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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 06/2002 | ||
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UNA
VITA GAYA Il pianeta omosessualità di Torino è parte della galassia cittadina. Una delle tante stelle che affollano le nostre vie, piazze, case. Un pianeta come gli altri, quelli delle preferenze sessuali, dei talenti, delle passioni, delle professioni. Un astro cangiante che continua ad essere messo in discussione nella sua rincorsa al diritto alla normalità. E la frase citata qui sopra è una delle tante risposte fornite agli esperti dell'Università di Torino, che hanno condotto un'indagine su "Omosessuali e transessuali a Torino", commissionata dall'Amministrazione comunale. L'abbiamo scelta per prima, questa frase, perché è bella, perché esprime il bisogno e la volontà di rapportarsi alla pari di tutti gli altri componenti della società alla luce del sole, senza pregiudizi, con una normale tutela anche legale. Un bisogno-diritto che a Torino, "una tipica grande città del Nord", come la definisce la ricerca, malgrado tutto comincia ad essere garantito. L'apertura mentale si fa spazio. Sgomitando, sia chiaro: i preconcetti da spostare sono innumerevoli e spesso hanno fondamenta secolari. Così scopriamo che nella nostra metropoli c'è voglia di coppia stabile e monogama anche tra gli innamorati dello stesso sesso, siano essi uomini o donne, una tendenza già rilevata a livello nazionale. Le vite famigliari descritte dalla ricerca "appaiono per molti aspetti analoghe a quelle normalmente descritte per le coppie eterosessuali": gli uomini vivono un rapporto stabile e una convivenza al 71,2 per cento degli intervistati e le donne all'80,5 per cento. Torino, dice in altre parole lo studio del Comune, inizia ad offrire le garanzie perché queste giuste e minime condizioni di vita siano possibili. Partiamo da questo dato per un articolo che non ha pretese di completezza e che affronterà soltanto parti salienti della ricerca, che rientra in un impegno più ampio preso da Palazzo civico verso quelle che tecnicamente sono definite "politiche di genere". In una delle tante sedi comunali, in via Bazzi 4, è stato aperto l'ufficio dedicato a tali questioni. Un lungo corridoio di mattonelle rosse e tante porte uguali, conducono a quella dei tre funzionari che, primi assoluti in Italia, si occupano di queste politiche. "Individuiamo le linee d'azione dei servizi municipali per una cultura di rispetto e confronto - spiegano con il giusto orgoglio dei precursori - diamo consigli e direttive circa l'utilizzo delle risorse dedicate alle politiche di genere e curiamo i rapporti con le tante associazioni omosessuali attive in città". Sono loro ad annunciare che "l'analisi su omosessuali e transessuali a Torino diventerà presto un libro, disponibile a tutto il pubblico". Intanto ne anticipiamo alcuni passi, premettendo un dato metodologico e culturale molto importante: le interviste hanno riguardato 250 uomini e 250 donne, una perfetta parità d'analisi che talvolta, "per la strana idea che in genere si ha sulle donne omosessuali, non è del tutto garantita", come spiegano dall'ufficio. Nella città della Mole un'ampia maggioranza di uomini (il 68,8 per cento) dichiara di essere esclusivamente omosessuale. Alla stessa categoria, invece, appartiene poco più di un terzo delle donne (38,6 per cento). Gli uomini stabiliscono un netto confine tra omo ed eterosessualità, le donne danno spesso una definizione di sé più aperta e flessibile. La famiglia. "La mattina - ha detto in un'intervista Enzo, 48 anni - mi sono trovato la mamma con un muso terribile. Mi ha detto subito: mi fai schifo, non ti voglio più vedere. Mi hanno fatto malissimo. Questo chiaramente per lei è stato il primo impulso, poi mi ha chiesto scusa, m'ha abbracciato e consolato e comunque poi è passata e ne ho parlato anche con lei di questa cosa". E Cinzia, 33 anni: "Io non sono andata a dire a nessuno che sono omosessuale, però da sette anni vivo con Letizia. Magari le mie sorelle da sole l'hanno ben capito. Comunque io non è che mi nascondo, fuggo o dico le palle e gli racconto bugie. Non racconto, semplicemente, non dico i particolari". Il 51,6 per cento degli uomini intervistati a Torino ha avuto un rifiuto espresso della sua omosessualità da parte del padre o della madre. Per le donne c'è una differenza: il no è arrivato nel 47,5 per cento dei casi dal padre, nel 29,8 dalla madre. I fratelli criticano molto più delle sorelle e lo fanno in maggioranza con gli uomini che con le donne. "Tra le ragioni indicate dai familiari per spiegare le loro difficoltà - si legge sui risultati della ricerca - c'è soprattutto la preoccupazione per la loro felicità. Schifo e vergogna, tuttavia, sono tutt'altro che infrequenti. L'omosessualità come malattia è stata nominata, tra le risposte indicate, in circa un terzo dei casi. Il dispiacere di non avere nipoti è presente nel 20 per cento delle risposte. Dalle storie di vita emerge inoltre che la violenza fisica è esercitata più facilmente dal padre che dalla madre". L'analisi si è preoccupata di scandagliare anche la vita scolastica degli intervistati omosessuali. Uno dei primi luoghi nei quali si affrontano le questioni di visibilità e le discriminazioni è proprio la scuola, ma è pure qui che si comincia a costruire la propria identità. Gli uomini dichiarano di essere stati "oggetto di scherno o isolamento da parte dei compagni di scuola" nel 47,7 per cento dei casi, le donne nel 10,1 per cento. Quasi mai gli insegnanti si comportano in questo modo - ci mancherebbe altro - ma resta un dato che fa pensare: il 5,6 per cento di uomini e il 2,4 di donne confessano che i loro insegnanti li hanno discriminati per le loro attitudini sessuali. Anche sul lavoro i comportamenti corretti si stanno affermando. Quasi mai vengono riportate eclatanti discriminazioni (l'11 per cento degli uomini e il 6 delle donne), anche se in molti altri casi si parla di "costi di nascondimento", di condizioni non proprio uguali e paritarie rispetto a quelle degli eterosessuali. Spiega Grazia, 21 anni: "Qui al lavoro faccio finta di essere eterosessuale. Nel senso che se mi chiedono: cosa hai fatto ieri sera? io, invece di rispondere: sono uscita con la mia ragazza, dico: sono uscita con il mio ragazzo. Ma questo non è tanto nella mia natura, prima non ero così. Prima non avevo problemi a dire che ero lesbica". Esistono anche a Torino le comunità omosessuali. Il coinvolgimento in esse è definito tecnicamente con il termine inglese commitment, ed è emerso che gli uomini hanno la tendenza ad una frequentazione esclusiva per il 19,1 per cento, contro il 9,9 delle donne. Un livello medio di commitment è stato dichiarato da circa il 45 per cento degli uomini e il 42 delle donne. Come si comportano gli omosessuali a Torino nelle cosiddette "scelte di visibilità"? Come dichiarano o esprimono la propria natura fuori dai circoli esclusivi di cui abbiamo appena parlato? "Poco visibile" il 43 per cento degli uomini e il 33 delle donne; "abbastanza visibile" il 34 e il 39; "molto" il 23 e il 27. In particolare, per le donne la visibilità appare meno strettamente correlata ad una definizione esclusiva del proprio orientamento sessuale. Gli uomini che si dichiarano molto visibili sono infatti gli stessi che descrivono come esclusiva la loro preferenza per lo stesso sesso. Un discorso a parte meritano i transessuali. "Spesso - ci spiegano dall'ufficio delle politiche di genere - per scarsa conoscenza si confondono omosessuali e transessuali. In effetti, però, si tratta di generi molto diversi, che presentano problematiche da tenere ben distinte". E la ricerca mostra ad esempio le grandissime difficoltà che, anche a Torino, i transessuali incontrano sul mondo del lavoro. Difficoltà molto maggiori rispetto a quelle degli omosessuali. "Ho attuato tutte le strategie possibili - ha raccontato Anna, trentunenne - ho compilato un curriculum, anche lì con il cognome e l'iniziale del nome, steso in modo neutro, senza scrivere al femminile. Mi è stato consigliato di fare così e funziona. Fino a quando non gli dico il nome anagrafico, che è maschile. Lì vedo che il selezionatore rimane un po' spiazzato e poi il risultato è quello che è, ne ho fatti tanti e comunque nessuno è andato a buon fine". In generale, del resto, è difficile trarre le conclusioni. La ricerca definisce la situazione a Torino "tutto sommato positiva", almeno per il contesto istituzionale. La città ha dimostrato una sensibilità maggiore della media per la promozione di eventi culturali che non censurano la matrice omosessuale (si pensi al festival del cinema dedicato a queste tematiche). "Per certi versi - dicono i ricercatori - il contesto torinese presenta una situazione di forte maturazione, probabilmente anche grazie alla presenza di associazioni e gruppi. Ciò detto, ci sembra che esista ancora uno spazio d'azione per le politiche pubbliche sia dal punto di vista delle attività di sorveglianza sulle discriminazioni, sia dal punto di vista degli interventi normativi". |
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