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IN
BIBLIOTECA O IN LIBRERIA
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- AA.VV.,
Fiabe friulane, Milano, 1978.
- M.
Colangelo (a cura di), Memorie diverse, Trieste, 2000.
- S.
Morat, Donald dal Tiliment, Mortean (UD), 2001.
- S.
Salvi, Le nazioni proibite. Guida a dieci colonie "interne"
dell'Europa occidentale, Valecchi, Firenze, 1973
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FRIULI
E TRIESTE, A EST DEL NORDEST
di Marco
Stolfo
Le Alpi a
nord, l'Adriatico a sud, Meschio e Livenza a ovest, Isonzo e foce del
Timavo a est. Sono i riferimenti geografici che definiscono il territorio
del Friuli: terra di confine, ex irredenta, forse redenta, ma anche terra
senza confini, forse ridente e almeno un po' irridente, perché,
nonostante tutto, conserva quella sua peculiarità che poteri e
eserciti hanno cercato a lungo di eliminare, o quanto meno di correggere
a proprio piacimento, cioè il suo essere luogo di incontro, convivenza
e scambio tra popoli, lingue e culture differenti.
A lungo questa terra e le sue genti non hanno avuto altra scelta che dover
essere (o convincersi di essere) ciò che altri volevano che fossero.
Oggi, dopo che con il muro di Berlino è caduto anche quello di
Gorizia, il Friuli ha finalmente la possibilità di provare a essere
se stesso. E qualcosa di simile è alla portata anche di Trieste,
così vicina e così lontana, che per un secolo ha visto la
propria secolare vocazione cosmopolita soffocare sotto i colpi dei nazionalismi.
È troppo presto per poter dire se le due componenti della regione
Friuli-Venezia Giulia siano in grado di cogliere questa chance. Provare
a capirne qualcosa di più può essere un ulteriore motivo
per recarsi a est del Nordest, dove in ogni caso può essere piacevole
perdersi e ritrovarsi tra arte e musica, suggestioni letterarie e leggende,
montagne e pianure, colline e lagune, spiagge e scogliere, città
e paesi, lingue e dialetti e un mare di delizie per gli occhi e il palato.
Tra
Nievo, Pasolini, Hemingway e Paperino
La
scoperta del Friuli può cominciare da quella parte della regione
aggregata dall'Ottocento alla Provincia di Venezia, in cui Ippolito
Nievo ambientò le sue Confessioni di un ottuagenario e nella
quale meritano una visita quanto meno Concordia Sagittaria, con la sua
chiesa romanica, gli scavi archeologici e i resti romani, e Portogruaro,
con i suoi palazzi nobiliari. Procedendo verso nord, lungo strade immerse
nel verde che seguono il corso di fiumi e canali, si può arrivare
a Sesto al Reghena, località cresciuta attorno all'antica e ben
conservata abbazia di Santa Maria in Sylvis e da qui, passando per San
Vito al Tagliamento, dominato dalla Torre Raimonda, si giunge a Casarsa,
alla scoperta dei luoghi della gioventù di Pier Paolo Pasolini.
Di qui si può scegliere di procedere verso occidente: in tal
caso all'orizzonte si staglia il campanile del duomo di Pordenone, che
insieme al palazzo del comune costituisce il cuore medievale e rinascimentale
di una città industriale moderna; ancora oltre c'è Porcia
con il suo castello e Sacile, da cui piegando nuovamente verso nordest
lungo la fascia pedemontana si approda a Caneva e passando per Aviano,
conosciuto più per la base militare Usa che per il borgo di Castello,
si va verso Maniago, che vanta un elegante duomo quattrocentesco e si
trova all'imbocco delle impervie e pittoresche valli Cellina e Meduna.
Da Casarsa, però, si può avanzare anche verso nord, parallelamente
alla sponda destra del Tagliamento, in direzione di Spilimbergo, che
conserva un ricco centro storico d'impronta medievale, caratterizzato
dal borgo-castello e dalla curiosa facciata "ad occhi" del
duomo, oppure verso sud est, seguendo le orme di Donald, il famoso Paperino
di di Walt Disney
Donald dal Tiliment (cioè Donald del Tagliamento) è il
titolo di un gran bel romanzo scritto in un friulano estremamente musicale
e ritmato che racconta una storia fanta-futuribile popolata da una serie
di personaggi esilaranti, tra cui proprio Paperino, impegnati in partite
di calcio, ricerche di tesori nascosti e visioni psichedeliche. Le intricate
vicende del libro sono ambientate nella Bassa, la parte della pianura
che affascinò anche Hemingway, quella più vicina al mare,
tra Portogruaro e l'Isonzo, in cui si alternano boschi, risorgive, paludi,
terreni coltivati, vigneti, cascinali abbandonati e zone in cui, tra
bonifiche, agricoltura intensiva, industrializzazione e sviluppo turistico,
è assai evidente l'intervento dell'uomo. È questa la zona
di Palmanova, la città-fortezza a forma di stella edificata dai
veneziani nel 1583 per difendersi da asburgici e ottomani, Aquileia,
con la basilica, il campanile e gli scavi archeologici ricchi di testimonianze
del suo passato patriarcale, e, in laguna, Grado e Marano: l'una nota
per il suo centro storico e la spiaggia d'élite; l'altra meno
turistica e più ruspante e con alle spalle un'oasi naturalistica
dietro i cui canneti si scorge Lignano Sabbiadoro; entrambe, come testimonia
il dialetto, antichi avamposti di Venezia, che nel Medioevo stavano
al Friuli un po' come Macao e Hong Kong alla Cina.
Dal
Friuli a Trieste
Alla
Foce del Timavo, dove secondo il mito greco sbarcarono gli Argonauti,
si conclude il viaggio di Donald. Se si vuole andare a Trieste bisogna
proseguire, lasciandosi alle spalle la pianura friulana.
Il primo impatto con il litorale triestino è rappresentato da
Duino, gradevole località dal sapore mitteleuropeo, sede dello
United World College, frequentato da studenti di tutto il mondo, e luogo
di soggiorno preferito dello scrittore austriaco Rainer Maria Rilke.
La visione sulla costa del famoso Castello di Miramare è il segnale
che Trieste è vicina, con i suoi colori e il suo grigiore. In
preparazione dell'ingresso in città si può leggere un
libro come Memorie diverse, un'attenta ricerca sulla diversa percezione
dei fatti del XX secolo sul confine italo-sloveno triestino curata dalla
torinese Marta Colangelo. La scoperta dei diversi tesori di Trieste,
come la città vecchia, il teatro e gli scavi romani, il castello,
la cattedrale di San Giusto, il salotto di Piazza Unità, non
può che essere preceduta da una visita alla Risiera di San Sabba
e rischia di essere seguita da un certo sconforto, leggendo sul giornale
locale di un'iniziativa in consiglio comunale contraria al collegamento
ferroviario con la vicina città slovena di Koper perché
"porta il bilinguismo"
L'unica salvezza è un'incursione nell'entroterra carsico alla
caccia di paesaggi e di sapori, sorseggiando un bicchiere di vino terrano
e assaggiando la jota, la tipica minestra di crauti e fagioli.
Il
Friuli orientale
Si
rientra in Friuli, facendo rotta verso Gorizia, che è raccolta
attorno al castello come lo è Lubiana e tante altre città
mitteleuropee e di origine medievale. È ancora fisicamente divisa
in due, anche se si sente poco e non si vede quasi per nulla. Da qui
il percorso può prendere diverse direzioni, in ogni caso capita
di imbattersi in qualche luogo dal nome strano, come Redipuglia (italianizzazione
dello sloveno locale Radipolije, che significa più o meno "in
mezzo alla campagna"), dove si trova l'impressionante sacrario
dei caduti della Grande Guerra, o Muscoli, nella Bassa, (buffa trasformazione
in italiano del friulano Muscli, che sta per "luogo umido"),
oppure il Collio, la deliziosa zona collinare nota per i suoi pregiati
vini bianchi, il cui nome ufficiale è una storpiatura assai bizzarra
di i Cuei che, come il corrispondente sloveno Brda, significa semplicemente
"i colli".
Un po' più a nord di Cormòns, la bella cittadina che del
cosiddetto Collio è il centro, si attraversa lo Judrio e si ritorna
in provincia di Udine. Da queste parti può capitare di imbattersi
in una sedia alta come un palazzo di sette: non è l'effetto di
un'esagerata serie di taiuts di tocai, ribolla e verduzzo, ma il segnale
più tangibile che ci si trova nella zona dei mobilifici, in cui
si produce il 50% delle sedie di tutta Europa.
Poco oltre, all'imbocco delle Valli del Natisone c'è Cividale.
Centro celtico, colonia romana, città longobarda, capitale patriarcale,
antagonista di Udine e Gorizia per il primato storico sul Friuli, sede
universitaria nel Medioevo, è una tappa obbligatoria. È
inoltre quanto meno consigliabile assaggiare il dolce tipico di queste
parti, la gubana, e avventurarsi nelle verdissime Valli del Natisone,
in cui si parlano varietà particolari dello sloveno, per scoprire
la borgata di Topolò, che d'estate diventa ritrovo di artisti
provenienti da tutto il mondo e sede di mostre, spettacoli, performance
e installazioni.
Dalle
Alpi a Udine
La
varietà è il carattere sostanziale anche delle zone montane
del Friuli. Per i paesaggi mozzafiato, il trekking e l'arrampicata c'è
solo l'imbarazzo della scelta, mentre gli sport invernali portano principalmente
a Sella Nevea, Tarvisio, Forni di Sopra, Ravascletto e Piancavallo,
località che ospiteranno, insieme a centri sloveni e carinziani,
le Universiadi del 2003. Particolare il fascino della Val di Resia,
con la sua forte tradizione musicale, che ha conquistato anche un musicista
di culto come John Zorn, e culturale, rappresentata dall'uso di una
arcaica parlata slava, alla quale fanno da contraltare le isole germanofone
di Sauris e Timau, l'area quadrilingue (friulano, sloveno, tedesco,
italiano) della Valcanale e le varietà friulane presenti in tutta
la Carnia. Si può salire in montagna sulle orme della storia
antica - a Zuglio, antico insediamento romano, e Villa Santina, che
conserva resti romani e altomedievali - e contemporanea (nei luoghi
della repubblica partigiana della Carnia e dell'invasione dei Cosacchi,
alleati di Hitler), oppure alla scoperta di miti e leggende, di piccoli
gioielli architettonici o di cibi tipici, a partire dal frico e dai
cjarçons sino al prosciutto affumicato di Sauris.
Da Tolmezzo, il centro più importante della Carnia e dell'intera
montagna friulana, si può scendere verso il cuore del Friuli,
la zona forse più conosciuta dell'intero territorio, se non altro
perché epicentro del sisma del 1976. Qui si trovano graziose
città di impianto medievale e rinascimentale, come Venzone, Gemona
e Tarcento, la cui armoniosità contrasta con il profilo minaccioso
dei monti che le circondano. Un po' più a sud il paesaggio si
fa più dolce, sia che si proceda verso Attimis, Nimis o Faedis,
sia che si scelga di avvicinarsi all'immenso letto del Tagliamento,
guardando il quale si comprende perché Kafka lo definisse "il
fiume invisibile". Costeggiando Osoppo, si passa da Susans e si
giunge a San Daniele, "la Siena del Friuli". Da qui si può
scendere verso la pianura in direzione di Codroipo, nel cui territorio
si trova Passariano con la famosa Villa Manin, oppure ci si lancia alla
scoperta della "strada del prosciutto e dei castelli" (il
nome è tutto un programma
), che termina alle porte di Udine
dopo aver attraversato o almeno lambito località interessanti
come Fagagna e Colloredo.
Un centro storico grazioso caratterizzato dalla bellezza di chiese e
palazzi d'epoca e una nuova fisionomia segnata da interessanti iniziative
e eventi culturali e aggregativi. È così che si presenta
Udine, sempre meno la città-caserma di un tempo, nonostante la
persistenza di numerosi insediamenti militari, e un po' più vicina
a quel Friuli di cui è stata e di cui ambisce ad essere la capitale.
Una visita lampo richiede quanto meno una sosta in Piazza Martiri, una
camminata sul colle del castello, sede del più antico parlamento
d'Europa, e un passaggio davanti alla casa natale di Tina Modotti.
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RISO,
UOMINI E CENERE
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A
due passi dal mare e due dai confini con le repubbliche ex-yugoslave,
la Risiera di San Sabba racconta una storia terribile e volentieri
ignorata, quella dell'unico forno crematorio che, durante la seconda
guerra mondiale, funzionò sul suolo italiano.
Per il suo camino passarono cinquemila ebrei, partigiani e detenuti
politici di varie nazionalità, italiani dell'Istria e del
Friuli, sloveni e croati. Altri ventimila furono deportati nei
campi di sterminio in Germania e Polonia.
Oggi come allora la Risiera resta alle porte di Trieste, messa
ai margini urbanistici e metaforici da una memoria che vorrebbe
fare a meno di ricordare la sua esistenza. Sarà anche per
questo, per dimenticare o almeno sviare l'attenzione, che le hanno
costruito accanto uno stadio immenso costato miliardi. Lei, la
Risiera, antica fabbrica di riso, poi fabbrica del terrore e oggi
museo, rimane dimessa e spoglia, refrattaria a ogni pur plausibile
concessione a civetterie acchiappa visitatori. In Risiera non
si va per far turismo: percorrere i suoi spazi vuoti (volutamente
vuoti secondo la ristrutturazione dell'architetto Romano Boico)
è un invito a fare i conti con il passato, lasciarsi prendere
dall'angoscia di ciò che fu e potrebbe tornare, l'odio
immotivato, la violenza, il fascismo.
Una visita in Risiera colma d'inquietudine: si entra e si è
tra due invincibili, altissimi muri di cemento armato, senza appigli
e senza altro sbocco che le porte sulle celle della morte, le
camere per le torture, lo spiazzo dove s'innalzavano forno e ciminiera.
Oltre, si scopre che l'edificio oggi adibito al culto parcheggiava
i furgoni neri trasformati in camere a gas, mentre i locali del
comando delle SS accolgono le teche con documenti dell'epoca,
tra i quali una cospicua e atroce raccolta fotografica. La luce
fioca dal soffitto è simile a quella che illuminò
il campo di sterminio, anzi il Polizeihaftlager, campo di detenzione
di polizia, come voleva con un eufemismo la denominazione ufficiale
delle truppe tedesche che vi si impiantarono dopo l'8 settembre
1943.
Sul tipo di esecuzioni in uso, le ipotesi sono diverse e probabilmente
tutte fondate: gas, colpo di mazza alla nuca o fucilazione. Non
sempre la mazzata uccideva subito, per cui il forno ingoiò
anche persone ancora vive. Fragore di motori, latrati di cani
aizzati allo scopo, e musiche coprivano le grida e i rumori delle
esecuzioni. Già, perché, sebbene al limite estremo
di Trieste, la Risiera era comunque a un passo dalle abitazioni.
I triestini sapevano, e sapeva anche il podestà Cesare
Panini, che la giunta cittadina eletta lo scorso maggio ha appena
reintegrato nella galleria di ritratti dei personaggi illustri.
Chi entrava in Risiera era destinato a morte certa, nella maggior
parte dei casi dopo i travagli della deportazione. Degli scampati,
in tutto una ventina (meno cioè dello 0,1%) alcuni sono
riusciti a parlare della propria storia solo dopo cinquant'anni.
Marta Ascoli - tra l'altro imprigionata per errore - ne ha fatto
un libricino; Riccardo Goruppi si lascia interrogare dagli studenti.
Il museo della Risiera di San Sabba propone visite guidate a singoli
e comitive, con un programma speciale per le scuole e organizza
campi di lavoro estivi bilaterali italo-tedeschi in collaborazione
con il Servizio Civile Internazionale.
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LA
LINGUA FRIULANA
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Quello
linguistico è uno dei principali fattori che distinguono
il Friuli, sia in termini di pluralismo (la compresenza di quattro
lingue: friulano, sloveno, tedesco e italiano), sia in riferimento
alla lingua friulana, di cui già Dante riconosceva l'originalità.
Essa, nelle sue stratificazioni, rappresenta l'articolata storia
di questa terra: è una lingua neolatina caratterizzata
da un sostrato celtico e da varie influenze (germaniche e slave,
soprattutto, ma anche turche, greche, ungheresi, italiane, francesi).
Sono circa 560mila (ma altre stime sono più generose: 700mila)
le persone che in Friuli conoscono e usano la marilenghe (lingua
madre) e per questo fatto si riconoscono come friulani, molti
di meno coloro che sono in grado di leggere e scrivere. Quella
friulana è in termini quantitativi la seconda minoranza
linguistica storica d'Italia.
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LA
MIA LINGUA SUONA IL ROCK
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Molti
i giovani impegnati nell'opera di rinnovamento della cultura friulana.
C'è chi suona, c'è chi scrive, chi fa pagine web,
chi fa radio e chi è attivo in tutti questi settori. Il
risultato è una cultura nuova, quindi vera, quindi viva,
che si esprime soprattutto con la musica, unendo lingua madre,
suoni e ritmi della tradizione e linguaggi di varia provenienza.
In principio c'era il folk militante e il punk, oggi c'è
un ventaglio di proposte che va dal jazz colto e contaminato di
U.T Gandhi e Glauco Venier alla canzone rock di Lino Straulino
e Loris Vescovo, dal raffinato pop multietnico degli FLK alla
patchanka barricadera di Arbe Garbe e Bande Tzingare, dal sound
klezmer e balcanico dei Zuf de Zur al blues ruvido di Fabian Riz,
dall'hip hop di Dlh Posse alle suggestioni psichedeliche dei Prorastar,
dalla jungle-crossover di Redd Kaa all'opera collettiva, tra poesia,
grafica e suoni, firmata Trastolons.
A sostenere e stimolare l'intera scena c'è Radio Onde Furlane,
che da oltre vent'anni promuove il friulano usandolo in FM come
lingua di comunicazione, offre una programmazione musicale a 360
gradi ed è artefice di un effettivo plurilinguismo, con
trasmissioni in friulano e nelle altre lingue della regione, comprese
quelle dei nuovi immigrati. Informazioni: www.friul.it,
ondef@friul.it, 0432 530614.
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