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SPECIALE | |
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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 06/2001 | ||
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ASPETTA,
ALLORA SCRIVI COSì
Chiara, sedici anni. Quando le ho chiesto del linguaggio, delle parole, mi ha guardato di traverso. Pensava si trattasse di una questione grammaticale. Poi arriviamo a capirci. "So che trovo difficile esprimere certe cose. Ma so anche - mi piega - che ci sono modi alternativi. La musica è uno di questi, penso. Se con una mia amica mi riferisco ad una certa canzone, lei capisce. Sa cosa voglio dire." Matteo, un anno di meno, la mette su un altro piano. "Il mio problema è quando parlo con i miei genitori. Usiamo le stesse parole, va bene, però su certe questioni non ci troviamo proprio. Non credo sia solo un problema di cultura, non saprei. Forse dipende dalla vita che hai fatto, dalle esperienze." Gli chiedo di farmi un esempio. Ci pensa un po', non gli viene in mente nulla di significativo. "Vedi? Non riesco a spiegartelo". E ridiamo. Ci prova Ivan. "Ad esempio succede qualcosa di buffo. Alcune parole restano legate a quell'episodio. Quando le ripeto, i miei amici capiscono l'allusione, ridono. Tu no, per te sono parole qualsiasi. Potrebbe essere questo." Potrebbe. Federica dice di non fidarsi molto delle parole. Perché? "Perché a volte ti vogliono convincere e basta. Magari a comprare qualcosa, come nelle pubblicità. E a volte si sente di malintenzionati che riescono a prendere in giro persone anziane, parlando, facendosi aprire la porta di casa." Andrea, quindici anni, aggiunge: "Lo stesso vale per i telegiornali, no? E i politici. Comunque non puoi mica fare a meno di parlare." Il discorso forse sta andando nella direzione giusta. "A meno che tu non faccia come quel gruppo di capelloni degli anni sessanta, che aveva smesso di usare le parole e fischiava soltanto." Credo si riferisca ad un movimento beat milanese, nato presso la facoltà di architettura. "E tu come fai a sapere questa cosa?" gli chiedo. "Ho letto", mi risponde. Ma c'è chi non è d'accordo. Sabrina, stessa età di Andrea. "Io tutta questa difficoltà nelle parole non la vedo. Dipende. Se si parla di un tavolo, è un tavolo, no? Se invece si tratta di idee come amore o amicizia, allora è diverso." Ivan interviene di nuovo. "Comunque ci sono certe persone che si danno tante arie perché parlano in un certo modo. Puoi spiegare una cosa in molti modi, dipende da chi ti ascolta, da quello che vuoi dire. Questo lo sentiamo molto con gli insegnanti, a scuola. Sapere le cose non sempre vuol dire saperle dire agli altri, no?" Bisogna uscire da questo vicolo cieco. Faccio la domanda provocatoria. "Ma secondo voi è vero che la gente non riesce più a parlare?" Mi sembrano perplessi. Matteo torna alla carica: "No- nostante tutti questi mezzi di comunicazione, internet, i telefonini Mah, no. Se mi capita di prendere l'ascensore con qualcuno che abita nel mio palazzo, un certo imbarazzo c'è sempre. Ma è normale, no?" "Ma dai - ribatte Chiara - dipende dalla confidenza, con certe persone bastano poche parole. Con le amiche puoi usare nomignoli, modi di dire E si capisce. Anche le mamme, con i bambini piccoli, fanno così. Ma non ho capito una cosa Tu perché ci stai chiedendo queste cose?" "Ecco, io... Si tratta di uno speciale sul linguaggio." Mi guarda perplessa. Evidentemente come risposta non gli è bastata, si aspetta chiarimenti. Riprovo. "Volevamo sapere direttamente da voi il vostro modo di sentire le parole." "Ma dai, e pubblicate le cose che abbiamo detto?" "Eh già""Aspetta, allora scrivi così..." A questo punto diventano tutti meno spontanei. Pensano al lettore, all'idea che si potrebbe fare delle loro affermazioni. E a noi non interessa più. |
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