RECENSIONI

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novembre/dicembre 2001






 

 


RECENSIONI

Downtown Rebels
Una calma nota
CD Puzzle Records, L. 20.000
In tempi di globalizzazione, quando la parola d'ordine è omologarsi, è emozionante conoscere dei giovani che si distaccano da questa logica e sanno tradurre in musica idee più coraggiose ed originali rispetto al panorama consueto. È il caso dei Downtown Rebels, un gruppo nato nel '97 che oggi approda meritatamente al primo CD, "Una calma nota", dopo 4 anni di esperienze live che li hanno portati a conquistarsi una certa popolarità tra il pubblico e a raggiungere un buon consenso di critica.
La loro musica affonda le radici nel reggae più classico ma si colora di un sound del tutto personale, come si può ascoltare in questi brani arricchiti anche da guest star quali Amik Guerra dei Mau Mau e Vito Miccolis dei Tribà. Il ritmo trascinante si permea con testi sempre animati da una convinta passione sociale e da un acuto spirito critico verso la cultura dominante. Le voci entrano in gioco magicamente invitandoci, in un'atmosfera calda e coinvolgente, a liberarci da schemi preconfezionati e a saper ritrovare aspirazioni più elevate seguendo le vibrazioni prodotte in noi dalla musica. Oltre al brano che rimanda al titolo, segnaliamo la suggestiva "Sentinelle del mare" e l'avvolgente "Nabudub".

di Mauro Pennazio

Davide Longo
Un mattino a Irgalem
marcos y marcos, L. 23000
Un culo di zucca essiccato, sterco di vacca buono per il fuoco e nell'aria un odore di catrame: è l'Africa di Davide Longo. L'Africa che lui non ha visto (perché nato nel '71) ma che ci racconta, sottraendola a chissà quale archivio o alle parole del nonno tornato dall'Abissinia, con una prosa che quasi nulla lascia alla fantasia, lineare e dettagliatissima nelle descrizioni, alle volte piacevolmente ellittica (ellissi prese a prestito a un parlato non privo di un'eleganza spiccia), spesso tuttavia fin troppo elementare, sopra tutto nei veloci capitoletti iniziali, costruiti con periodi dal fiato corto e senza colore, ansimanti e affaticati come gli italiani del ventennio sugli altopiani dell'Etiopia. Solo più avanti il ritmo si distende, il fraseggiare acquista tono e spessore, si arricchisce di virgole e incisi, benvenuti quanto la "corrente che scendeva dalle montagne" nella camera del protagonista Pietro, avvocato torinese inviato al sole "per difendere un uomo che tutti volevano morto".
Non si sottrarrà all'arsura neppure lui, succube di mille cicche, mille prese di tabacco e cartine che lo aiutano a rigirare "il senso delle parole tra le dita" - una partecipe fenomenologia del fumatore - e infine autore di un'efferatezza che risponde perfettamente alle regole della insulsa vita di colonia, dissipata tra la mensa, il comando e il bordello.
Il duce ha imbrogliato tutti, meglio farlo girare in "mutande da femmina" come nelle canzoni d'osteria, e poi tornarsene a casa, reduci combattenti ancorché sifilitici, per "sorseggiare Barbaresco in qualche locale dove i camerieri cambiavano i piatti dicendo permette". Dopo le danze al Capriccio cosa resterà al lettore? Le parole ricercate, bianche d'amido che Davide Longo usa per il suo racconto sortiscono l'inatteso, cacofonico effetto di mescolare le privative d'antan agli anziani di Irgalem sgozzati nel sonno e i bambini trafitti sulla pubblica piazza. Non basterà immergere i polsi nel catino dell'acqua fresca per dimenticare.

Luigi Urru

Alessandro Del Gaudio
Il candore dei ciliegi
Ananke, Torino 2001, L. 19.000
Ambientare un romanzo in Giappone significa lasciarsi tentare dal fascino dell'esotismo, delle terre lontane, di usi e mentalità regolate da rigidi rituali che in gran parte ci sfuggono. Oggi per fortuna accade meno che in passato, il Giappone si è fatto più vicino come realtà economica e culturale (si pensi alle opere letterarie e cinematografiche che giungono fino a noi), ma la tentazione dell'esotismo fine a se stesso rimane. Non è il caso di Alessandro Del Gaudio, giovane scrittore torinese che ambienta il suo primo romanzo in una Tokyo accuratamente descritta e ricostruita, con una tale precisione da renderla presente, e paradossalmente quasi famigliare. Non che nel romanzo manchi la suggestione di un mondo che per molti aspetti sta agli antipodi del nostro, non che si dimostri poca attenzione per i rituali e per quei risvolti psicologici che caratterizzano il popolo e la cultura giapponesi, ma tutta questa attenzione per una realtà tanto diversa diventa materiale di costruzione per una solida narrazione di fatti e di vicende.
Iburo è uno studente che vive a To- kyo e che frequenta l'università. Abita in un povero pensionato studentesco della periferia. Ha accanto la collega di studi Mitzuko, più diligente, legata a lui da una complice amicizia. Iburo dunque studia (con risultati non proprio smaglianti, almeno per i ritmi e le aspettative giapponesi), a tempo perso scrive un romanzo, ma la sua vita subisce una svolta decisiva quando arriva a scoprire una casa di geishe. Il padre stesso di Iburo aveva frequentato quella casa, dove ora vive la nipote della geisha che lo aveva conosciuto. Così, attraverso personaggi che non si sono mai incontrati si riannodano vicende che avevano avuto inizio in una generazione precedente e che erano rimaste come sospese. E questo è il punto di partenza di nuovi sviluppi e l'occasione di esperienze inattese.
Nel corso della narrazione i destini dei protagonisti si intrecciano e, senza mai abbandonare gli scenari di una lontananza resa quasi palpabile e l'atmosfera di un esotismo quasi famigliare, dovranno scoprire ciò che sono e quanto la vita riserva loro. L'autore, con la sua prosa piana e diretta (che, anzi, potrebbe anche essere più lavorata), rende questa sorta di romanzo di formazione di facile lettura, e traccia un percorso che è innanzitutto un percorso interiore, di riscoperta del passato e di confidenza con la propria interiorità.

di Paolo Euron

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