
di per sé un gioco al ribasso. Ma, in più, il "piano
d'azione", non citandole, ammette la proprietà e la gestione
private delle fonti d'acqua e dei bacini acquiferi, in particolare quelli
transfrontalieri, rifiutando un esplicito riconoscimento dell'accesso
all'acqua come diritto inalienabile.
Un terzo tema riguardava le forme di regolazione e controllo del commercio
e della globalizzazione, in modo da favorire lo sviluppo dei paesi poveri
e la conservazione dell'ambiente. In questo ambito un obiettivo importante
era rappresentato dalla soppressione, o almeno dalla sensibile riduzione,
dei sussidi alle agricolturure nazionali da parte dei paesi ricchi (in
pratica protezionismo), per favorire le esportazioni agricole dei paesi
poveri. Gli attuali sussidi di questo genere ammontano a 347 miliardi
di dollari l'anno, una cifra enorme se si pensa che per risolvere il
problema prima citato dell'accesso all'acqua in modo definitivo, secondo
i calcoli dell'UNESCO, sarebbero sufficienti "appena" 110
miliardi di dollari in 10 anni. Ebbene, riguardo all'obbiettivo della
riduzione dei sussidi, il "piano d'azione" non fissa alcun
impegno preciso né scadenze formali.
Un quarto punto significativo riguardava l'adozione di almeno il 10%
di fonti di energia rinnovabili entro il 2010. In merito a questo, il
documento finale si limita a recepire una formula vaga che chiama in
causa i grandi progetti idroelettrici e perfino
il nucleare.
Ancora, sul "principio di precauzione" si sono fatti passi
indietro rispetto a quanto sancito a Rio de Jeneiro dieci anni fa e
considerato questione chiave in ogni politica ambientale. Ora si parla
solo più di "decisioni basate sulle conoscenze scientifiche"
e di "approccio precauzionale".
Si potrebbe andare avanti così, via via elencando la maggior
parte dei 152 "impegni" assunti, per rendersi conto che altro
non sono che riformulazioni attenuate o riproposizioni tali e quali
di impegni precedenti non realizzati.
In conclusione, al vertice di Johannesburg si è avuto la conferma
che i potenti rifiutano le regole, senza, per altro, saper affrontare
i problemi prodotti dalla globalizzazione economica. I concetti di equità,
intesa come giustizia ambientale e sociale, di diritto, nella connotazione
ampia dei diritti umani, e di partecipazione sono stati elusi. Tutta
una serie di problematiche, inoltre, non sono state di fatto nemmeno
lambite dal vertice: la cancellazione del debito, l'accesso alla terra,
la privatizzazione dei servizi di base e la povertà, intesa come
deficit non di denaro ma di potere e di controllo sulle proprie risorse.
Tematiche sulle quali i movimenti sociali hanno spinto con forza reclamando
il ruolo del pubblico e denunciando il debito ecologico e sociale che
il ricco nord deve al resto del pianeta. Peccato che al riguardo ci
sia da registrare un divario tra i movimenti sociali e le Organizzazioni
Non Governative.
Un
risultato a sorpresa fuori agenda
Un risultato positivo, sebbene fuori dall'agenda ufficiale e a lato
del vertice, è rappresentato dalla ratifica a sorpresa del Protocollo
di Kyoto sui cambiamenti climatici da parte di Russia e Cina, le cui
ripercussioni, sebbene tutte da verificare, si annunciano di non poca
importanza. La prima conseguenza infatti è l'entrata in vigore,
finalmente, del Protocollo stesso, rimasto finora praticamente inattivo
e non vincolante per il mancato raggiungimento della condizione stabilita
per la sua validità: la ratifica di almeno 55 paesi che insieme
siano responsabili di almeno il 55% delle emissioni di gas di serra.
Con l'inclusione di Russia e Cina questa condizione è ora finalmente
soddisfatta.
È da valutare se questo risultato si riveli più importante
per lo "sviluppo sostenibile" del fallimentare "piano
d'azione" messo a punto al vertice. Il Protocollo di Kyoto sui
cambiamenti climatici, approvato nel dicembre 1997, ha come obiettivo
la riduzione delle emissioni dei gas di serra, in particolare di anidride
carbonica, metano e protossido di azoto, considerati responsabili dei
mutamenti climatici in atto. La riduzione, nella misura di circa il
5% in media, rispetto ai valori del 1990, è da attuarsi nel periodo
compreso tra il 2008 e il 2012. L'entrata in vigore del Protocollo impegnerà,
seppure in misura diversa, 39 Paesi, sia industrializzati sia ad economia
in transizione (i Paesi dell'est europeo), alla riduzione delle loro
emissioni. Nessun tipo di limitazione alle emissioni di gas ad effetto
serra è invece previsto per i Paesi "in via di sviluppo",
perché un tale vincolo, come era stato già discusso a
Rio de Janeiro nel 1992, condizionerebbe il loro cammino verso lo sviluppo
socio-economico.
È perciò particolarmente significativo che l'entrata in
vigore del Protocollo avvenga anche per merito della Cina la quale,
benchè sia il secondo produttore al mondo di gas di serra dopo
gli USA, dunque altrettanto determinante per raggiungere il quorum del
55% delle emissioni, in quanto Paese "in via di sviluppo"
non sarebbe tenuta ad alcuna riduzione. In tal modo viene aggirato il
maggior ostacolo alla entrata in vigore del Protocollo rappresentato
dal rifiuto sempre opposto dagli Stati Uniti, il cui peso sulla bilancia
dell'inquinamento atmosferico è pari al 36% del totale, motivato
dalla semplice ragione che la sua applicazione avrebbe danneggiato l'economia
americana.
Quanto all'efficacia, certamente un trattato internazionale è
più vincolante di un "piano d'azione" debole che si
risolve nell'ennesima lista di buone intenzioni e pochi contraddittori
impegni.
La
sessione dei governi locali
Nei giorni del Summit della Terra si è svolta, parallelamente ai
lavori del vertice dei governi nazionali, anche una sessione dei governi
locali.
La dimensione locale è particolarmente significativa se si vuole
verificare concretamente l'attuabilità degli impegni assunti 10
anni fa a Rio e codificati in un insieme di obiettivi ambientali, economici
e sociali nell'orizzonte del ventunesimo secolo, denominato Agenda 21.
Nel panorama opaco di nazioni che hanno ampiamente disatteso il progresso
nella direzione della sostenibilità concordato nel 1992, brillano
alcune piccole isole che hanno almeno iniziato a sperimentare soluzioni
in tema di trattamento dei rifiuti, di produzione di energia da fonti
rinnovabili, di abbattimento delle emissioni dei mezzi di trasporto pubblico,
di allevamento animale con metodi naturali. In un'ottica "lillipuziana"
questi laboratori hanno un indubbio valore, anche se il limite attuale
è ovviamente ancora la scarsa incidenza sui livelli nazionali.
Nel mondo esistono complessivamente 6500 esperienze di sperimentazione
locale dell'Agenda 21: di queste ben 5000 sono in Europa, di cui 500 in
Italia. In ambito italiano si è costituito un coordinamento delle
realtà locali impegnate nell'attuazione di obiettivi dell'Agenda,
denominato "A21 - Comunità Sostenibili". Nella nostra
realtà l'ente maggiormente impegnato è la Provincia di Torino,
che, unitamente al Comune di Torino e alla Regione Piemonte, figurava
fra le realtà italiane presenti alla sessione dei governi locali,
con diversi assessori e consiglieri.
La principale richiesta che la sessione dei governi locali ha rivolto
alla conferenza dei governi nazionali è di ottenere uno status
diverso (attualmente i livelli locali e regionali sono considerati "Organizzazioni
Non Governative"), che recepisca l'effettivo ruolo di queste istanze
quali soggetti attuatori degli impegni, vicini ai cittadini. |