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LA
LINGUA ITALIANA OGGI: LO STATO DELLE COSE
di
Mariano
Cirigliano
Una lingua
"viva e vera". Era così l'italiano che Alessandro Manzoni
aveva in mente e cercava per il suo romanzo, i Promessi Sposi. Una lingua
viva perché corrispondente all'uso reale, cioè orale e parlato,
e capace in quanto tale di trasmettere agilità e immediatezza anche
allo scritto. L'italiano invece era allora usato solo da pochi, e quasi
unicamente per scrivere: nel 1860, parlava italiano circa il 5% della
popolazione, mentre la parte restante usava quasi esclusivamente il dialetto.
Ai nostri giorni è difficile anche solo immaginarla una condizione
del genere. L'italiano è oggi una lingua pienamente affermata nell'uso
parlato di milioni di persone e impiegata per gli usi più diversi.
Ma se ci domandiamo come sta e cosa succede alla nostra lingua oggi, è
proprio da questo passaggio che dobbiamo partire. Dalla rapida e vasta
trasformazione che l'ha portata a essere una lingua per tutti, e non più
solo di una élite. Questa trasformazione ha rappresentato, infatti,
un importantissimo traguardo democratico e culturale (un dato positivo
imprescindibile per ogni considerazione sulla nostra lingua), ma l'ha
anche sottoposta a pressioni e a tendenze a volte non prive di contraddizioni,
e ad essa è possibile ricondurre, più in generale, molti
dei fenomeni di mutamento che tuttora la caratterizzano.
Lingua
parlata e lingua scritta
La
diffusione dell'uso parlato dell'italiano ha comportato il progressivo
consolidamento di un "italiano dell'uso medio": un tipo di
lingua dai tratti semplificati rispetto allo standard scritto tradizionale,
e modellata proprio sull'uso orale e comune. Si è aperto cioè
un confronto (una sorta di conflitto) tra la "norma" grammaticale,
codificata nel corso dei secoli a partire dalla lingua scritta, e l'uso
reale del parlato.
L'italiano dell'uso medio si mostra talvolta come una lingua più
povera, che padroneggia con difficoltà regole e usi adeguati,
al punto da aver fatto discutere i linguisti sulla espansione di una
"lingua selvaggia"; ma è capace - per altri aspetti
- anche di rivelarsi una lingua più semplice e agile, in grado
di adattarsi alle più diverse esigenze dell'uso.
In effetti le indicazioni che ci vengono dallo stato della nostra lingua
sono molteplici, e non vanno in una sola direzione. Si è consolidata
e si consolida la competenza della lingua parlata, mentre sembra indebolirsi
l'uso corretto e appropriato dell'italiano scritto. Dalle scuole e dalle
università vengono segnali concordi su questo aspetto: gli studenti
di oggi scrivono meno bene di quelli di non molti anni fa, con maggiore
difficoltà nel gestire le caratteristiche specifiche dell'uso
scritto della lingua. Ci sono però anche indicazioni di segno
opposto, che ci mostrano come proprio la scrittura sia fatta oggetto
negli ultimi anni di un interesse e di un'attenzione crescenti. In varie
università sono nati laboratori di scrittura di lingua italiana,
nelle scuole si fa pratica di diversi tipi di testo (che hanno sostituito
il tipo pressoché unico costituito in passato dal tema), crescono
le pubblicazioni dedicate alla scrittura e al suo apprendimento, e sono
ormai una realtà anche in Italia le scuole di scrittura creativa.
Scrittura e oralità (lingua parlata e lingua scritta) sono del
resto al centro di trasformazioni non esclusivamente linguistiche, ma
molto più ampie, relative alla cultura e alle forme di trasmissione
del sapere. Quello in cui viviamo è un mondo dominato dall'oralità
dei mezzi di comunicazione di massa - dalla radio, al cinema alla televisione,
che non a caso hanno avuto un ruolo storico determinante nel consolidare
l'uso della lingua: diffondendo un modello di italiano comune in tutta
la penisola, ma anche mostrando le differenze (la variazione delle pronunce
regionali, ad es.). La scrittura, da parte sua, sembra protagonista
di quella che appare una vera e propria metamorfosi. Non solo - malgrado
ciò che è stato spesso annunciato - le nuove tecnologie
non hanno portato alla morte del libro stampato, ma la scrittura sta
conquistando nuovi spazi, e sembra prendersi una rivincita sull'oralità
dei media audiovisivi proprio grazie a loro. Così internet si
afferma come un nuovo grande spazio per la parola scritta. L'uso delle
e-mail e delle chat si afferma come un'alternativa scritta alla conversazione
telefonica. Persino i brevi messaggi di testo (sms) dei telefonini appaiono
come una nuova piccola frontiera nella realtà della scrittura.
È anche in questi ultimi usi che possiamo vedere quanto sia vivo
e in movimento il dialogo tra lingua parlata e lingua scritta. È
l'uso orale che influenza la scrittura, ma sono anche - semplicemente
- nuovi modi di comunicare che si impongono con le loro esigenze e caratteristiche
specifiche. La conseguenza è quella di uno stile informale che
si afferma, spontaneamente ma anche consapevolmente, negli usi scritti.
È il fenomeno, sempre esistito, dei reciproci influssi tra il
parlato e lo scritto e della diffusione dei "testi misti",
che mescolano forme tipiche del parlato e dello scritto. Capita ad esempio
nei giornali, dove rispetto al passato si è fatta strada una
lingua sensibilmente attratta dal parlato, dalla sua immediatezza ed
espressività. Lo vediamo nei titoli e negli incipit degli articoli,
spesso in discorso diretto, a riprodurre (o fingere di riprodurre) le
parole pronunciate dai protagonisti della cronaca. Ma anche nel livello
generale della scrittura giornalistica, più agile rispetto ad
alcuni decenni fa, fatta di frasi brevi, di costruzioni sintattiche
particolari, di un lessico medio, a volte colloquiale. Per non parlare
delle interviste, veri e propri "spazi" di oralità
nella pagina stampata.
Chi
parla male pensa male
Come
sempre la lingua, coi suoi mutamenti, ci mostra - come riflesso in uno
specchio - qualcosa che succede fuori della lingua stessa, nel mondo
in cui viviamo. Tra i tanti segnali, ad esempio, il mutamento delle
varietà linguistiche sentite come di maggior prestigio. I linguaggi
tecnici hanno sostituito in questo ruolo l'italiano letterario della
tradizione. E in particolare, negli ultimi tempi, sono le parole dell'economia
a diffondersi, ad apparire più importanti, anche fuori dal loro
ambito d'uso naturale. Nella scuola e anche nell'università sono
ormai una realtà i crediti e i debiti formativi: due termini
economici applicati al mondo del sapere, della formazione. Evidentemente
perché paiono esprimere un'idea di efficienza e di produttività
sentita come un valore (e recentemente un ministro ha detto in un discorso
ufficiale che i giovani sono il capitale umano della scuola. Ancora
un termine economico). Anche nell'uso comune il tecnicismo, pure se
non necessario, può essere percepito come mezzo per dare importanza
a ciò che si dice. Una tendenza che ha da sempre caratterizzato,
più di ogni altro, il linguaggio burocratico: quello dei documenti
emessi dagli uffici, degli avvisi pubblici (pensiamo all'uso di obliterare
per "annullare" o "timbrare", riferito ai biglietti
dell'autobus). Ma che si ritrova anche altrove, sui giornali, nel parlato
televisivo, nella lingua dei politici (vedi il recente successo di "sinergia").
Del linguaggio burocratico e della sua natura si era occupato anche
Italo Calvino, preoccupato soprattutto dal dilagare nell'uso comune,
attraverso l'omogeneizzazione della cultura diffusa dai mass-media,
di ciò che chiamava antilingua: una lingua che "tende a
livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime,
astratte".
È l'altra faccia della diffusione dell'italiano medio. Il rischio
cioè di trovarci di fronte a una lingua appiattita, impoverita,
in cui imperversino i luoghi comuni. Proprio mentre il successo dell'italiano
parlato comporta anche la perdita dell'uso dei dialetti, soprattutto
nelle città, con la loro straordinaria ricchezza di parole, di
cultura, di differenze. E un indebolimento dell'italiano sarebbe visibile
anche in una eccessiva apertura alle parole inglesi, come capita ad
esempio nella terminologia dell'informatica (ma i linguisti ci ricordano
che il prestito di parole straniere sia un fenomeno normale in una lingua,
e anche un segno di vitalità. Nel Settecento, ad esempio, a dominare
era il francese). Come si vede ci sono certamente anche aspetti contraddittori
nell'italiano d'oggi: fenomeni da tenere d'occhio, indizi da seguire
con attenzione, curiosità, magari anche con sospetto. "Le
parole sono importanti!! Chi parla male, pensa male". Così
urla, in una scena molto famosa del film Palombella rossa, il regista
e protagonista Nanni Moretti, prendendosela con una giovane giornalista
di una tv privata, spazientito dal suo linguaggio gergale, infarcito
di luoghi comuni. E circa mezzo secolo fa George Orwell scriveva "La
sciatteria della nostra lingua favorisce ancor di più l'aver
vacui pensieri".
È fuorviante però porre l'accento solo sugli aspetti che
possono apparire preoccupanti (linguisticamente e culturalmente) nella
realtà dell'italiano d'oggi. Malgrado tutto, vale infatti più
di ogni altra la considerazione da cui siamo partiti. Dal punto di vista
della reale diffusione scritta e parlata, la lingua italiana non ha
mai goduto così buona salute come nel presente. È una
lingua viva e vera, e proprio in quanto tale in movimento, con tante
differenze al suo interno, tante varietà, che rispecchiano la
molteplicità degli usi e delle esigenze. È proprio dall'essere
viva che nascono le possibili contraddizioni, le luci e ombre. Anche
le possibilità di salute (della lingua e della cultura) vengono
da questo, dall'uso che se ne fa, dalle persone.
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