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VIAGGIO
NEGLI INTESTINI DEL CENTRO AMERICA
Rischi e pericoli consigliati
e sconsigliati
di Francesca
Ferrando
Sono arrivata solo ora da un viaggio che chiamano paradiso blu. Ho gettato
il sacco pieno di vestiti sozzi, materiale di artigianato e ricordi quasi
già rotti. Mi sono buttata sul letto e ho aspettato che il nulla
del sonno infantile mi scorticasse le vene, lasciandomi a gambe infrante
e pensieri a pezzi. Ieri l'aereo non è caduto, mi hanno accompagnata
sana e salva i piloti della Lufthansa e le hostess troppo basse per sembrare
reali. Ho digerito tutto ciò che mi hanno dato, mi sono persino
leccata le dita di un pranzo vegetariano gratis, chiesto dieci giorni
prima da un telefono di San Francisco "yes, please, I am vegetarian,
may I have a meat-free meal on the airplane?" "yes, of course"
("Sì, sì, sono vegetariana. Potrei avere un pranzo
senza carne?" "certo, certo"), e con la solita noiosa precisione
del cibo burocratizzato, mi sono ritrovata a mangiare carne fatta di non
carne e pasta fatta di chi sa che cosa, e ho finito tutto. Questo dopo
un anno di viaggio, un anno. Non che sia molto, forse un settantesimo
della nostra vita, sempre che si arrivi a settant'anni senz'AIDS, cancro,
suicidio o
beh, sempre che ci si arrivi.
La
flebo schizzata
Io prima di quest'anno pensavo che sarei diventata vecchia, a volte
immaginavo di arrivare così vecchia che mi sarei innamorata delle
mie migliaia di rughe e labbra senza rossetto. Poi mi sono ammalata,
diciamo ogni mese, diciamo ogni settimana. In Centro America mi ammalavo,
e beh, l'altro lato di una torta all'arcobaleno, tutti i colori del
mondo, i gusti del mare, Centro America vita e sogno... e malattie.
Sì, mi sono ammalata e non ho mai pensato di essere così
mortale, perché prima la morte poteva avvenire per mani mie o
per le ruote di un TIR (ho solo vent'anni), ma l'avevo sempre sentita
lontana. Poi la malaria, perché le varie diarree all'acqua, amebe
e anemie non le considero nemmeno. Poi la malaria e star così
male da dire "qui muoio". Beh, passata. Non grazie ai dottori
del Guatemala, che all'ospedale pubblico di Antigua mi hanno immediatamente
riconosciuto la malattia, dandomi però le medicine sbagliate.
Malaria, anemia e ameba annunciate col sorriso sulle labbra "tienes
suerte, la malaria no te mata. Si hubiera sido cólera ya no estabas
acá" ("Sei fortunata, la malaria non uccide. Se fosse
stato colera non saresti più qui")... Diversa filosofia
di vita che io, mezza morta, ho quasi ammirato, sotto l'ago della flebo
(2 litri me li hanno sparati in mezz'ora, così mi potevano fare
uscire prima dall'ospedale) e la compagnia del signore nella barella
vicino alla mia che, più morto che vivo, si contorceva lentamente
a occhi chiusi, silenzioso. Un dottore lo vede e dice all'altro "e
questo che ha?" "boh..." "non sarà malaria?"
"no, non è malaria" "e che facciamo?" "non
so, lascialo lì". Sì, sì, lascialo pure lì,
che tanto prima o poi tutti dobbiamo morire, e questo in Centro America
non solo l'ho capito, ma l'ho vissuto, ho leccato l'esperienza con le
sue gocce amare, ho sentito di essere mortale come tutte le persone
che mi circondavano, ho compreso di essere facile preda delle malattie
come, se non più di loro. Ho visto che puoi avere 18 anni e mostrarne
35, averne 40 e parere 70enne.
Poi sono tornata nell'Italia del nuovo euro e ceroni in viso, e ho constatato
che qui le persone sembrano 20 anni più giovani. Non che questo
sia un complimento, l'Italia che si vergogna del proprio odore, delle
proprie fattezze, che compra porcherie chimiche vendute sotto forma
di amici dell'uomo e, se non di più, della donna - deodoranti,
profumi, colori di ogni tipo da sbattersi in faccia... - bambole rotte
di un meccanismo malato. Infine la chirurgia plastica, il nuovo dio
sei tu, non accettarti mai, passa il breve della tua vita stretto nel
corpo di un pagliaccio a batteria. Ma, a parte il lato tragicomico dell'estetica
italiana, qui la gente si ammala di meno, o comunque ha i soldi per
guarire - il più delle volte.
Torta
di zecche
Non rimpiango le malattie del Centro America, quelle non le rimpiangerò
mai, e neppure il cibo, ma tutto il resto sì, forse tutto il
resto. Vivere un anno nelle strade delle grandi città latino
americane, o delle piccole, o della natura, che ancora ti attacca accomodante,
donna stanca e plazentera, con le gambe aperte e la faccia soddisfatta.
Natura, la natura lì non è con l'erba tagliata, ti puoi
anche prendere le zecche aprendoti di diarrea alle due di notte in un
campo aperto dell'Honduras, come è successo a Roby, il mio compagno
di viaggio e di vita. Stavamo dormendo davanti al cimitero di Copan,
Roby si alza a defecare ogni ora, colpa di qualche riso e fagioli mangiato
con mani sporche. Al mattino si trova sui genitali 3 zecche e altre
2 sulla coscia. Gliele tolgo con la punta di un coltello rovente, prima
passata un po' di volte sul corpo della bestiola per ucciderla. Anche
io ne ho una sulla gamba destra che incontra lo stesso trattamento.
Il giorno dopo un nostro amico ci dice che bastava buttarci su un po'
di alcool e aspettare mezz'ora, quando il bestiolino nero, ubriaco,
avrebbe tolto la testa da dentro la carne per respirare. Se in preda
al panico la uccidi e la testa di medusa rimane dentro, la carne si
può infettare, e allora devi andare all'ospedale e spiegare che
una testa di zecca ha infettato la testa del pene del tuo ragazzo, giacché
Roby parla uno spagnolo a forma di gnocco, che si spiaccica in terra
a ogni parola che dice - ora è migliorato.
Budino
allo scorpione
Un altro simpatico insetto è l'alacrán, fratello minore
dello scorpione, che si trova in quasi tutte le spiagge del Centro America.
Normalmente di colore nero o marrone scuro, cammina pacifico e lento
sotto il sole esasperante dei Caraibi e, aggrappandosi con le chele
agli alberi o ad abiti umani, ama farsi cullare dal vento. Dicono che
adori nascondersi nelle scarpe abbandonate, attendere i piedi che vi
si infileranno e dargli un bel pizzicotto di benvenuto. Con noi l'alacrán
fu un po' più indiscreto, ficcandosi direttamente dentro il sacco
a pelo, mentre io e Roby, sulla spiaggia di El Semillero, Guatemala,
stavamo romanticamente accovacciati alla luce del falò e della
luna, sotto un cielo gravido di stelle paffute. E beh, l'alacrán
molesto dà un pizzicotto da primato sul braccio di Roby che,
quasi addormentato, fa un salto isterico. "Cos'è... cos'è...
qualcosa mi ha punto... deve essere una vespa!". Dopo il primo
dolore lui vorrebbe continuare a dormire, convinto di avere gettato
lontano l'insetto traditore. Dato che gli alacranes non sono come le
vespe che, una volta punto, perdono il pungiglione, preferisco controllare
che l'animaletto non sia più nei paraggi, per evitare una seconda
morsicatura. Appena ci alziamo, troviamo il signorino nascosto esattamente
all'altezza dei nostri deretani, al calduccio sotto le coperte. Roby,
in preda alla vendetta, lo uccide con il braccio ancora buono. Subito
dopo si sente in colpa, chiede scusa allo spiritello dell'insetto morto
e giura che non ucciderà mai più uno scorpione.
Dio,
il machete e la guardia notturna
E non che il Centro America sia particolarmente pericoloso, non più
di qua. Si può addirittura dormire per le strade guardati a vista
gratis, svegliarsi sani e salvi il giorno dopo, ringraziare il guardiano
notturno e iniziare a camminare alle 5 di mattina, tutto il giorno davanti
a te, e magari ti puoi anche bere un caffè con i soldi risparmiati...
ma no, meglio comprarsi delle tortillas al posto del caffè, e
coprire il pranzo. In Centro America infatti, con la scusa dei ladri
e delle pistole a basso costo, ogni negozio (o anche case borghesi)
paga un guardia che, durante la notte, passeggia col machete avanti
e indietro, annoiandosi a morte o chiacchierando con qualche ubriaco
di passaggio. Non hanno nulla a che vedere con la polizia, anzi sono
le persone più gentili e amabili del mondo. Noi molte volte,
quando la città appariva un po' pericolosa o quando la gente
ci diceva che "hay muchos ladrones por acá", non potendo
mettere la tenda o dormire in un posto riparato, col rischio di svegliarci
senza scarpe, andavamo da questi guardiani notturni, chiacchieravamo
un po' con loro "Ciao compagno, siamo artigiani, ci lasceresti
dormire qua? Il fatto è che una pensione è troppo cara...".
E il più delle volte i tipi, gentilissimi, ci lasciavano dormire
sotto la loro protezione, con il solo limite della sveglia alle 5, ora
in cui se ne andavano e in cui ci saremmo dovuti alzare anche noi, affinché
il padrone, arrivando alle 8, non ci trovasse lì.
Una volta un guardia ci ha persino detto che potevamo darci una sciacquata
al lavandino sotto la casa del proprietario, e noi alle 5 di mattina
- che anche se è Honduras fa freddo lo stesso - ci siamo praticamente
fatti la doccia, mentre i signori russavano a pochi metri di distanza.
Quando ce ne siamo andati gli abbiamo regalato un braccialetto rasta
comprato dalle donne indigene in Guatemala, e che rivendevamo in giro,
accanto ai pezzi fatti da noi. "Bene fratello, questo è
il braccialetto dell'amicizia, i colori rasta di Bob Marley. Conosci
Bob Marley?". E lo conosceva, e gli piaceva pure, e quasi gli spuntano
le lacrime agli occhi, e con gli occhi dolci, di fratello onduregno,
prende il bracciale con una mano sfasciata, mezza morta, mentre con
l'altra regge il machete.
E ci racconta che una volta, ubriaco, voleva salvare suo fratello da
un tipo che, per vendetta, stava per ucciderlo. Allora lui si è
offerto "Uccidi me, al posto di mio fratello". E il tipo,
un signore vecchio che conoscevano da tempo, gli sferra il machete un
bel po' di volte sul braccio. Lui non sente nulla perché è
sbronzo. Al mattino si sveglia e si rende conto di tutto. E mi dice
che se non fosse stato ubriaco non avrebbe detto una cosa simile, che
lui ha famiglia, moglie e 2 bambini; ma lui ha fede, dice, e dio, da
lassù, vede e si ricorda di tutto. Ci salutiamo abbracciandoci,
un bel ricordo nel cuore per entrambi. Dolce guardia di La Ceiba.
La
tortilla nomade
E il cibo sempre lo stesso: stesse verdure, stesso pan dulce, stessa
carne che noi, vegetariani da anni, non abbiamo quasi mai mangiato.
L'unica eccezione furono dei deliziosi tamales (involtini di pasta di
mais ripieni di pollo), cucinati dalle donne zapatiste in Messico durante
la festa della vergine (metà dicembre). Dopo una dieta di fagioli
(pochi) e tortillas (molte) per un mese, 2 volte al giorno, i tamales
ripieni di pollo ci sembrarono doni mandati direttamente dal cielo,
o da Zapata...
Ma se il tipo di cibo rimane più o meno invariato in tutto il
Centro America, le tortillas, invece, cambiano a seconda del paese in
cui ti trovi. Più buone, a mio parere, quelle di El Salvador,
belle spesse, quasi delle frittelle, mentre in Guatemala sono più
sottili, vengono impastate a mano dalle donne indigene e si trovano
anche fatte di mais nero, che alla fine hanno lo stesso sapore delle
altre (gialle o bianche), ma perlomeno destano il piacere dell'occhio.
In Costa Rica si passa alle tortillas industriali impacchettate, mentre
quelle in Messico, se pur fatte a macchina, sono però vendute
appena sfornate, ancora calde. E tutto sommato le verdure non sono così
economiche, a meno che non si arrivi col mazzetto di lire dall'Italia,
o di euro, e ci si culli, per non più di un mese, sulle spiagge
dei tropici, per poi tornare ai grigi lavori di ufficio ed aspettare
un altro anno, un'altra estate, un altra vacanza spesata. Ma se vivi
lì, se lavori con gente locale e guadagni soldi locali - una
media quotidiana di 6 euro per due persone (3 a testa) - procurarsi
ogni giorno il cibo può diventare problematico, a meno che non
ci si imbatta in un gruppo di turisti bramosi di souvenir e a corto
di tempo, ai quali vendere a prezzi terzomondisti: ma è una rara
fortuna (o sfortuna).
Il
canto delle banane gioviali
Se i soldi non bastano e hai voglia di cantare, puoi andare al mercato
della frutta e della verdura e, con uno djambeè di accompagnamento
o con una pentola per pasta, battere il ritmo e dedicare canzoni inventate
a queste donne dalle trecce lunghe che, sedute per terra o su banche
di legno, vendono pomodori, cipolle, ananas, banane, papaie, avocado.
Una volta a Panajachel, Guatemala, con un nostro amico artigiano svizzero,
Lukas, che tornava in patria e ci lasciava lo djambeè barattandolo
con pezzi di giada (ma più per amicizia), abbiamo iniziato ad
improvvisare canzoni del tipo "grazie per le banane", "grazie
dei pomodori" e, tra dolci sorrisi senza denti, siamo tornati a
casa col sacchetto pieno di cibo, potendo così cucinare per Lester,
il ragazzo inglese che ci ospitava.
Non sapendo o non avendo voglia di usare la musica per riempirsi lo
stomaco, basta andare al mercato verso le sei e raccogliere la frutta
e le verdure che vengono gettate via perché ormai troppo mature.
A San Cristobal de Las Casas, Chiapas, Messico, eravamo ospitati nella
pensione più economica che abbiamo trovato, giacché sconosciuta
ai turisti e frequentata solo da famiglie locali e venditori ambulanti.
Questa pensione, El Faro, si trova nel bel mezzo del mercato, e per
più di un mese siamo andati avanti mangiando zuppe di verdure
trovate per terra e cotte su di un fornelletto a carbone ricavato da
una grande latta (la nostra era di olive), che le donne indigene usano
per cucinare e che vendono a circa 1 euro il piccolo, 2 il grande. Questo
metodo di procurarci il cibo è stato però abbandonato
dopo che, in Guatemala, abbiamo mangiato un avocado che era stato poco
prima morso da un cane smilzo e bohémien. A parere di Roby sarebbe
bastato tagliare la parte addentata. Fatto sta che io mi presi l'ameba
e mi passai una folle settimana di diarrea, febbre, mal di pancia, mal
di testa, e da allora per mesi non mangiai più avocado né
raccolsi cibo trovato per terra.
Il
rubinetto della perduta giovinezza
A braccetto con l'avocado insalivato dal cane di strada guatemalteco
va l'acqua del rubinetto. Bisogna dire che in Messico l'avevamo sempre
bevuta, all'inizio mettendoci gocce che in teoria la depurano (tornavamo
dalla selva Lacandona e lì le avevamo usate per un mese con buoni
risultati), poi senza nulla, dato che avevamo scoperto che le gocce
purificatrici contenevano cotenna di maiale. Fatto sta che, arrivati
in Guatemala, bevemmo direttamente l'acqua del rubinetto. Per un po'
di giorni, a dire il vero, non ci successe nulla, anche se, già
solo a occhio nudo, si vedevano dei pezzettini verdi ed altro galleggiare
nella bottiglia che riempivamo. Roby era dell'opinione che ciò
non fosse un problema. Al quarto giorno tutti e due ci siamo sciolti
in diarrea dovuta ad ameba. La gente locale ci ha poi detto, ridendo,
che quell'acqua non la usavano neppure per lavarsi i denti, ma che la
facevano bollire 40 minuti, dato che arrivava direttamente dalla montagna
sovrastante senza alcun filtro ed era sporchissima.
Questo successe all'inizio dei 10 mesi passati in Centro America - 2
li abbiamo trascorsi in California, tra i residui della cultura hippy
del 2000. Quando tornammo in Guatemala verso la fine del nostro viaggio,
se pur molto più attenti e molto meno naïf rispetto alla
salute, ci ammalammo di nuovo, e non solo di ameba, ma anche di giardiasi
e di verme solitario, pur facendo sempre bollire l'acqua da bere e cercando
di lavare bene la frutta e la verdura. Dopo questo circo di microrganismi
e lombrichi che hanno ballato nel mio intestino per mesi, se dovessi
tornare indietro aggiungerei 2 gocce di cloro nell'acqua, per ogni evenienza.
Alle
mosche piace giallo
Un'altra bella esperienza marrone fu quando in Nicaragua Roby si bevve
un bicchiere di latte giallo squagliato, covato dalle mosche da un po'
di giorni. Il fatto è che eravamo ospitati da questa ragazza
sveglissima, Xenobia, che faceva teatro, insegnava, scriveva, e viveva
in una stanza con due sorelle e la sua bambina, Celeste Ayonara. Nonostante
la sua preparazione culturale, non aveva granché nozioni di igiene
e di salute - ogni 6 mesi si prende degli antibiotici "per pulirsi
dentro" e, di fronte alla mia faccia stupefatta, mi dice che lì
lo fanno tutti. Avendo il fornello per cucinare nel cortile, lasciava
spesso il cibo all'aperto, con le migliaia di mosche che tutto l'anno
perseguitano León (una delle città più fighe e
più calde del Nicaragua). Fatto sta che ogni mattina ci offriva
un bicchiere di latte ben giallognolo, ma quel giorno il nettare bovino
aveva un aspetto ancora più curioso, tutto pezzato, a carta geografica.
Per mia fortuna, subito dopo il primo e indimenticabile sorso, dalla
scuderia di mosche che bazzicava attorno ai nostri bicchieri una si
affogò selvaggiamente proprio nel mio latte, dandomi quindi la
scusa per non finirlo - anche se mi resi conto, dallo sguardo contrariato
di Xenobia, che avrebbe voluto togliere la mosca con un cucchiaino e
farmelo bere lo stesso. Conclusione: tutti e tre ci ammalammo, ma il
più grave fu Roby che, dopo essersi tracannato il latte fino
all'ultimo goccio (pur essendo andato a male aveva dello zucchero dentro
e lui è golosissimo) una settimana non bastò a farlo riprendere.
Preoccupati che potesse rimanerci per disidratazione, andammo tutti
all'ospedale accompagnati da Beto e Fidel, due amici di León
che, sandinisti in gioventù, figli dei fiori nel cuore, ci conobbero
mentre stavamo vendendo per strada e si affezionarono incredibilmente.
All'ospedale venni visitata anch'io per lo stesso problema di Roby e
per un forte dolore di stomaco che mi torturava già da un po'
di tempo. Dato che la stanza era sovraffollata e i lettini tutti occupati,
il dottore chiese a un signore che si teneva la testa di alzarsi dalla
barella: "Un attimino, amico, per visitare la gringuita".
Il paziente farfuglia gentilmente "claro, claro, ningun problema"
e, barcollando un po' con il suo grosso corpo, si va ad appoggiare al
muro. Io intanto mi siedo e alzo la maglietta sullo stomaco. Il dottore
palpa rapidamente e dice "sì, sì...". Fa ridistendere
il signore, si siede e mi prescrive 6 medicine, dicendomi "questa
è per la gastrite, in caso tu abbia la gastrite, questa per la
colite, se è colite, questa la prendi in caso fosse un'infezione,
questa se è ulcera, questa..." Insomma, prendi tutte queste
medicine che cureranno ciò che hai, ma poi hai lo stomaco ridotto
un colabrodo, puoi starne certa...
Il
sole nell'intestino
Comunque devo dire, a proposito di ospedali pubblici, che in Costa Rica
mi curarono benissimo dal secondo attacco di malaria (in cui ricaddi
3 mesi dopo il primo), con tanto di ricovero e di medicine totalmente
gratis. Daniel, un artigiano costarichense incontrato in Nicaragua,
che aveva vissuto un anno tra le case occupate europee, mi spiegò
che in Costa Rica il governo voleva privatizzare tutto - scuola, salute,
energia elettrica - e che la popolazione rispose con uno sciopero totale
di una settimana, dico una settimana in cui si immobilizzò il
paese... Beh, per ora hanno abbandonato il progetto.
Poi sono tornata, un bel po' di lettere nel mio diario, e non lettere
d'amore o di amicizia, che quelle ormai arrivano solo più via
internet e così rapidamente spariscono, per decisione del grande
cervello meccanico, ma esami delle feci dal Messico, dal Guatemala,
dal solare Nicaragua... Diciamo che un viaggio prolungato in Centro
America sarà un tuffo in un cuore di terra e magia rossa, fatta
di gente soave, lingue dai suoni sconosciuti, pietre sacre a cultori
precolombiani, profumi intensi e umidi. Ma può anche diventare
un viaggio nei luoghi più reconditi dei vostri intestini, che
diverranno nuovi e allettanti pascoli per vermi solitari beati e sorridenti,
amebe latine e mille altre curiose creature... inevitabili compagne
di fine millennio per un europeo in un paese centro americano!
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