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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 06/2001 | ||
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PARLARE È POTERE di Paolo EuronUn filosofo contemporaneo afferma che i confini del nostro mondo coincidono con i confini del nostro linguaggio. Ciò significherebbe che noi abbiamo un mondo di progetti, di affetti, di relazioni, di idee, ma anche di oggetti e di beni materiali, solo fin tanto che abbiamo la capacità di nominare e di inserire in un discorso le nostre idee, i nostri affetti, i nostri progetti. Senza linguaggio, perfino le cose più fidate e famigliari ci apparirebbero estranee, perché la loro famigliarità e affidabilità si basa in gran parte sul linguaggio che ce le avvicina. Non sarà difficile condividere questo punto di vista se pensiamo a quale caos sarebbe montare un'automobile senza avere a disposizione un nome preciso per indicare ogni suo pezzo. Quella illustrata sembrerebbe una posizione tutto sommato di poco peso sulla vita quotidiana. Ma non è così. Non solo i filosofi, ma tutta la nostra società, con il suo rapido informatizzarsi, mette in primo piano la questione della comunicazione e, quindi, del linguaggio. Anche l'ampliarsi dei mercati su una scala mondiale (la cosiddetta "globalizzazione") e gli spostamenti di popoli in Europa e nel mondo pongono in primo piano un problema che in Italia pareva (a torto) in gran parte superato, il problema della lingua come primo ed essenziale mezzo per vivere adeguatamente nel proprio mondo e per migliorare la qualità della vita. È vero, non siamo più all'epoca in cui un Don Abbondio, rappresentante del sapere riconosciuto, metteva a tacere Renzo con due parole in latino. Da allora sono cambiate molte cose, per fortuna. Ma il potere resta (e resterà) dalla parte di chi possiede il sapere e riesce a gestirlo, quindi di chi sa parlare. Oggi più che mai, oggi che il linguaggio diventa la condizione indispensabile per ottenere potere o, alla peggio, per non lasciarsene schiacciare. Partiamo da un esempio. Consideriamo i molti italiani che, per ragioni di lavoro, da tempo vivono all'estero: si trovano a dover lavorare in una società straniera molto diversa dalla loro, composita e complessa. Al loro interno queste comunità si irrigidiscono e si isolano conservando con rigore i propri dialetti, le tradizioni e spesso una irriducibile diffidenza verso il paese che le ospita; all'esterno trovano grande difficoltà a valorizzare il proprio lavoro, soprattutto perché non padroneggiano a sufficienza la lingua locale. Fuori, naturalmente, nulla può essere dato per scontato e tutto va costruito, discusso, appreso, tutto si basa su contatti; e non capire bene la lingua significa aumentare la diffidenza, che poi fa diffidare della cultura straniera in genere e della lingua, in un circolo vizioso. In Germania (nel sud esiste la più grande concentrazione di italiani all'estero dopo Brooklyn) ci sono ancora italiani che parlano quasi solo il dialetto d'origine e la variante dialettale del tedesco della zona in cui lavorano, precludendosi in questo modo ogni possibilità di mobilità, in Italia come in Germania. Sono artefici di formidabili contaminazioni linguistiche italo-tedesche, di espressioni molto belle che però useranno solo loro e che sarebbe impossibile tentare di tradurre. I figli finiscono talvolta alle scuole differenziali, gli istituti per chi ha difficoltà di apprendimento, ma è difficile dire quanti ci finiscono perché hanno effettivi problemi di personalità, quanti perché non sanno esprimere il loro mondo interiore, e quanti infine perché hanno sviluppato reali problemi psichici per la mancanza di una lingua adatta ad esprimere in modo adeguato il loro mondo interiore. E anche chi a scuola ha una sorte migliore non si sente incoraggiato a studiare con la prospettiva di occupare posti di prestigio, sceglie la via di minor sforzo, far pochi soldi ma subito, perché è difficile avere confidenza con un mondo quando si ha diffidenza verso la lingua che lo esprime. Poi la stessa gente è capace di dare esempi eccezionali di affetto, amicizia, dedizione, per compensare ciò che non sa esprimere a voce. Così gli italiani in Germania, spesso, restano ancora tra quelli meglio voluti e peggio pagati. E quello che era ed in parte rimane il problema degli italiani all'estero, diventa ora il problema degli stranieri in Italia. Con l'esperienza accumulata diventa quindi necessario capire che imparare la lingua di un paese ospitante non significa rinunciare alla propria cultura, ma mettersi nella condizione di poterla mediare. Questi problemi parrebbero appartenere al passato. Ora in Italia si praticano di più le lingue straniere (almeno l'inglese), e si scrive di più (almeno sul computer): la parola sembra ritornare centrale, arricchita dalle potenzialità delle nuove tecnologie. Ma proprio le nuove tecnologie propongono nuove "responsabilità". Lo sviluppo del linguaggio ci ha permesso di fare riferimento e di "maneggiare" la realtà senza averla fisicamente presente, e questo ha significato un poderoso balzo in avanti dell'umanità, ha significato civiltà. Ora l'informatizzazione rischia di contribuire a produrre un secondo distacco, quello della lingua dalla sua funzione comunicativa e di pensiero: l'esistenza di tanti "canali" di comunicazione (internet, e-mail, SMS, eccetera) dispone e induce a comunicare anche chi non ha nulla da dire, creando parole vuote (guarda caso, a pagamento). Ecco che allora riflettere sulla lingua e sul suo potere, sulla lingua come condizione e presupposto dell'uguaglianza, mediazione della differenza e base della convivenza, assume un significato particolare, oggi più di ieri, per le numerose, nuove questioni che la determinano. Facciamo l'esempio inevitabile della televisione che, dopo aver avuto successo nell'impresa di unificare linguisticamente il nostro paese, con il moltiplicarsi dei canali (e la necessità di tenerli attivi) ne ha abbassato e omologato il livello espressivo. La lingua non è solo un mezzo per esprimere il nostro mondo interiore. Non è semplicemente un tramite, ma è il luogo in cui il nostro mondo interiore prende forma. E così arriviamo a trovare un significato ulteriore del termine "potere" congiunto alla lingua. Non si tratta solo del potere materiale e oggettivo, quello che esercita chi dispone di più parole su chi ne conosce meno. Si tratta anche di un potere in senso assoluto. Chi padroneggia la lingua ha il potere sul mondo che lo circonda, ha la facoltà di accedervi, di comprenderlo, di intervenirvi, di dialogare con gli altri, e di modificarlo.
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