SPECIALE

Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 06/2001

novembre/dicembre 2001







 

 


LA LINGUA ITALIANA OGGI: LO STATO DELLE COSE

di Mariano Cirigliano
Una lingua "viva e vera". Era così l'italiano che Alessandro Manzoni aveva in mente e cercava per il suo romanzo, i Promessi Sposi. Una lingua viva perché corrispondente all'uso reale, cioè orale e parlato, e capace in quanto tale di trasmettere agilità e immediatezza anche allo scritto. L'italiano invece era allora usato solo da pochi, e quasi unicamente per scrivere: nel 1860, parlava italiano circa il 5% della popolazione, mentre la parte restante usava quasi esclusivamente il dialetto.
Ai nostri giorni è difficile anche solo immaginarla una condizione del genere. L'italiano è oggi una lingua pienamente affermata nell'uso parlato di milioni di persone e impiegata per gli usi più diversi. Ma se ci domandiamo come sta e cosa succede alla nostra lingua oggi, è proprio da questo passaggio che dobbiamo partire. Dalla rapida e vasta trasformazione che l'ha portata a essere una lingua per tutti, e non più solo di una élite. Questa trasformazione ha rappresentato, infatti, un importantissimo traguardo democratico e culturale (un dato positivo imprescindibile per ogni considerazione sulla nostra lingua), ma l'ha anche sottoposta a pressioni e a tendenze a volte non prive di contraddizioni, e ad essa è possibile ricondurre, più in generale, molti dei fenomeni di mutamento che tuttora la caratterizzano.

Lingua parlata e lingua scritta
La diffusione dell'uso parlato dell'italiano ha comportato il progressivo consolidamento di un "italiano dell'uso medio": un tipo di lingua dai tratti semplificati rispetto allo standard scritto tradizionale, e modellata proprio sull'uso orale e comune. Si è aperto cioè un confronto (una sorta di conflitto) tra la "norma" grammaticale, codificata nel corso dei secoli a partire dalla lingua scritta, e l'uso reale del parlato.
L'italiano dell'uso medio si mostra talvolta come una lingua più povera, che padroneggia con difficoltà regole e usi adeguati, al punto da aver fatto discutere i linguisti sulla espansione di una "lingua selvaggia"; ma è capace - per altri aspetti - anche di rivelarsi una lingua più semplice e agile, in grado di adattarsi alle più diverse esigenze dell'uso.
In effetti le indicazioni che ci vengono dallo stato della nostra lingua sono molteplici, e non vanno in una sola direzione. Si è consolidata e si consolida la competenza della lingua parlata, mentre sembra indebolirsi l'uso corretto e appropriato dell'italiano scritto. Dalle scuole e dalle università vengono segnali concordi su questo aspetto: gli studenti di oggi scrivono meno bene di quelli di non molti anni fa, con maggiore difficoltà nel gestire le caratteristiche specifiche dell'uso scritto della lingua. Ci sono però anche indicazioni di segno opposto, che ci mostrano come proprio la scrittura sia fatta oggetto negli ultimi anni di un interesse e di un'attenzione crescenti. In varie università sono nati laboratori di scrittura di lingua italiana, nelle scuole si fa pratica di diversi tipi di testo (che hanno sostituito il tipo pressoché unico costituito in passato dal tema), crescono le pubblicazioni dedicate alla scrittura e al suo apprendimento, e sono ormai una realtà anche in Italia le scuole di scrittura creativa.
Scrittura e oralità (lingua parlata e lingua scritta) sono del resto al centro di trasformazioni non esclusivamente linguistiche, ma molto più ampie, relative alla cultura e alle forme di trasmissione del sapere. Quello in cui viviamo è un mondo dominato dall'oralità dei mezzi di comunicazione di massa - dalla radio, al cinema alla televisione, che non a caso hanno avuto un ruolo storico determinante nel consolidare l'uso della lingua: diffondendo un modello di italiano comune in tutta la penisola, ma anche mostrando le differenze (la variazione delle pronunce regionali, ad es.). La scrittura, da parte sua, sembra protagonista di quella che appare una vera e propria metamorfosi. Non solo - malgrado ciò che è stato spesso annunciato - le nuove tecnologie non hanno portato alla morte del libro stampato, ma la scrittura sta conquistando nuovi spazi, e sembra prendersi una rivincita sull'oralità dei media audiovisivi proprio grazie a loro. Così internet si afferma come un nuovo grande spazio per la parola scritta. L'uso delle e-mail e delle chat si afferma come un'alternativa scritta alla conversazione telefonica. Persino i brevi messaggi di testo (sms) dei telefonini appaiono come una nuova piccola frontiera nella realtà della scrittura.
È anche in questi ultimi usi che possiamo vedere quanto sia vivo e in movimento il dialogo tra lingua parlata e lingua scritta. È l'uso orale che influenza la scrittura, ma sono anche - semplicemente - nuovi modi di comunicare che si impongono con le loro esigenze e caratteristiche specifiche. La conseguenza è quella di uno stile informale che si afferma, spontaneamente ma anche consapevolmente, negli usi scritti.
È il fenomeno, sempre esistito, dei reciproci influssi tra il parlato e lo scritto e della diffusione dei "testi misti", che mescolano forme tipiche del parlato e dello scritto. Capita ad esempio nei giornali, dove rispetto al passato si è fatta strada una lingua sensibilmente attratta dal parlato, dalla sua immediatezza ed espressività. Lo vediamo nei titoli e negli incipit degli articoli, spesso in discorso diretto, a riprodurre (o fingere di riprodurre) le parole pronunciate dai protagonisti della cronaca. Ma anche nel livello generale della scrittura giornalistica, più agile rispetto ad alcuni decenni fa, fatta di frasi brevi, di costruzioni sintattiche particolari, di un lessico medio, a volte colloquiale. Per non parlare delle interviste, veri e propri "spazi" di oralità nella pagina stampata.

Chi parla male pensa male
Come sempre la lingua, coi suoi mutamenti, ci mostra - come riflesso in uno specchio - qualcosa che succede fuori della lingua stessa, nel mondo in cui viviamo. Tra i tanti segnali, ad esempio, il mutamento delle varietà linguistiche sentite come di maggior prestigio. I linguaggi tecnici hanno sostituito in questo ruolo l'italiano letterario della tradizione. E in particolare, negli ultimi tempi, sono le parole dell'economia a diffondersi, ad apparire più importanti, anche fuori dal loro ambito d'uso naturale. Nella scuola e anche nell'università sono ormai una realtà i crediti e i debiti formativi: due termini economici applicati al mondo del sapere, della formazione. Evidentemente perché paiono esprimere un'idea di efficienza e di produttività sentita come un valore (e recentemente un ministro ha detto in un discorso ufficiale che i giovani sono il capitale umano della scuola. Ancora un termine economico). Anche nell'uso comune il tecnicismo, pure se non necessario, può essere percepito come mezzo per dare importanza a ciò che si dice. Una tendenza che ha da sempre caratterizzato, più di ogni altro, il linguaggio burocratico: quello dei documenti emessi dagli uffici, degli avvisi pubblici (pensiamo all'uso di obliterare per "annullare" o "timbrare", riferito ai biglietti dell'autobus). Ma che si ritrova anche altrove, sui giornali, nel parlato televisivo, nella lingua dei politici (vedi il recente successo di "sinergia"). Del linguaggio burocratico e della sua natura si era occupato anche Italo Calvino, preoccupato soprattutto dal dilagare nell'uso comune, attraverso l'omogeneizzazione della cultura diffusa dai mass-media, di ciò che chiamava antilingua: una lingua che "tende a livellare l'espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte".
È l'altra faccia della diffusione dell'italiano medio. Il rischio cioè di trovarci di fronte a una lingua appiattita, impoverita, in cui imperversino i luoghi comuni. Proprio mentre il successo dell'italiano parlato comporta anche la perdita dell'uso dei dialetti, soprattutto nelle città, con la loro straordinaria ricchezza di parole, di cultura, di differenze. E un indebolimento dell'italiano sarebbe visibile anche in una eccessiva apertura alle parole inglesi, come capita ad esempio nella terminologia dell'informatica (ma i linguisti ci ricordano che il prestito di parole straniere sia un fenomeno normale in una lingua, e anche un segno di vitalità. Nel Settecento, ad esempio, a dominare era il francese). Come si vede ci sono certamente anche aspetti contraddittori nell'italiano d'oggi: fenomeni da tenere d'occhio, indizi da seguire con attenzione, curiosità, magari anche con sospetto. "Le parole sono importanti!! Chi parla male, pensa male". Così urla, in una scena molto famosa del film Palombella rossa, il regista e protagonista Nanni Moretti, prendendosela con una giovane giornalista di una tv privata, spazientito dal suo linguaggio gergale, infarcito di luoghi comuni. E circa mezzo secolo fa George Orwell scriveva "La sciatteria della nostra lingua favorisce ancor di più l'aver vacui pensieri".
È fuorviante però porre l'accento solo sugli aspetti che possono apparire preoccupanti (linguisticamente e culturalmente) nella realtà dell'italiano d'oggi. Malgrado tutto, vale infatti più di ogni altra la considerazione da cui siamo partiti. Dal punto di vista della reale diffusione scritta e parlata, la lingua italiana non ha mai goduto così buona salute come nel presente. È una lingua viva e vera, e proprio in quanto tale in movimento, con tante differenze al suo interno, tante varietà, che rispecchiano la molteplicità degli usi e delle esigenze. È proprio dall'essere viva che nascono le possibili contraddizioni, le luci e ombre. Anche le possibilità di salute (della lingua e della cultura) vengono da questo, dall'uso che se ne fa, dalle persone.

.
SOMMARIO DI QUESTO NUMERO

Archivio
ANNO
ricerca per numero e anno
ARGOMENTI
ricerca degli articoli per argomenti
SPECIALI
titoli degli speciali
PAROLA
ricerca per parola chiave