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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 06/2001 | ||
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DO YOU SPEAK PIEMONTEIS? di Francesco Rubat BorelCi s'innamora di un paese o di un popolo per la sua storia, per la sua arte, per la sua cultura, per la sua musica, per averci passato una bella vacanza. E la sua lingua, anche se non la si conosce, ne diventa il segno di riconoscimento. Un anno fa le canzoni avevano i ritornelli in spagnolo e quest'estate in francese; conosco fanatici dei manga che vogliono imparare il giapponese, mentre prolificano i corsi di arabo. Nei pub irlandesi di Torino non mancano le scritte in gaelico (che nessuno capisce). Per non parlare dell'inglese Ma qual è la situazione di una lingua regionale e qual è, più in generale, la posizione dei giovani verso le lingue minoritarie e i dialetti? Il caso del piemontese è esemplare: a partire dall'evidente contraddizione del suo status di lingua minoritaria riconosciuto dai linguisti stranieri, dalla Regione, dal Consiglio d'Europa, ma negato dallo Stato italiano e dai linguisti italiani che lo considerano un dialetto. È una situazione comune a molti altri idiomi: è stato il caso del catalano ai tempi di Franco, mentre oggi a Barcellona si può vivere ignorando lo spagnolo; è il caso dell'insegnamento pubblico del corso in Francia, a differenza dell'occitano e del bretone. Tralasciando la questione del riconoscimento o meno di lingua minoritaria, vediamo qual è l'atteggiamento della popolazione e soprattutto dei giovani nei suoi confronti. La realtà piemontese è molto variegata. Da un lato, nelle città i giovani nati negli anni '70 e '80 non lo usano nella loro conversazione. Molti però lo capiscono o ne conoscono alcune frasi che usano in determinate occasioni. Dopo ormai due generazioni dalle immigrazioni da altre regioni, le origini familiari non contano quasi nulla. Si tratta di abitudini personali o di gruppo. Si nota però un maggiore interesse per ciò che è la lingua e la capacità di parlarla. Le motivazioni sono varie: curiosità, ricerca delle radici, volontà di differenziarsi in un mondo sempre più uniforme. Ma mai (a mia conoscenza) la volontà di usare il piemontese come barriera tra sé e gli altri. Nei centri minori, invece, dove i giovani che parlano piemontese sono più numerosi, ci sono due atteggiamenti: da un lato l'interesse per un aspetto della propria identità, dall'altro l'indifferenza per ciò che è considerato nulla più che un mezzo espressivo (è lo stesso comportamento di chi abita a Firenze e non gliene frega niente della bellezza della città). C'è poi chi crede di modernizzarsi rifiutando il piemontese ("Il dialetto a me mi fa schifo") per poi scimmiottare folklore da importazione. Sono atteggiamenti simili a quelli di altre realtà europee. Il rifiuto è la posizione più diffusa negli ambienti fortemente centralizzati o in cerca di promozione sociale. In francese patois, termine così fortunato sulle nostre montagne, non significa affatto dialetto o lingua minoritaria, ma indica una versione corrotta e volgare della lingua nazionale, una parlata adatta solamente alle canzoni di osteria e alle barzellette, mezzo d'espressione di vecchi e bifolchi. Paradossalmente, sono proprio certi impieghi delle lingue regionali a diffondere queste idee. Non c'è nulla di più dannoso di un comico che si esibisca in scenette con dialetti e accenti esagerati e inventati, di una sagra inventata dalla sera alla mattina chiamata La Fera dij Cossòt (La Fiera delle Zucchine), delle stucchevoli riproposte di vita medieval-settecentesco-contadina con il geometra e la bidella in costume, dei proverbi e modi di dire spacciati per antica saggezza popolare. "Il folklore è la morte vestita a festa", diceva un bretone. Si è invece dimostrato un importante mezzo di valorizzazione il proporre la parlata, accanto alla lingua nazionale e alle lingue straniere, in occasioni come le manifestazioni sportive (in Irlanda i nomi delle squadre di calcio sono spesso in gaelico), le mostre d'arte (in Catalogna si scrive di archeologia solo in catalano), le grandi fiere alimentari e turistiche: queste sono attività culturali e sociali che godono di buona considerazione e che diffondono l'idea di valorizzazione e tutela linguistica. Un'altra diffusa sciocchezza è l'affermazione che le lingue minoritarie dividano le nazioni. In realtà, la situazione europea dimostra il contrario: è la loro scomparsa ad essere all'origine dei conflitti. Oltre il caso della Jugoslavia, dove croati, serbi e musulmani parlano la stessa lingua, gli esempi d'Irlanda del Nord e Paesi Baschi sono significativi: nell'Ulster quasi nessuno parla il gaelico da trecento anni, e il basco è conosciuto da nemmeno un quarto della popolazione. Dove invece la lingua gode di buona salute, come in Galles, Catalogna, Frisia, nessuno immagina realmente il distacco dalla Gran Bretagna, dalla Spagna, dall'Olanda. È l'assenza o la precarietà di radici che genera conflitti con gli altri. Accade ad esempio con i figli degli immigrati extraeuropei: in Francia e Inghilterra i problemi con le comunità straniere sono nate alla seconda generazione di immigrati, quando i giovani avevano perso la loro identità e non parlavano più la lingua, ma non si sentivano del tutto francesi o inglesi. E in Africa uno dei fattori della distruzione delle società locali è nelle città l'abbandono degli idiomi locali per forme semplificate di inglese o francese. Conoscere, rivalutare, parlare la lingua locale non porta a vantaggi immediati, ma dà invece una visione del mondo al plurale, dove diverse identità e modi di vedere la realtà (perché questo è ciò che una lingua produce) convivono. La pluralità linguistica è stata sempre uno dei caratteri culturali del nostro continente e ora sta scomparendo, ma per essere sostituita da cosa? Da un'uniformità all'americana? Dalla riduzione delle lingue a semplice mezzo espressivo, come un paio di scarpe che si può cambiare e buttare via? È una prospettiva inedita nella storia culturale continentale. Cosa si fa per soddisfare o suscitare l'interesse per una lingua minoritaria come il piemontese? Il problema maggiore è che ormai la maggior parte dei minori di trent'anni non è più in grado di parlare la lingua e molti non la capiscono. E ci sono delle responsabilità. Gli adulti, nei confronti di un giovane che voglia parlare piemontese, assumono atteggiamenti tipici: innanzitutto lo mortificano fin quasi a farlo desistere al minimo errore di pronuncia o di grammatica; quindi gli propongono le parole più astruse del gergo e i proverbi più idioti. Infine sbottano: "Ma 'l piemontèis a cambia da 'n pais a l'àut, is capioma pa". Obiezione oziosa: è vero, come tutte le lingue anche il piemontese ha i suoi dialetti, ma con differenze minime compensate dall'intercomprensione. Superati questi ostacoli posti dall'autodenigrazione, quali opportunità, quali situazioni trova un giovane? Sono fondamentali le iniziative organizzate dalla Regione (che ha proclamato il piemontese lingua regionale), dalle amministrazioni locali e da numerose associazioni come l'insegnamento della lingua nella scuola dell'obbligo (più di cento classi, dalla periferia di Torino ai paesini delle Langhe) a fianco dei corsi per i giovani più grandi e per gli adulti. Ma i corsi non sono certo il mezzo più accattivante e idoneo, nonostante la buona presenza giovanile. Anche una produzione letteraria di alto valore non è sufficiente. Nel 1904 il poeta provenzale Frederi Mistral vinse il Nobel per la letteratura, ma oggi in larga parte della Francia meridionale non si parla più occitano. E si tratta comunque di considerazioni valide solo per una élite. Il valore di un idioma si misura meglio sulla produzione, sulla scrittura in prosa. Nella prosa i soggetti trattati e le modalità espressive sono necessariamente più vari, e sono la palestra della lingua. Il piemontese gode di un'ottima posizione, con la sua abbondante produzione in prosa sia di testi letterari che giornalistici e scientifici, ma come fare per farli uscire dalla cerchia dei piemontesisti? La fortuna di una lingua si ha quando il suo uso è un fattore normale fra la popolazione, quando non c'è più bisogno di associazioni e leggi di valorizzazione e tutela. In quel momento non si parla più di lingua minoritaria. È il caso (mirabile) del catalano negli ultimi anni. Anche perché se non c'è un sentimento diffuso, tutte le leggi sono inutili. Da ottant'anni l'Irlanda si prodiga per la diffusione del gaelico, ma appena il 7% dei suoi abitanti è in grado di usarlo; e il bilinguismo in Val d'Aosta è fatto oramai puramente amministrativo. Al contrario, in Friuli, la vitalità della lingua è patente nelle scritte sui muri e negli striscioni dell'Udinese. Ma allora, che fare? Ci viene da rispondere in modo indiretto, accennando ad una realtà "giovane": la musica. È la musica che in Italia e in Europa ha portato al risveglio delle lingue e delle culture locali. Non tanto la musica tradizionale, e tantomeno le perniciose canzoni nostalgiche e da osteria, ma la musica moderna, quella che si può ascoltare alla radio, in un locale ai Murazzi o suonata da un gruppo giovanile ad una festa scolastica. Pensiamo a ciò che significano per le rispettive lingue e dialetti il genovese De André, i Modena City Ramblers, i comaschi Van De Sfrooss, i napoletani Alma Negretta e 99 Posse, gli occitani Lou Dalfin, i gruppi heavy metal e punk baschi e bretoni. Il Piemonte, assieme a eccellenti gruppi di riproposta della musica tradizionale, ha band molto interessanti come i Mau Mau o i Farinej dla Brigna. I concerti e le feste organizzati da alcune associazioni e da alcuni locali hanno avuto successo proprio tra giovani che mai si sarebbero diversamente avvicinati ad una lingua minoritaria. Questo è il percorso che un gruppo musicale giovanile potrebbe intraprendere, anche come scudo contro un'uniformità strisciante. Il resto verrà da sé. A venta desse n'andi. |
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