TEMPO LIBERO

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novembre/dicembre 2000







I RIFUGI NELLA REGIONE DEL MARGUAREIS
Capanna Morgantini (2220 m s.l.m.)
Alta Valle Pesio
Località Colla Piana
Capanna Saracco-Volante (2220 m s.l.m.)
Alta Valle Tanaro
Conca di Piaggia Bella
Tel. 0174-390190
Rifugio Piero Garelli (1990 m s.l.m.)
Alta Valle Pesio
Pian del Lupo
Tel. 0171738078
Rifugio Havis De Giorgio o Mondovì
(1761 m s.l.m.)
Alta Valle Ellero
Località Sella Piscio
Tel. 0174-65555
Rifugio Mongioie (1520 m s.l.m.)
Alta Valle Tanaro
Pian Rosso di Viozene
Tel. 0174-390196


 

 

 


ESPLORATORI DEL VUOTO

di Luigi Urru
È lunga la strada e sterrata. Che si salga da Limone oppure da Ormea - entrambi Comuni di quel lembo meridionale di Piemonte affacciato sulla Liguria e sul Départment des Alpes Maritimes - ci vogliono almeno un paio d'ore di macchina da Torino per avvistare il profilo dell'Indiano. La rotabile d'alta quota dal Colle di Tenda a Monesi, tutta pietre infilate di coltello quando non buche e rattoppi e cedimenti, lo lambisce per oltre quaranta chilometri, ne asseconda le pieghe e le volubilità geologiche, si accomoda sulla sua scabra geografia di superficie: e tuttavia non riesce a carpire un millesimo dei suoi segreti. È dentro, nella pancia, che lui, l'Indiano, li tiene nascosti. Ed è anzi solo a chi s'impegna in un patto ipogeo che lui si concede con questo nome ieratico, perentorio e sommo. Per tutti gli altri, non è che una cima neanche troppo elevata, un massiccio forse, volendo peccare di generosità, sulla linea di confine italo-francese: Monte Marguareis.

GLI ABITANTI DEGLI ALTIPIANI
Niente alberi, pochissima acqua, rarissimi incontri d'uomini: il paesaggio del Marguareis è costruito per assenza. L'orizzonte si mantiene spoglio, arso, con un andamento ad altipiani che difficilmente s'innalza verticale. Ambiente inospitale, diresti, e nemmeno idoneo a vellicare ambizioni alpinistiche. Invece sbagli: per un pugno d'uomini il Marguareis è casa. Gli speleologi. Meno incostanti dei turisti, più urbani dei margari (nel senso almeno della provenienza, poiché ad avvicinarli volentieri mantengono un tono tra il lusco e il brusco), consumati da una passione struggente quanto quelle acque che lentamente, molto lentamente, consumano le loro grotte.
Non sono in molti gli speleologi in terra subalpina, "una trentina quelli attivi con una certa regolarità", secondo Francesco Vacchiano, presidente uscente del Gruppo Speleologico Piemontese. Si conoscono l'un l'altro come fossero fratelli; come fratelli si amano e si punzecchiano; si attribuiscono nomi che sostituiscono quelli di battesimo (Fof, Poppi, Cagnotto, Loco Hombre, Sincro, Zeta, Arlo, Manzo, Lurida, Enos, Piedone, Jena sono solo alcuni di quelli registrati dall'elenco dei soci della rivista Grotte); per il fine settimana si danno appuntamento sulle pendici dell'Indiano, dove convergono appassionati da tutt'Italia e mezz'Europa, per poi nuovamente disperdersi nei mille rivoli della pianura tra Cuneo, Torino e Biella.
Lassù le grotte sono tante, anche un profano si accorge delle tracce disseminate all'esterno: doline, inghiottitoi a neve, pozzi a cielo aperto, fratture nella roccia, campi solcati. Sono innumerevoli, anzi, scoperte, scese, esplorate, rilevate, disegnate e infine catalogate in un catasto regionale. Nascono isolate, s'attorcigliano in budelli e meandri, s'arrestano su una fessura, una frana, un sifone, ripartono veloci con pozzi di decine di metri, sale, saloni e gallerie che promettono la via verso le risorgenze in Valle Tanaro (la così detta Foce), Pesio (l'omonimo Pis), o Ellero (stessa omonimia). Spesse volte le grotte s'appaiano a sorelle vicine e lontane, s'aggemellano inventando parentele che gli speleologi prima sognano, poi indagano, quindi verificano. Si tratta allora dei sistemi carsici, frutto del lavoro d'acqua durato ere geologiche e di accorte esplorazioni proseguite per anni. Nel massiccio del Marguareis meritano questo nome Piaggia Bella (quattordici ingressi, quasi quaranta chilometri di sviluppo, 925 metri di profondità) e le Carsene (quattro ingressi, venti chilometri abbondanti di sviluppo, 800 metri di profondità). Poi c'è Labassa, esplorata da speleologi di Imperia: due ingressi, uno recentissimo, per venti chilometri per 600 metri.
Insieme a pochi altri (la durata di una punta sottoterra, per esempio) sono questi i numeri che interessano a chi va in grotta. Numeri difficili da valutare per chi sta fuori, numeri, dunque, del nascondimento, come tutta la disciplina. Le imprese speleologiche non hanno mai raggiunto la ribalta che tv e carta stampata con petulanza riservano a calciatori, scalatori, pedalatori. Che nelle scorse settimane estive un buchetto dal buffo nome 'I cocomeri in salita' abbia consentito di penetrare per la prima volta in alcune delle più interne regioni del Marguareis, è passato sotto silenzio. Gli speleologi, anche quelli che hanno condotto le esplorazioni, non se la prendono. La speleologia è disciplina che rifugge i mass-media, non è mai in diretta, vive del racconto differito di chi è stato dentro a srotolare corde e percorrere meandri. Usare una macchina fotografica in grotta richiede mille precauzioni, figuriamoci farci entrare una troupe televisiva.

LA FRONTIERA
Il fascino è un altro: la speleologia è una pratica epica. Non ha bisogno di telecamere e bravi scribacchini per creare l'epos - lo vive. Nessun altro sport coniuga l'orgoglio della prestazione fisica con le emozioni della scoperta e l'intelligenza dell'esplorazione geografica. "Il bello viene quando finiscono le corde", racconta ancora Francesco Vacchiano: in posti dove nessuno ha mai messo piede può capitare di avere esaurito l'attrezzatura necessaria per proseguire. Tocca allora aspettare una settimana per tornare a 'frugare' in territorio vergine. Ecco le soddisfazioni della speleologia: essere i primi a vedere mondi di cui chi sta in superficie nemmeno sospetta l'esistenza. Qualcosa di simile, mi pare facessero i navigatori di fine Quattrocento sulla rotta delle Americhe, o gli esploratori ottocenteschi assillati dal problema delle sorgenti del Nilo. Senza fare nomi. Si leggano allora queste poche righe che il naturalista Fritz Mader scrisse nel 1907 sulla Rivista Mensile del CAI: "Sul lato Sud della larghissima sella erbosa detta Colle del Pas v'è un bacino che contiene alcuni fondi terrosi ed un imbuto roccioso con grandissima apertura, che poi si restringe molto; vi si perde un piccolo rio". È la prima descrizione scritta della Voragine del Colle del Pas, madre di tutte le ricerche nella Conca di Piaggia Bella. È anche l'uomo davanti all'ignoto, pronto ad abitarlo e lasciarsene abitare.
Gioie e vittorie da ultima frontiera sono il premio a chi si dedica con assiduità alla speleologia, inizia con un corso (il prossimo a febbraio a Torino), prende confidenza con le tecniche di discesa e risalita, cresce in affiatamento col gruppo, gira per buchi e buchetti, grotte calde in riva al mare e fredde in cima alle montagne, vicine e lontane dal Marguareis, fino al grande abisso, al limite del conosciuto da spingere più in là… Tanta adrenalina e una bellezza sconcertante, compagni a volte sinceri a volte gradassi, domeniche che non finiscono nel cassetto dei ricordi che ingialliscono: questo mette in tasca chi insegue il vuoto nella pancia della terra.

PER IMPARARE

 

Gruppo Speleologico Piemontese
CAI UGET Torino
Galleria Subalpina 30, 10123 Torino
www.arpnet.it/gspele
contatto: Francesco Vacchiano (011-5215869)
Gruppo Speleologico Alpi Marittime
CAI Cuneo
Corso IV Novembre 14, 12100 Cuneo
contatto: Giorgio Dutto (0172-693800)
Gruppo Grotte Novara
CAI Novara
Vicolo Santo Spirito 7, 28100 Novara
Gruppo Speleologico Biellese
CAI Biella Via Pietro Micca 13, 13051 Biella
Gruppo Speleologico Giavenese
"Eraldo Saracco"
CAI Giaveno Via XX Settembre 37,
10094 Giaveno (To)
Gruppo Speleologico Valli Pinerolesi
CAI Coazze Via Matteotti 128,
10050 Coazze (To)
Gruppo Grotte Acqui
Via Monteverde 44, 15011 Acqui Terme (Al)

 
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