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RECENSIONI
Downtown
Rebels
Una calma nota
CD Puzzle Records, L. 20.000
In tempi di globalizzazione, quando la parola d'ordine è omologarsi,
è emozionante conoscere dei giovani che si distaccano da questa
logica e sanno tradurre in musica idee più coraggiose ed originali
rispetto al panorama consueto. È il caso dei Downtown Rebels,
un gruppo nato nel '97 che oggi approda meritatamente al primo CD, "Una
calma nota", dopo 4 anni di esperienze live che li hanno portati
a conquistarsi una certa popolarità tra il pubblico e a raggiungere
un buon consenso di critica.
La loro musica affonda le radici nel reggae più classico ma si
colora di un sound del tutto personale, come si può ascoltare
in questi brani arricchiti anche da guest star quali Amik Guerra dei
Mau Mau e Vito Miccolis dei Tribà. Il ritmo trascinante si permea
con testi sempre animati da una convinta passione sociale e da un acuto
spirito critico verso la cultura dominante. Le voci entrano in gioco
magicamente invitandoci, in un'atmosfera calda e coinvolgente, a liberarci
da schemi preconfezionati e a saper ritrovare aspirazioni più
elevate seguendo le vibrazioni prodotte in noi dalla musica. Oltre al
brano che rimanda al titolo, segnaliamo la suggestiva "Sentinelle
del mare" e l'avvolgente "Nabudub".
di Mauro
Pennazio
Davide
Longo
Un mattino a Irgalem
marcos y marcos, L. 23000
Un culo di zucca essiccato, sterco di vacca buono per il fuoco e nell'aria
un odore di catrame: è l'Africa di Davide Longo. L'Africa che
lui non ha visto (perché nato nel '71) ma che ci racconta, sottraendola
a chissà quale archivio o alle parole del nonno tornato dall'Abissinia,
con una prosa che quasi nulla lascia alla fantasia, lineare e dettagliatissima
nelle descrizioni, alle volte piacevolmente ellittica (ellissi prese
a prestito a un parlato non privo di un'eleganza spiccia), spesso tuttavia
fin troppo elementare, sopra tutto nei veloci capitoletti iniziali,
costruiti con periodi dal fiato corto e senza colore, ansimanti e affaticati
come gli italiani del ventennio sugli altopiani dell'Etiopia. Solo più
avanti il ritmo si distende, il fraseggiare acquista tono e spessore,
si arricchisce di virgole e incisi, benvenuti quanto la "corrente
che scendeva dalle montagne" nella camera del protagonista Pietro,
avvocato torinese inviato al sole "per difendere un uomo che tutti
volevano morto".
Non si sottrarrà all'arsura neppure lui, succube di mille cicche,
mille prese di tabacco e cartine che lo aiutano a rigirare "il
senso delle parole tra le dita" - una partecipe fenomenologia del
fumatore - e infine autore di un'efferatezza che risponde perfettamente
alle regole della insulsa vita di colonia, dissipata tra la mensa, il
comando e il bordello.
Il duce ha imbrogliato tutti, meglio farlo girare in "mutande da
femmina" come nelle canzoni d'osteria, e poi tornarsene a casa,
reduci combattenti ancorché sifilitici, per "sorseggiare
Barbaresco in qualche locale dove i camerieri cambiavano i piatti dicendo
permette". Dopo le danze al Capriccio cosa resterà al lettore?
Le parole ricercate, bianche d'amido che Davide Longo usa per il suo
racconto sortiscono l'inatteso, cacofonico effetto di mescolare le privative
d'antan agli anziani di Irgalem sgozzati nel sonno e i bambini trafitti
sulla pubblica piazza. Non basterà immergere i polsi nel catino
dell'acqua fresca per dimenticare.
Luigi
Urru
Alessandro
Del Gaudio
Il candore dei ciliegi
Ananke, Torino 2001, L. 19.000
Ambientare un romanzo in Giappone significa lasciarsi tentare dal fascino
dell'esotismo, delle terre lontane, di usi e mentalità regolate
da rigidi rituali che in gran parte ci sfuggono. Oggi per fortuna accade
meno che in passato, il Giappone si è fatto più vicino
come realtà economica e culturale (si pensi alle opere letterarie
e cinematografiche che giungono fino a noi), ma la tentazione dell'esotismo
fine a se stesso rimane. Non è il caso di Alessandro Del Gaudio,
giovane scrittore torinese che ambienta il suo primo romanzo in una
Tokyo accuratamente descritta e ricostruita, con una tale precisione
da renderla presente, e paradossalmente quasi famigliare. Non che nel
romanzo manchi la suggestione di un mondo che per molti aspetti sta
agli antipodi del nostro, non che si dimostri poca attenzione per i
rituali e per quei risvolti psicologici che caratterizzano il popolo
e la cultura giapponesi, ma tutta questa attenzione per una realtà
tanto diversa diventa materiale di costruzione per una solida narrazione
di fatti e di vicende.
Iburo è uno studente che vive a To- kyo e che frequenta l'università.
Abita in un povero pensionato studentesco della periferia. Ha accanto
la collega di studi Mitzuko, più diligente, legata a lui da una
complice amicizia. Iburo dunque studia (con risultati non proprio smaglianti,
almeno per i ritmi e le aspettative giapponesi), a tempo perso scrive
un romanzo, ma la sua vita subisce una svolta decisiva quando arriva
a scoprire una casa di geishe. Il padre stesso di Iburo aveva frequentato
quella casa, dove ora vive la nipote della geisha che lo aveva conosciuto.
Così, attraverso personaggi che non si sono mai incontrati si
riannodano vicende che avevano avuto inizio in una generazione precedente
e che erano rimaste come sospese. E questo è il punto di partenza
di nuovi sviluppi e l'occasione di esperienze inattese.
Nel corso della narrazione i destini dei protagonisti si intrecciano
e, senza mai abbandonare gli scenari di una lontananza resa quasi palpabile
e l'atmosfera di un esotismo quasi famigliare, dovranno scoprire ciò
che sono e quanto la vita riserva loro. L'autore, con la sua prosa piana
e diretta (che, anzi, potrebbe anche essere più lavorata), rende
questa sorta di romanzo di formazione di facile lettura, e traccia un
percorso che è innanzitutto un percorso interiore, di riscoperta
del passato e di confidenza con la propria interiorità.
di Paolo
Euron
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