|
I
RIFUGI NELLA REGIONE DEL MARGUAREIS
|
Capanna Morgantini
(2220 m s.l.m.)
Alta Valle Pesio
Località Colla Piana
Capanna Saracco-Volante (2220 m s.l.m.)
Alta Valle Tanaro
Conca di Piaggia Bella
Tel. 0174-390190
Rifugio Piero Garelli (1990 m s.l.m.)
Alta Valle Pesio
Pian del Lupo
Tel. 0171738078
Rifugio Havis De Giorgio o Mondovì
(1761 m s.l.m.)
Alta Valle Ellero
Località Sella Piscio
Tel. 0174-65555
Rifugio Mongioie (1520 m s.l.m.)
Alta Valle Tanaro
Pian Rosso di Viozene
Tel. 0174-390196 |
|
ESPLORATORI
DEL VUOTO
di Luigi
Urru
È
lunga la strada e sterrata. Che si salga da Limone oppure da Ormea - entrambi
Comuni di quel lembo meridionale di Piemonte affacciato sulla Liguria
e sul Départment des Alpes Maritimes - ci vogliono almeno un paio
d'ore di macchina da Torino per avvistare il profilo dell'Indiano. La
rotabile d'alta quota dal Colle di Tenda a Monesi, tutta pietre infilate
di coltello quando non buche e rattoppi e cedimenti, lo lambisce per oltre
quaranta chilometri, ne asseconda le pieghe e le volubilità geologiche,
si accomoda sulla sua scabra geografia di superficie: e tuttavia non riesce
a carpire un millesimo dei suoi segreti. È dentro, nella pancia,
che lui, l'Indiano, li tiene nascosti. Ed è anzi solo a chi s'impegna
in un patto ipogeo che lui si concede con questo nome ieratico, perentorio
e sommo. Per tutti gli altri, non è che una cima neanche troppo
elevata, un massiccio forse, volendo peccare di generosità, sulla
linea di confine italo-francese: Monte Marguareis.
GLI
ABITANTI DEGLI ALTIPIANI
Niente alberi, pochissima acqua, rarissimi incontri d'uomini: il paesaggio
del Marguareis è costruito per assenza. L'orizzonte si mantiene
spoglio, arso, con un andamento ad altipiani che difficilmente s'innalza
verticale. Ambiente inospitale, diresti, e nemmeno idoneo a vellicare
ambizioni alpinistiche. Invece sbagli: per un pugno d'uomini il Marguareis
è casa. Gli speleologi. Meno incostanti dei turisti, più
urbani dei margari (nel senso almeno della provenienza, poiché
ad avvicinarli volentieri mantengono un tono tra il lusco e il brusco),
consumati da una passione struggente quanto quelle acque che lentamente,
molto lentamente, consumano le loro grotte.
Non sono in molti gli speleologi in terra subalpina, "una trentina
quelli attivi con una certa regolarità", secondo Francesco
Vacchiano, presidente uscente del Gruppo Speleologico Piemontese. Si
conoscono l'un l'altro come fossero fratelli; come fratelli si amano
e si punzecchiano; si attribuiscono nomi che sostituiscono quelli di
battesimo (Fof, Poppi, Cagnotto, Loco Hombre, Sincro, Zeta, Arlo, Manzo,
Lurida, Enos, Piedone, Jena sono solo alcuni di quelli registrati dall'elenco
dei soci della rivista Grotte); per il fine settimana si danno appuntamento
sulle pendici dell'Indiano, dove convergono appassionati da tutt'Italia
e mezz'Europa, per poi nuovamente disperdersi nei mille rivoli della
pianura tra Cuneo, Torino e Biella.
Lassù le grotte sono tante, anche un profano si accorge delle
tracce disseminate all'esterno: doline, inghiottitoi a neve, pozzi a
cielo aperto, fratture nella roccia, campi solcati. Sono innumerevoli,
anzi, scoperte, scese, esplorate, rilevate, disegnate e infine catalogate
in un catasto regionale. Nascono isolate, s'attorcigliano in budelli
e meandri, s'arrestano su una fessura, una frana, un sifone, ripartono
veloci con pozzi di decine di metri, sale, saloni e gallerie che promettono
la via verso le risorgenze in Valle Tanaro (la così detta Foce),
Pesio (l'omonimo Pis), o Ellero (stessa omonimia). Spesse volte le grotte
s'appaiano a sorelle vicine e lontane, s'aggemellano inventando parentele
che gli speleologi prima sognano, poi indagano, quindi verificano. Si
tratta allora dei sistemi carsici, frutto del lavoro d'acqua durato
ere geologiche e di accorte esplorazioni proseguite per anni. Nel massiccio
del Marguareis meritano questo nome Piaggia Bella (quattordici ingressi,
quasi quaranta chilometri di sviluppo, 925 metri di profondità)
e le Carsene (quattro ingressi, venti chilometri abbondanti di sviluppo,
800 metri di profondità). Poi c'è Labassa, esplorata da
speleologi di Imperia: due ingressi, uno recentissimo, per venti chilometri
per 600 metri.
Insieme a pochi altri (la durata di una punta sottoterra, per esempio)
sono questi i numeri che interessano a chi va in grotta. Numeri difficili
da valutare per chi sta fuori, numeri, dunque, del nascondimento, come
tutta la disciplina. Le imprese speleologiche non hanno mai raggiunto
la ribalta che tv e carta stampata con petulanza riservano a calciatori,
scalatori, pedalatori. Che nelle scorse settimane estive un buchetto
dal buffo nome 'I cocomeri in salita' abbia consentito di penetrare
per la prima volta in alcune delle più interne regioni del Marguareis,
è passato sotto silenzio. Gli speleologi, anche quelli che hanno
condotto le esplorazioni, non se la prendono. La speleologia è
disciplina che rifugge i mass-media, non è mai in diretta, vive
del racconto differito di chi è stato dentro a srotolare corde
e percorrere meandri. Usare una macchina fotografica in grotta richiede
mille precauzioni, figuriamoci farci entrare una troupe televisiva.
LA
FRONTIERA
Il fascino è un altro: la speleologia è una pratica epica.
Non ha bisogno di telecamere e bravi scribacchini per creare l'epos
- lo vive. Nessun altro sport coniuga l'orgoglio della prestazione fisica
con le emozioni della scoperta e l'intelligenza dell'esplorazione geografica.
"Il bello viene quando finiscono le corde", racconta ancora
Francesco Vacchiano: in posti dove nessuno ha mai messo piede può
capitare di avere esaurito l'attrezzatura necessaria per proseguire.
Tocca allora aspettare una settimana per tornare a 'frugare' in territorio
vergine. Ecco le soddisfazioni della speleologia: essere i primi a vedere
mondi di cui chi sta in superficie nemmeno sospetta l'esistenza. Qualcosa
di simile, mi pare facessero i navigatori di fine Quattrocento sulla
rotta delle Americhe, o gli esploratori ottocenteschi assillati dal
problema delle sorgenti del Nilo. Senza fare nomi. Si leggano allora
queste poche righe che il naturalista Fritz Mader scrisse nel 1907 sulla
Rivista Mensile del CAI: "Sul lato Sud della larghissima sella
erbosa detta Colle del Pas v'è un bacino che contiene alcuni
fondi terrosi ed un imbuto roccioso con grandissima apertura, che poi
si restringe molto; vi si perde un piccolo rio". È la prima
descrizione scritta della Voragine del Colle del Pas, madre di tutte
le ricerche nella Conca di Piaggia Bella. È anche l'uomo davanti
all'ignoto, pronto ad abitarlo e lasciarsene abitare.
Gioie e vittorie da ultima frontiera sono il premio a chi si dedica
con assiduità alla speleologia, inizia con un corso (il prossimo
a febbraio a Torino), prende confidenza con le tecniche di discesa e
risalita, cresce in affiatamento col gruppo, gira per buchi e buchetti,
grotte calde in riva al mare e fredde in cima alle montagne, vicine
e lontane dal Marguareis, fino al grande abisso, al limite del conosciuto
da spingere più in là
Tanta adrenalina e una bellezza
sconcertante, compagni a volte sinceri a volte gradassi, domeniche che
non finiscono nel cassetto dei ricordi che ingialliscono: questo mette
in tasca chi insegue il vuoto nella pancia della terra.
|
PER IMPARARE
|
|
|
Gruppo
Speleologico Piemontese
CAI UGET Torino
Galleria Subalpina 30, 10123 Torino
www.arpnet.it/gspele
contatto: Francesco Vacchiano (011-5215869)
Gruppo Speleologico Alpi Marittime
CAI Cuneo
Corso IV Novembre 14, 12100 Cuneo
contatto: Giorgio Dutto (0172-693800)
Gruppo Grotte Novara
CAI Novara
Vicolo Santo Spirito 7, 28100 Novara
Gruppo Speleologico Biellese
CAI Biella Via Pietro Micca 13, 13051 Biella
Gruppo Speleologico Giavenese
"Eraldo Saracco"
CAI Giaveno Via XX Settembre 37,
10094 Giaveno (To)
Gruppo Speleologico Valli Pinerolesi
CAI Coazze Via Matteotti 128,
10050 Coazze (To)
Gruppo Grotte Acqui
Via Monteverde 44, 15011 Acqui Terme (Al)
|
| |
|