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LINGUACCE
A SCUOLA E ALLA RADIO
di Luigi
Urru
Parole, parole,
parole. Internet farà morire i volumi a stampa. Gli SMS sostituiranno
i titoli dei quotidiani. Le canzonette saranno preferite ai sonetti, la
velina della tivvù alla professoressa del liceo, e il valore del
denaro a quello della cultura. Scuola contro multimedialità. Buone
letture contro cattiva televisione. Petrarca contro le Spices girls. Il
panorama delle opinioni sui destini del linguaggio nell'epoca della cultura
di massa - e quindi, di riflesso, sul destino di almeno tutti i cittadini
delle società occidentali - è vecchio quanto la cultura
di massa stessa, e vive di nette contrapposizioni (lo suggeriva già
il titolo del classico di Umberto Eco Apocalittici e integrati, apparso
da ormai quasi quarant'anni). Tuttavia, ragionare per contrapposizioni
nette, da una parte i buoni e dall'altra i cattivi, raramente è
salutare, porta spesso all'invettiva verso un presente barbaro e al vaneggiamento
per presunte età dell'oro (che sono poi solo i bei tempi che furono
e giammai torneranno), e si risolve a volte in scontata lamentela generazionale.
Piero Bianucci, allievo del più prestigioso liceo torinese e poi
giornalista alla Stampa, ha ammesso la conciliabilità tra i due
linguaggi e le due culture, alta e bassa (classica e pop, potremmo anche
dire), tanto che non si negava "qualche sera ai Murazzi, dove c'era
un bar che per 50 lire dava un bicchiere di Frascati freddo di frigo e
dove c'era un juke box con le canzoni di Paul Anka (Diana, You are my
destiny, eccetera)". Prima di uscire aveva litigato con astruse coniugazioni
verbali per arrivare a intravedere la sufficienza di greco.
Per capire lo stato delle relazioni tra i linguaggi del juke box e della
letteratura e tastare il polso a eloqui e sproloqui della scuola e dei
media, abbiamo intervistato un professore di scuola superiore e una conduttrice
radiofonica. La parola va a loro.
Pier Giorgio
Viberti è da trent'anni professore di lettere. Da quest'anno
insegna all'Istituto Alberghiero Albert di Lanzo.
Qual
è l'attuale rapporto tra il linguaggio dei media e il linguaggio
della scuola?
Rispetto a trent'anni fa la scuola non costituisce più un modello
di riferimento unico, ma subisce la concorrenza di altri centri di irradiazione
linguistica, in particolare la radio e la televisione. Il modello televisivo,
che diffonde il linguaggio dello sport e dello spettacolo, risulta quasi
sempre vincente perché il prestigio di un campione, di un attore,
di un cantante è molto superiore a quello di un insegnante. Il
ragazzo percepisce di meno l'importanza della lingua, che non è
più considerata come uno strumento per emergere, visto che le
persone che hanno successo e che egli ammira di più non hanno
studiato. La televisione è diventata il vero "educatore"
linguistico, ma propone un linguaggio sostanzialmente povero e perfino
asintattico.
Che
funzione occupano libro e lettura in questo panorama?
Il libro è l'unica efficace forma di resistenza: laddove il tempo
dedicato alla lettura è uguale o superiore a quello trascorso
davanti al video, l'espressione linguistica rimane a buoni livelli.
La lettura è molto più creativa e stimolante perché
impone di "costruire" personaggi, paesaggi, situazioni che
invece il cinema e la televisione forniscono completamente. Altro effetto
negativo della televisione, quando occupa uno spazio eccessivo nella
giornata del ragazzo, è quello di abituare la mente a una percezione
superficiale e a una concentrazione minima.
Come
è cambiato il ruolo dell'insegnante?
L'insegnante fa da mediatore fra il linguaggio "alto" dei
libri di testo e quello "basso" di uso comune fra i giovani.
Non potendo proporsi come figura di successo, la sua riuscita dipende
dalla capacità di stabilire un dialogo con gli allievi, di dimostrare
loro che la cultura non può fornire risposte univoche e infallibili,
ma può aiutare ad approfondire i problemi, ad avanzare ipotesi
credibili, a respingere la superficialità e l'omologazione, che
la cultura quindi aiuta a essere più liberi. In questo senso
il ruolo del docente appare più che mai fondamentale: non più
(o non solo) come interprete di buona letteratura, ma come guida tra
i linguaggi, a volte ingannevoli e mistificanti, dei mass media e della
pubblicità. Decifrare correttamente i linguaggi significa infatti
svelare le omissioni, le parzialità, gli interessi in gioco nel
mondo della comunicazione: premessa indispensabile per consentire una
piena maturazione civica e morale degli studenti.
Dunque
problema sociale e non solo linguistico?
Certo, il linguaggio va colto non solo come mezzo per comunicare quanto
nelle sue potenzialità per decifrare la realtà, e dunque
altri linguaggi, quello dei media innanzi tutto, quello dell'informazione,
e ovviamente quello della politica.
Chiara Pacilli
è voce di Radio Flash dal 1995. Ha lavorato anche per Radiouno
e Radiodue in programmi come A voi la linea, Il cammello e Stereonotte.
Si accusano
i media dell'abbassamento della qualità della lingua che parliamo.
Abbiamo una grandissima responsabilità. Octavio Paz sosteneva
che la corruzione di una nazione inizia dalla corruzione della sua lingua.
Il conduttore è un giocoliere di parole, deve essere tecnicamente
ineccepibile. Deve conoscere le regole della lingua e solo all'occasione
ignorarle o infrangerle. Sarà anzi consapevole che la lingua
parlata correttamente non è necessariamente noiosa, pesante o
pomposa; ma leggera, elegante, piacevole. L'italiano parlato bene t'incanta,
le forzature, al contrario, appesantiscono il piacere dell'ascolto.
Se
c'è minaccia per l'italiano, viene dall'esterno o ce la coltiviamo
in seno?
Non è l'inglese a minacciare l'italiano, quanto invece un menefreghismo
diffuso. Tuttavia è certo che l'intrattenimento radiofonico è
inondato dai neologismi importati dal night-clubbing e dal dj-ismo.
I dj sono diventati miti, capaci di attirare e dirigere onde oceaniche
e la cui fama valica confini di città e nazioni. Importante è
conoscere le espressioni gergali più in voga, e ugualmente importante
è evitarle quando non è più che strettamente necessario.
Chi
è il conduttore radiofonico?
Il buon conduttore radiofonico di programmi di intrattenimento o di
cultura non parla mai a sproposito. È anzi molto attento ai vari
registri e livelli su cui è opportuno articolare il linguaggio
a seconda del pubblico a cui ci si rivolge. E rispetta chi ascolta con
l'intento preciso di evitare ogni sorta di fraintendimenti e parole
vuote o ad effetto. Certo, la cura per il linguaggio varia da emittente
a emittente, da conduttore a conduttore, da momento a momento. Il linguaggio
dell'intrattenimento è quello delle persone di casa tua o del
tuo gruppo di amici. Evita terminologie specifiche. Un'arma a doppio
taglio, fondata sulla consapevolezza che non spetta al conduttore a
insegnare l'italiano. Si tratta di un gatto che si morde la coda: il
conduttore non usa un linguaggio colto per farsi capire da tutto il
pubblico, il quale da parte sua prende proprio il linguaggio dei media
come esempio da imitare.
Una posizione scomoda
Il conduttore deve stare dietro a un sacco di cose: si pensi al pulviscolo
sempre cangiante di etichette che classificano i generi musicali. Si
pensi alle spiegazioni da dare se un interlocutore usa un termine difficile.
La prosopopea gratuita e i gerghi settoriali non entrano in radio. Occasionalmente
possono invece verificarsi disgraziate epidemie linguistiche, le terribili
cicliche catastrofi degli in quanto, pertanto, quant'altro, tra l'altro.
Posto che ai ragazzini interessa più la musica di ciò
che dice il conduttore, ascoltano più volentieri qualcuno che
conosca la loro lingua, un parlare rapido, non troppo puntiglioso, e
non interessato ad argomenti pesanti.
Pare che siano i media a far scendere le capacità di attenzione
dei giovani.
L'attenzione si riduce? È vero: non per niente non parliamo per
più di otto minuti e poi mandiamo un pezzo. Al Cammello addirittura
i minuti erano soltanto tre. Si facesse così anche a scuola?
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INFO
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La
gallina volante dal romanzo di Paola Mastrocola (Guanda, 2000)
- Sono
la signora Lasorgente.
- Buongiorno
signora, si accomodi.
Mi viene freddo.
- Ecco,
sono qui per questo. Come si spiega l'ultimo 3 nel tema?
Giusto. Come si spiega? Bisogna spiegarlo. Spiegalo, Carla.
Prendo il pacco dei temi, cerco Lasorgente Federico, trovato:
3.
- Eccolo,
signora, guardiamolo insieme. Vede? Ci sono errori ortografici
gravissimi.
E le mostro uno dopo l'altro: anchora, cass- a capo - a, daltr'onde,
un'albero
- Ma
questi sono errori di forma! - dice esasperata e sinceramente
stupefatta.
- No,
scusi, guardi che in seconda liceo non si può non sapere
che
- Sì,
d'accordo, Federico è un po' distratto, poi cosa crede?
Queste cose non gliele hanno mica insegnate
Sì,
lo sa che il verbo avere vuole l'acca, però alle medie,
se anche la dimenticava, non era una tragedia
Carla, sta' calma.
È
che invece io credo che sia una tragedia e che non si tratti di
dimenticare l'acca, si può dimenticare il sale nella pasta,
una volta o due, ma è diverso. L'acca no. Non si tratta
di non sapere, certo che Federico Lasorgente lo sa che il verbo
avere vuole l'acca: il problema è che non sa che è
grave non metterla! Ecco che cosa non hanno insegnato a suo figlio,
signora: non gli hanno insegnato che non è tutto uguale,
che non fa sempre lo stesso, che scrivere un'albero oppure un
albero fa una bella differenza, e sa cos'è questa differenza?
Sa come si chiama? Si chiama IGNORANZA."
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COME
NASCE UN VOCABOLARIO
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Alle
volte il parlare comune è un'interessante spia del comune
sentire. Capita sovente di sentire frasi come: "Guarda se
c'è sul vocabolario" oppure "Guarda cosa dice
il vocabolario". Come se il Vocabolario fosse uno solo, sempre
lui, una sorta di monolito preesistente all'uomo e alla sua lingua.
L'idea che qualcuno i vocabolari li scriva o li abbia scritti
tocca di rado i consultatori (se non forse quelli professionali:
linguisti, grammatici, ecc.).
La realtà, come spesso capita, è ben diversa. Esiste
addirittura un nome per quelli che di mestiere scrivono i vocabolari
(o dizionari che dir si voglia: le due parole sono attualmente
tra i pochi veri sinonimi della lingua italiana): sono i lessicografi.
Che cosa fa, come lavora un lessicografo? Innanzitutto cercando
di mantenere un'estrema attenzione alla lingua e alle parole,
cercando di catturarle nel momento in cui nascono (e questo vale
per le parole nuove: sui libri e sui giornali se ne trovano a
decine ogni giorno, altre si nascondono in internet, tutte mai
prima registrate su un vocabolario) ed è in fondo il lavoro
più divertente, anche perché ogni nuova parola identificata
porta con sé una scommessa: vivrà per anni, per
decenni o non sarà già dimenticata tra un paio di
mesi? E poi, ma qui il lavoro è meno facile e meno gratificante,
cercando di ideare delle nuove forme in cui presentare le parole
che già su tutti i vocabolari ci sono (quelle che non possono
mancare, come "amore" o "tavolo" o come il
verbo "avere" e la preposizione "di"). Cercando
cioè di ideare delle strutture nuove e più adatte
al consultatore contemporaneo in cui incasellare definizioni e
indicazioni grammaticali. Spesso in questo secondo campo di applicazione
il lavoro è molto complesso e faticoso. E lo si fa avendo
la quasi assoluta certezza che proprio le parole che danno più
problemi saranno quelle che nessuno mai andrà a consultare.
Queste poche e vaghe righe nascono da una esperienza personale
ormai tragicamente quasi trentennale. Potrei dunque lecitamente
dichiarami un po' stufo di dare la caccia alle parole e di cercare
di renderle disponibili a tutti. Ma invece mi diverto ancora:
quando al mattino leggo il giornale e mi imbatto in una parola
mai letta prima corro subito a verificare se realmente manca:
e se sì mi affretto a definirla e a corredarla di etimologia,
categoria grammaticale, pronuncia e "marca d'uso".
Fin qui ho cercato di spiegare come si fa un vocabolario. Vorrei
concludere in negativo: come non si fa un vocabolario. Semplice:
scopiazzando e parafrasando malamente i prodotti della "concorrenza".
Luca
Terzolo
Responsabile settore lessicografico
della Casa Editrice UTET
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