VACANZE

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novembre/dicembre 2001

 






IN BIBLIOTECA O IN LIBRERIA
  • AA.VV., Fiabe friulane, Milano, 1978.
  • M. Colangelo (a cura di), Memorie diverse, Trieste, 2000.
  • S. Morat, Donald dal Tiliment, Mortean (UD), 2001.
  • S. Salvi, Le nazioni proibite. Guida a dieci colonie "interne" dell'Europa occidentale, Valecchi, Firenze, 1973

 

 


FRIULI E TRIESTE, A EST DEL NORDEST

di Marco Stolfo
Le Alpi a nord, l'Adriatico a sud, Meschio e Livenza a ovest, Isonzo e foce del Timavo a est. Sono i riferimenti geografici che definiscono il territorio del Friuli: terra di confine, ex irredenta, forse redenta, ma anche terra senza confini, forse ridente e almeno un po' irridente, perché, nonostante tutto, conserva quella sua peculiarità che poteri e eserciti hanno cercato a lungo di eliminare, o quanto meno di correggere a proprio piacimento, cioè il suo essere luogo di incontro, convivenza e scambio tra popoli, lingue e culture differenti.
A lungo questa terra e le sue genti non hanno avuto altra scelta che dover essere (o convincersi di essere) ciò che altri volevano che fossero. Oggi, dopo che con il muro di Berlino è caduto anche quello di Gorizia, il Friuli ha finalmente la possibilità di provare a essere se stesso. E qualcosa di simile è alla portata anche di Trieste, così vicina e così lontana, che per un secolo ha visto la propria secolare vocazione cosmopolita soffocare sotto i colpi dei nazionalismi. È troppo presto per poter dire se le due componenti della regione Friuli-Venezia Giulia siano in grado di cogliere questa chance. Provare a capirne qualcosa di più può essere un ulteriore motivo per recarsi a est del Nordest, dove in ogni caso può essere piacevole perdersi e ritrovarsi tra arte e musica, suggestioni letterarie e leggende, montagne e pianure, colline e lagune, spiagge e scogliere, città e paesi, lingue e dialetti e un mare di delizie per gli occhi e il palato.

Tra Nievo, Pasolini, Hemingway e Paperino
La scoperta del Friuli può cominciare da quella parte della regione aggregata dall'Ottocento alla Provincia di Venezia, in cui Ippolito Nievo ambientò le sue Confessioni di un ottuagenario e nella quale meritano una visita quanto meno Concordia Sagittaria, con la sua chiesa romanica, gli scavi archeologici e i resti romani, e Portogruaro, con i suoi palazzi nobiliari. Procedendo verso nord, lungo strade immerse nel verde che seguono il corso di fiumi e canali, si può arrivare a Sesto al Reghena, località cresciuta attorno all'antica e ben conservata abbazia di Santa Maria in Sylvis e da qui, passando per San Vito al Tagliamento, dominato dalla Torre Raimonda, si giunge a Casarsa, alla scoperta dei luoghi della gioventù di Pier Paolo Pasolini.
Di qui si può scegliere di procedere verso occidente: in tal caso all'orizzonte si staglia il campanile del duomo di Pordenone, che insieme al palazzo del comune costituisce il cuore medievale e rinascimentale di una città industriale moderna; ancora oltre c'è Porcia con il suo castello e Sacile, da cui piegando nuovamente verso nordest lungo la fascia pedemontana si approda a Caneva e passando per Aviano, conosciuto più per la base militare Usa che per il borgo di Castello, si va verso Maniago, che vanta un elegante duomo quattrocentesco e si trova all'imbocco delle impervie e pittoresche valli Cellina e Meduna. Da Casarsa, però, si può avanzare anche verso nord, parallelamente alla sponda destra del Tagliamento, in direzione di Spilimbergo, che conserva un ricco centro storico d'impronta medievale, caratterizzato dal borgo-castello e dalla curiosa facciata "ad occhi" del duomo, oppure verso sud est, seguendo le orme di Donald, il famoso Paperino di di Walt Disney…
Donald dal Tiliment (cioè Donald del Tagliamento) è il titolo di un gran bel romanzo scritto in un friulano estremamente musicale e ritmato che racconta una storia fanta-futuribile popolata da una serie di personaggi esilaranti, tra cui proprio Paperino, impegnati in partite di calcio, ricerche di tesori nascosti e visioni psichedeliche. Le intricate vicende del libro sono ambientate nella Bassa, la parte della pianura che affascinò anche Hemingway, quella più vicina al mare, tra Portogruaro e l'Isonzo, in cui si alternano boschi, risorgive, paludi, terreni coltivati, vigneti, cascinali abbandonati e zone in cui, tra bonifiche, agricoltura intensiva, industrializzazione e sviluppo turistico, è assai evidente l'intervento dell'uomo. È questa la zona di Palmanova, la città-fortezza a forma di stella edificata dai veneziani nel 1583 per difendersi da asburgici e ottomani, Aquileia, con la basilica, il campanile e gli scavi archeologici ricchi di testimonianze del suo passato patriarcale, e, in laguna, Grado e Marano: l'una nota per il suo centro storico e la spiaggia d'élite; l'altra meno turistica e più ruspante e con alle spalle un'oasi naturalistica dietro i cui canneti si scorge Lignano Sabbiadoro; entrambe, come testimonia il dialetto, antichi avamposti di Venezia, che nel Medioevo stavano al Friuli un po' come Macao e Hong Kong alla Cina.

Dal Friuli a Trieste
Alla Foce del Timavo, dove secondo il mito greco sbarcarono gli Argonauti, si conclude il viaggio di Donald. Se si vuole andare a Trieste bisogna proseguire, lasciandosi alle spalle la pianura friulana.
Il primo impatto con il litorale triestino è rappresentato da Duino, gradevole località dal sapore mitteleuropeo, sede dello United World College, frequentato da studenti di tutto il mondo, e luogo di soggiorno preferito dello scrittore austriaco Rainer Maria Rilke. La visione sulla costa del famoso Castello di Miramare è il segnale che Trieste è vicina, con i suoi colori e il suo grigiore. In preparazione dell'ingresso in città si può leggere un libro come Memorie diverse, un'attenta ricerca sulla diversa percezione dei fatti del XX secolo sul confine italo-sloveno triestino curata dalla torinese Marta Colangelo. La scoperta dei diversi tesori di Trieste, come la città vecchia, il teatro e gli scavi romani, il castello, la cattedrale di San Giusto, il salotto di Piazza Unità, non può che essere preceduta da una visita alla Risiera di San Sabba e rischia di essere seguita da un certo sconforto, leggendo sul giornale locale di un'iniziativa in consiglio comunale contraria al collegamento ferroviario con la vicina città slovena di Koper perché "porta il bilinguismo"…
L'unica salvezza è un'incursione nell'entroterra carsico alla caccia di paesaggi e di sapori, sorseggiando un bicchiere di vino terrano e assaggiando la jota, la tipica minestra di crauti e fagioli.

Il Friuli orientale
Si rientra in Friuli, facendo rotta verso Gorizia, che è raccolta attorno al castello come lo è Lubiana e tante altre città mitteleuropee e di origine medievale. È ancora fisicamente divisa in due, anche se si sente poco e non si vede quasi per nulla. Da qui il percorso può prendere diverse direzioni, in ogni caso capita di imbattersi in qualche luogo dal nome strano, come Redipuglia (italianizzazione dello sloveno locale Radipolije, che significa più o meno "in mezzo alla campagna"), dove si trova l'impressionante sacrario dei caduti della Grande Guerra, o Muscoli, nella Bassa, (buffa trasformazione in italiano del friulano Muscli, che sta per "luogo umido"), oppure il Collio, la deliziosa zona collinare nota per i suoi pregiati vini bianchi, il cui nome ufficiale è una storpiatura assai bizzarra di i Cuei che, come il corrispondente sloveno Brda, significa semplicemente "i colli".
Un po' più a nord di Cormòns, la bella cittadina che del cosiddetto Collio è il centro, si attraversa lo Judrio e si ritorna in provincia di Udine. Da queste parti può capitare di imbattersi in una sedia alta come un palazzo di sette: non è l'effetto di un'esagerata serie di taiuts di tocai, ribolla e verduzzo, ma il segnale più tangibile che ci si trova nella zona dei mobilifici, in cui si produce il 50% delle sedie di tutta Europa.
Poco oltre, all'imbocco delle Valli del Natisone c'è Cividale. Centro celtico, colonia romana, città longobarda, capitale patriarcale, antagonista di Udine e Gorizia per il primato storico sul Friuli, sede universitaria nel Medioevo, è una tappa obbligatoria. È inoltre quanto meno consigliabile assaggiare il dolce tipico di queste parti, la gubana, e avventurarsi nelle verdissime Valli del Natisone, in cui si parlano varietà particolari dello sloveno, per scoprire la borgata di Topolò, che d'estate diventa ritrovo di artisti provenienti da tutto il mondo e sede di mostre, spettacoli, performance e installazioni.

Dalle Alpi a Udine
La varietà è il carattere sostanziale anche delle zone montane del Friuli. Per i paesaggi mozzafiato, il trekking e l'arrampicata c'è solo l'imbarazzo della scelta, mentre gli sport invernali portano principalmente a Sella Nevea, Tarvisio, Forni di Sopra, Ravascletto e Piancavallo, località che ospiteranno, insieme a centri sloveni e carinziani, le Universiadi del 2003. Particolare il fascino della Val di Resia, con la sua forte tradizione musicale, che ha conquistato anche un musicista di culto come John Zorn, e culturale, rappresentata dall'uso di una arcaica parlata slava, alla quale fanno da contraltare le isole germanofone di Sauris e Timau, l'area quadrilingue (friulano, sloveno, tedesco, italiano) della Valcanale e le varietà friulane presenti in tutta la Carnia. Si può salire in montagna sulle orme della storia antica - a Zuglio, antico insediamento romano, e Villa Santina, che conserva resti romani e altomedievali - e contemporanea (nei luoghi della repubblica partigiana della Carnia e dell'invasione dei Cosacchi, alleati di Hitler), oppure alla scoperta di miti e leggende, di piccoli gioielli architettonici o di cibi tipici, a partire dal frico e dai cjarçons sino al prosciutto affumicato di Sauris.
Da Tolmezzo, il centro più importante della Carnia e dell'intera montagna friulana, si può scendere verso il cuore del Friuli, la zona forse più conosciuta dell'intero territorio, se non altro perché epicentro del sisma del 1976. Qui si trovano graziose città di impianto medievale e rinascimentale, come Venzone, Gemona e Tarcento, la cui armoniosità contrasta con il profilo minaccioso dei monti che le circondano. Un po' più a sud il paesaggio si fa più dolce, sia che si proceda verso Attimis, Nimis o Faedis, sia che si scelga di avvicinarsi all'immenso letto del Tagliamento, guardando il quale si comprende perché Kafka lo definisse "il fiume invisibile". Costeggiando Osoppo, si passa da Susans e si giunge a San Daniele, "la Siena del Friuli". Da qui si può scendere verso la pianura in direzione di Codroipo, nel cui territorio si trova Passariano con la famosa Villa Manin, oppure ci si lancia alla scoperta della "strada del prosciutto e dei castelli" (il nome è tutto un programma…), che termina alle porte di Udine dopo aver attraversato o almeno lambito località interessanti come Fagagna e Colloredo.
Un centro storico grazioso caratterizzato dalla bellezza di chiese e palazzi d'epoca e una nuova fisionomia segnata da interessanti iniziative e eventi culturali e aggregativi. È così che si presenta Udine, sempre meno la città-caserma di un tempo, nonostante la persistenza di numerosi insediamenti militari, e un po' più vicina a quel Friuli di cui è stata e di cui ambisce ad essere la capitale. Una visita lampo richiede quanto meno una sosta in Piazza Martiri, una camminata sul colle del castello, sede del più antico parlamento d'Europa, e un passaggio davanti alla casa natale di Tina Modotti.

RISO, UOMINI E CENERE

 

A due passi dal mare e due dai confini con le repubbliche ex-yugoslave, la Risiera di San Sabba racconta una storia terribile e volentieri ignorata, quella dell'unico forno crematorio che, durante la seconda guerra mondiale, funzionò sul suolo italiano.
Per il suo camino passarono cinquemila ebrei, partigiani e detenuti politici di varie nazionalità, italiani dell'Istria e del Friuli, sloveni e croati. Altri ventimila furono deportati nei campi di sterminio in Germania e Polonia.
Oggi come allora la Risiera resta alle porte di Trieste, messa ai margini urbanistici e metaforici da una memoria che vorrebbe fare a meno di ricordare la sua esistenza. Sarà anche per questo, per dimenticare o almeno sviare l'attenzione, che le hanno costruito accanto uno stadio immenso costato miliardi. Lei, la Risiera, antica fabbrica di riso, poi fabbrica del terrore e oggi museo, rimane dimessa e spoglia, refrattaria a ogni pur plausibile concessione a civetterie acchiappa visitatori. In Risiera non si va per far turismo: percorrere i suoi spazi vuoti (volutamente vuoti secondo la ristrutturazione dell'architetto Romano Boico) è un invito a fare i conti con il passato, lasciarsi prendere dall'angoscia di ciò che fu e potrebbe tornare, l'odio immotivato, la violenza, il fascismo.
Una visita in Risiera colma d'inquietudine: si entra e si è tra due invincibili, altissimi muri di cemento armato, senza appigli e senza altro sbocco che le porte sulle celle della morte, le camere per le torture, lo spiazzo dove s'innalzavano forno e ciminiera. Oltre, si scopre che l'edificio oggi adibito al culto parcheggiava i furgoni neri trasformati in camere a gas, mentre i locali del comando delle SS accolgono le teche con documenti dell'epoca, tra i quali una cospicua e atroce raccolta fotografica. La luce fioca dal soffitto è simile a quella che illuminò il campo di sterminio, anzi il Polizeihaftlager, campo di detenzione di polizia, come voleva con un eufemismo la denominazione ufficiale delle truppe tedesche che vi si impiantarono dopo l'8 settembre 1943.
Sul tipo di esecuzioni in uso, le ipotesi sono diverse e probabilmente tutte fondate: gas, colpo di mazza alla nuca o fucilazione. Non sempre la mazzata uccideva subito, per cui il forno ingoiò anche persone ancora vive. Fragore di motori, latrati di cani aizzati allo scopo, e musiche coprivano le grida e i rumori delle esecuzioni. Già, perché, sebbene al limite estremo di Trieste, la Risiera era comunque a un passo dalle abitazioni. I triestini sapevano, e sapeva anche il podestà Cesare Panini, che la giunta cittadina eletta lo scorso maggio ha appena reintegrato nella galleria di ritratti dei personaggi illustri.
Chi entrava in Risiera era destinato a morte certa, nella maggior parte dei casi dopo i travagli della deportazione. Degli scampati, in tutto una ventina (meno cioè dello 0,1%) alcuni sono riusciti a parlare della propria storia solo dopo cinquant'anni. Marta Ascoli - tra l'altro imprigionata per errore - ne ha fatto un libricino; Riccardo Goruppi si lascia interrogare dagli studenti. Il museo della Risiera di San Sabba propone visite guidate a singoli e comitive, con un programma speciale per le scuole e organizza campi di lavoro estivi bilaterali italo-tedeschi in collaborazione con il Servizio Civile Internazionale.

 

LA LINGUA FRIULANA

 

Quello linguistico è uno dei principali fattori che distinguono il Friuli, sia in termini di pluralismo (la compresenza di quattro lingue: friulano, sloveno, tedesco e italiano), sia in riferimento alla lingua friulana, di cui già Dante riconosceva l'originalità. Essa, nelle sue stratificazioni, rappresenta l'articolata storia di questa terra: è una lingua neolatina caratterizzata da un sostrato celtico e da varie influenze (germaniche e slave, soprattutto, ma anche turche, greche, ungheresi, italiane, francesi). Sono circa 560mila (ma altre stime sono più generose: 700mila) le persone che in Friuli conoscono e usano la marilenghe (lingua madre) e per questo fatto si riconoscono come friulani, molti di meno coloro che sono in grado di leggere e scrivere. Quella friulana è in termini quantitativi la seconda minoranza linguistica storica d'Italia.

 

LA MIA LINGUA SUONA IL ROCK

 

Molti i giovani impegnati nell'opera di rinnovamento della cultura friulana. C'è chi suona, c'è chi scrive, chi fa pagine web, chi fa radio e chi è attivo in tutti questi settori. Il risultato è una cultura nuova, quindi vera, quindi viva, che si esprime soprattutto con la musica, unendo lingua madre, suoni e ritmi della tradizione e linguaggi di varia provenienza. In principio c'era il folk militante e il punk, oggi c'è un ventaglio di proposte che va dal jazz colto e contaminato di U.T Gandhi e Glauco Venier alla canzone rock di Lino Straulino e Loris Vescovo, dal raffinato pop multietnico degli FLK alla patchanka barricadera di Arbe Garbe e Bande Tzingare, dal sound klezmer e balcanico dei Zuf de Zur al blues ruvido di Fabian Riz, dall'hip hop di Dlh Posse alle suggestioni psichedeliche dei Prorastar, dalla jungle-crossover di Redd Kaa all'opera collettiva, tra poesia, grafica e suoni, firmata Trastolons.
A sostenere e stimolare l'intera scena c'è Radio Onde Furlane, che da oltre vent'anni promuove il friulano usandolo in FM come lingua di comunicazione, offre una programmazione musicale a 360 gradi ed è artefice di un effettivo plurilinguismo, con trasmissioni in friulano e nelle altre lingue della regione, comprese quelle dei nuovi immigrati. Informazioni: www.friul.it, ondef@friul.it, 0432 530614.

 
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