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novembre/dicembre 2001





 

 


LINGUACCE A SCUOLA E ALLA RADIO

di Luigi Urru
Parole, parole, parole. Internet farà morire i volumi a stampa. Gli SMS sostituiranno i titoli dei quotidiani. Le canzonette saranno preferite ai sonetti, la velina della tivvù alla professoressa del liceo, e il valore del denaro a quello della cultura. Scuola contro multimedialità. Buone letture contro cattiva televisione. Petrarca contro le Spices girls. Il panorama delle opinioni sui destini del linguaggio nell'epoca della cultura di massa - e quindi, di riflesso, sul destino di almeno tutti i cittadini delle società occidentali - è vecchio quanto la cultura di massa stessa, e vive di nette contrapposizioni (lo suggeriva già il titolo del classico di Umberto Eco Apocalittici e integrati, apparso da ormai quasi quarant'anni). Tuttavia, ragionare per contrapposizioni nette, da una parte i buoni e dall'altra i cattivi, raramente è salutare, porta spesso all'invettiva verso un presente barbaro e al vaneggiamento per presunte età dell'oro (che sono poi solo i bei tempi che furono e giammai torneranno), e si risolve a volte in scontata lamentela generazionale.
Piero Bianucci, allievo del più prestigioso liceo torinese e poi giornalista alla Stampa, ha ammesso la conciliabilità tra i due linguaggi e le due culture, alta e bassa (classica e pop, potremmo anche dire), tanto che non si negava "qualche sera ai Murazzi, dove c'era un bar che per 50 lire dava un bicchiere di Frascati freddo di frigo e dove c'era un juke box con le canzoni di Paul Anka (Diana, You are my destiny, eccetera)". Prima di uscire aveva litigato con astruse coniugazioni verbali per arrivare a intravedere la sufficienza di greco.
Per capire lo stato delle relazioni tra i linguaggi del juke box e della letteratura e tastare il polso a eloqui e sproloqui della scuola e dei media, abbiamo intervistato un professore di scuola superiore e una conduttrice radiofonica. La parola va a loro.

Pier Giorgio Viberti è da trent'anni professore di lettere. Da quest'anno insegna all'Istituto Alberghiero Albert di Lanzo.

Qual è l'attuale rapporto tra il linguaggio dei media e il linguaggio della scuola?
Rispetto a trent'anni fa la scuola non costituisce più un modello di riferimento unico, ma subisce la concorrenza di altri centri di irradiazione linguistica, in particolare la radio e la televisione. Il modello televisivo, che diffonde il linguaggio dello sport e dello spettacolo, risulta quasi sempre vincente perché il prestigio di un campione, di un attore, di un cantante è molto superiore a quello di un insegnante. Il ragazzo percepisce di meno l'importanza della lingua, che non è più considerata come uno strumento per emergere, visto che le persone che hanno successo e che egli ammira di più non hanno studiato. La televisione è diventata il vero "educatore" linguistico, ma propone un linguaggio sostanzialmente povero e perfino asintattico.

Che funzione occupano libro e lettura in questo panorama?
Il libro è l'unica efficace forma di resistenza: laddove il tempo dedicato alla lettura è uguale o superiore a quello trascorso davanti al video, l'espressione linguistica rimane a buoni livelli. La lettura è molto più creativa e stimolante perché impone di "costruire" personaggi, paesaggi, situazioni che invece il cinema e la televisione forniscono completamente. Altro effetto negativo della televisione, quando occupa uno spazio eccessivo nella giornata del ragazzo, è quello di abituare la mente a una percezione superficiale e a una concentrazione minima.

Come è cambiato il ruolo dell'insegnante?
L'insegnante fa da mediatore fra il linguaggio "alto" dei libri di testo e quello "basso" di uso comune fra i giovani. Non potendo proporsi come figura di successo, la sua riuscita dipende dalla capacità di stabilire un dialogo con gli allievi, di dimostrare loro che la cultura non può fornire risposte univoche e infallibili, ma può aiutare ad approfondire i problemi, ad avanzare ipotesi credibili, a respingere la superficialità e l'omologazione, che la cultura quindi aiuta a essere più liberi. In questo senso il ruolo del docente appare più che mai fondamentale: non più (o non solo) come interprete di buona letteratura, ma come guida tra i linguaggi, a volte ingannevoli e mistificanti, dei mass media e della pubblicità. Decifrare correttamente i linguaggi significa infatti svelare le omissioni, le parzialità, gli interessi in gioco nel mondo della comunicazione: premessa indispensabile per consentire una piena maturazione civica e morale degli studenti.

Dunque problema sociale e non solo linguistico?
Certo, il linguaggio va colto non solo come mezzo per comunicare quanto nelle sue potenzialità per decifrare la realtà, e dunque altri linguaggi, quello dei media innanzi tutto, quello dell'informazione, e ovviamente quello della politica.

Chiara Pacilli è voce di Radio Flash dal 1995. Ha lavorato anche per Radiouno e Radiodue in programmi come A voi la linea, Il cammello e Stereonotte.

Si accusano i media dell'abbassamento della qualità della lingua che parliamo.
Abbiamo una grandissima responsabilità. Octavio Paz sosteneva che la corruzione di una nazione inizia dalla corruzione della sua lingua. Il conduttore è un giocoliere di parole, deve essere tecnicamente ineccepibile. Deve conoscere le regole della lingua e solo all'occasione ignorarle o infrangerle. Sarà anzi consapevole che la lingua parlata correttamente non è necessariamente noiosa, pesante o pomposa; ma leggera, elegante, piacevole. L'italiano parlato bene t'incanta, le forzature, al contrario, appesantiscono il piacere dell'ascolto.

Se c'è minaccia per l'italiano, viene dall'esterno o ce la coltiviamo in seno?
Non è l'inglese a minacciare l'italiano, quanto invece un menefreghismo diffuso. Tuttavia è certo che l'intrattenimento radiofonico è inondato dai neologismi importati dal night-clubbing e dal dj-ismo. I dj sono diventati miti, capaci di attirare e dirigere onde oceaniche e la cui fama valica confini di città e nazioni. Importante è conoscere le espressioni gergali più in voga, e ugualmente importante è evitarle quando non è più che strettamente necessario.

Chi è il conduttore radiofonico?
Il buon conduttore radiofonico di programmi di intrattenimento o di cultura non parla mai a sproposito. È anzi molto attento ai vari registri e livelli su cui è opportuno articolare il linguaggio a seconda del pubblico a cui ci si rivolge. E rispetta chi ascolta con l'intento preciso di evitare ogni sorta di fraintendimenti e parole vuote o ad effetto. Certo, la cura per il linguaggio varia da emittente a emittente, da conduttore a conduttore, da momento a momento. Il linguaggio dell'intrattenimento è quello delle persone di casa tua o del tuo gruppo di amici. Evita terminologie specifiche. Un'arma a doppio taglio, fondata sulla consapevolezza che non spetta al conduttore a insegnare l'italiano. Si tratta di un gatto che si morde la coda: il conduttore non usa un linguaggio colto per farsi capire da tutto il pubblico, il quale da parte sua prende proprio il linguaggio dei media come esempio da imitare.
Una posizione scomoda…
Il conduttore deve stare dietro a un sacco di cose: si pensi al pulviscolo sempre cangiante di etichette che classificano i generi musicali. Si pensi alle spiegazioni da dare se un interlocutore usa un termine difficile. La prosopopea gratuita e i gerghi settoriali non entrano in radio. Occasionalmente possono invece verificarsi disgraziate epidemie linguistiche, le terribili cicliche catastrofi degli in quanto, pertanto, quant'altro, tra l'altro. Posto che ai ragazzini interessa più la musica di ciò che dice il conduttore, ascoltano più volentieri qualcuno che conosca la loro lingua, un parlare rapido, non troppo puntiglioso, e non interessato ad argomenti pesanti.
Pare che siano i media a far scendere le capacità di attenzione dei giovani.
L'attenzione si riduce? È vero: non per niente non parliamo per più di otto minuti e poi mandiamo un pezzo. Al Cammello addirittura i minuti erano soltanto tre. Si facesse così anche a scuola?

INFO

 

La gallina volante dal romanzo di Paola Mastrocola (Guanda, 2000)

  • Sono la signora Lasorgente.
  • Buongiorno signora, si accomodi.
    Mi viene freddo.
  • Ecco, sono qui per questo. Come si spiega l'ultimo 3 nel tema?
    Giusto. Come si spiega? Bisogna spiegarlo. Spiegalo, Carla. Prendo il pacco dei temi, cerco Lasorgente Federico, trovato: 3.
  • Eccolo, signora, guardiamolo insieme. Vede? Ci sono errori ortografici gravissimi.
    E le mostro uno dopo l'altro: anchora, cass- a capo - a, daltr'onde, un'albero…
  • Ma questi sono errori di forma! - dice esasperata e sinceramente stupefatta.
  • No, scusi, guardi che in seconda liceo non si può non sapere che…
  • Sì, d'accordo, Federico è un po' distratto, poi cosa crede? Queste cose non gliele hanno mica insegnate… Sì, lo sa che il verbo avere vuole l'acca, però alle medie, se anche la dimenticava, non era una tragedia…
    Carla, sta' calma.

È che invece io credo che sia una tragedia e che non si tratti di dimenticare l'acca, si può dimenticare il sale nella pasta, una volta o due, ma è diverso. L'acca no. Non si tratta di non sapere, certo che Federico Lasorgente lo sa che il verbo avere vuole l'acca: il problema è che non sa che è grave non metterla! Ecco che cosa non hanno insegnato a suo figlio, signora: non gli hanno insegnato che non è tutto uguale, che non fa sempre lo stesso, che scrivere un'albero oppure un albero fa una bella differenza, e sa cos'è questa differenza? Sa come si chiama? Si chiama IGNORANZA."

 

COME NASCE UN VOCABOLARIO

 

Alle volte il parlare comune è un'interessante spia del comune sentire. Capita sovente di sentire frasi come: "Guarda se c'è sul vocabolario" oppure "Guarda cosa dice il vocabolario". Come se il Vocabolario fosse uno solo, sempre lui, una sorta di monolito preesistente all'uomo e alla sua lingua. L'idea che qualcuno i vocabolari li scriva o li abbia scritti tocca di rado i consultatori (se non forse quelli professionali: linguisti, grammatici, ecc.).
La realtà, come spesso capita, è ben diversa. Esiste addirittura un nome per quelli che di mestiere scrivono i vocabolari (o dizionari che dir si voglia: le due parole sono attualmente tra i pochi veri sinonimi della lingua italiana): sono i lessicografi.
Che cosa fa, come lavora un lessicografo? Innanzitutto cercando di mantenere un'estrema attenzione alla lingua e alle parole, cercando di catturarle nel momento in cui nascono (e questo vale per le parole nuove: sui libri e sui giornali se ne trovano a decine ogni giorno, altre si nascondono in internet, tutte mai prima registrate su un vocabolario) ed è in fondo il lavoro più divertente, anche perché ogni nuova parola identificata porta con sé una scommessa: vivrà per anni, per decenni o non sarà già dimenticata tra un paio di mesi? E poi, ma qui il lavoro è meno facile e meno gratificante, cercando di ideare delle nuove forme in cui presentare le parole che già su tutti i vocabolari ci sono (quelle che non possono mancare, come "amore" o "tavolo" o come il verbo "avere" e la preposizione "di"). Cercando cioè di ideare delle strutture nuove e più adatte al consultatore contemporaneo in cui incasellare definizioni e indicazioni grammaticali. Spesso in questo secondo campo di applicazione il lavoro è molto complesso e faticoso. E lo si fa avendo la quasi assoluta certezza che proprio le parole che danno più problemi saranno quelle che nessuno mai andrà a consultare. Queste poche e vaghe righe nascono da una esperienza personale ormai tragicamente quasi trentennale. Potrei dunque lecitamente dichiarami un po' stufo di dare la caccia alle parole e di cercare di renderle disponibili a tutti. Ma invece mi diverto ancora: quando al mattino leggo il giornale e mi imbatto in una parola mai letta prima corro subito a verificare se realmente manca: e se sì mi affretto a definirla e a corredarla di etimologia, categoria grammaticale, pronuncia e "marca d'uso".
Fin qui ho cercato di spiegare come si fa un vocabolario. Vorrei concludere in negativo: come non si fa un vocabolario. Semplice: scopiazzando e parafrasando malamente i prodotti della "concorrenza".

Luca Terzolo
Responsabile settore lessicografico
della Casa Editrice UTET

 
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