![]() |
SPECIALE | |
|
|
||
| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 06/2001 | ||
|
|
||
|
DIRE
FARE CHATTARE di Alessandra Montrucchio La lingua dei giovani. Quando se ne parla, in genere si intende lingua degli adolescenti: il loro gergo, quel bagaglio di neologismi, deformazioni, iperboli di cui nessuno, a parte loro, deve possedere le chiavi. E basta così poco per non poterlo (più) aprire, quel bagaglio: basta avere trent'anni. Anno dopo anno, quel linguaggio che era stato una carta d'identità, e un simbolo di appartenenza a un gruppo, a un'età, a un mondo, ci sfugge. Iniziamo a usarne uno più neutro, con confini meno marcati: il linguaggio degli adulti. Una lingua che serve a comprendersi, non a distinguersi; dove i gerghi sono simbolo di appartenenza, al limite, a un gruppo professionale. E addentrandosi nello sfumato mondo adulto, districandosi nel suo groviglio di convenienze e rispetto delle forme, si perdono i contatti. Con i giovani e con la loro lingua. Perché quella che usavamo noi alla loro età non esiste più. Quale lingua usavo io? Sfoglio alcuni diari scolastici che ho conservato. Subito mi salta agli occhi un verbo: cissarsi, "darsi delle arie". E poi un sostantivo: il paninaro, colui che indossava piumino Moncler, jeans Armani e scarpe Timberland e ascoltava musica commerciale. Cissarsi, paninaro... quali sono, nel Duemila, i verbi e i sostantivi di chi ancora appartiene alla dorata categoria degli studenti? Lo chiedo a un ragazzo fresco di maturità, un napoletano trapiantato in Piemonte e con i parenti a Roma: vantaggio notevole, per scoprire qualcosa della lingua giovanile non solo regionale. Con l'aiuto di alcuni amici, mi stila una breve terminologia. La leggo una, due, tre volte. E mentre leggo alterno istanti di rassicurazione a istanti di sconforto. La rassicurazione deriva dalla scoperta che parecchi dei termini usati dagli adolescenti - più di quanti credessi - sono transgenerazionali: li usano loro a diciott'anni e li uso io a trenta. Che paglia sia un sinonimo di sigaretta o cozza di persona (diciamo) poco affascinante, lo sapevo anch'io. E forse, in Piemonte quasi chiunque usa parole come truzzo o tamarro. Ma è proprio qui che inizia lo sconforto, dalle parole che si crede di condividere. Truzzo. Tamarro. Nel mio linguaggio sono intercambiabili, indicanti il giovane burino urbano: non il campagnolo che ignora le mode cittadine e nemmeno il provinciale che la domenica viene nel capoluogo (questo è il barotto), ma il ragazzo che incontri in centro di sabato, che segue l'ultima moda e soprattutto le sue esasperazioni... secondo la lista, invece, il truzzo è specificamente chi si veste da discoteca; il tamarro è una variante del truzzo, però "più patetica". La successione di rassicurazione e sconforto deriva anche da altri termini. Punkabbestia, ad esempio. Sapere che cosa significa (secondo la lista: "ragazzo/a con abiti trasgressivi, pettinature bizzarre, spirito vagabondo e senza regole, incurante dell'igiene personale), mi rendeva vagamente orgogliosa: truzzo e tamarro sono noti anche alla generazione dei miei genitori, ma punkabbestia potrebbe rappresentare la mia appartenenza all'universo giovanile in contrapposizione a quello adulto. Mi è bastato scoprire che esiste il termine punkammera (estremizzazione del punkabbestia, "anarchici incuranti dell'igiene in maniera sconsiderata") per perdere ogni traccia d'orgoglio: non sapevo nemmeno che il termine punkammera esistesse. Ancora peggio, forse, è scoprire che termini conosciuti hanno subìto uno slittamento di senso. Tra gli altri, scimmia. Avere la scimmia, ai miei tempi e per quanto ricordo io, indicava la mancanza non di qualunque cosa, ma di droga. La scimmia sulla schiena, romanzo di William Borroughs, o Shock the Monkey, canzone di Peter Gabriel, era di stupefacenti che parlavano. Scopro che oggi la scimmia indica in generale una "forte mancanza di oggetti o comportamenti" e che, oltre a "Ho la scimmia di fumare/ bere", si può anche dire "Ho la scimmia di ballare". E poi ci sono parole ed espressioni che mi erano ignote: zibba per "avere freddo", andare alle cozze per "star male in seguito ad abuso di alcol o droghe", basto per "persona petulante", polleggio per "momento di rilassamento", camuffaro per "persona dall'aspetto inquietante", roboso per "persona apatica che ha oltrepassato lo stato delle cozze"... dovrei fare un corso, per imparare tutti i modi di dire, gli insulti, gli sfottò, le definizioni. In questo caos, però, mi pare di intravedere qualche linea di tendenza, qualche filo rosso. Mi pare che ci siano alcune "famiglie", ecco. Una delle più estese sembra essere quella relativa ai comportamenti trasgressivi: la scimmia, quell'andare alle cozze, la persona robosa... i giovani creano gergo intorno alle situazioni camuffe (quelle "in cui si fa qualcosa di nascosto"). Come se proteggessero i loro atti più proibiti - o più deprecati dagli adulti - non solo frequentando luoghi interdetti a chi è più vecchio e isolandosi fisicamente, ma anche erigendo una barriera linguistica. Che è, tra l'altro, una barriera sicura: così sicura che permette di trasgredire senza nemmeno sottrarsi allo sguardo degli eventuali censori. Ci sono poi i termini che descrivono alcune categorie di persone: soprattutto di giovani e soprattutto in base al loro abbigliamento, al comportamento e alla musica che ascoltano. A parte i truzzi e i fighetti (altro termine rassicurante, non solo adolescenziale, indicante "ragazzi vestiti con abiti griffati e costosi"), si parla anche di cabina, "ragazzi metà truzzi metà fighetti che si muovono sempre in autovetture particolarmente elaborate soprattutto dal punto di vista estetico, vestiti da truzzi, gomito fuori, e musica da discoteca a palla": chiunque e a qualunque età ha presente questi cabina; ma nessuno che non sia adolescente ha mai trovato un termine così divertente per definirli - forse non ha mai neppure trovato un termine, divertente o meno. E il divertimento è un aspetto pregevole di questa famiglia di termini: perché il loro intento non è solo descrivere, ma prendere in giro alcune categorie di individui. Il mondo adolescente è una galassia di pianeti a volte in collisione fra di loro, e non solo con i meteoriti provenienti dal mondo adulto. E ogni pianeta vuole distinguersi dagli altri: definendo cos'è attraverso comportamenti, vestiti e generi musicali; e definendo cosa non è - un truzzo, un fighetto, un cabina. Rileggo ancora l'elenco compilato dal mio amico e dai suoi compagni. Non ci sono termini che indichino (e ridicolizzino?) i trentenni o qualche caratteristica del mio universo, che è poi quello degli adulti. Una gentilezza? Facile che sia così. Ma chissà se il mio amico ha pensato che, spiegandomi la sua lingua, mi ha spiegato anche la lontananza fra noi.
|
|||||||
.
|
||||
|
|
||||
|
||||
|