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RECENSIONI
Andrea
Canobbio
Indivisibili
Rizzoli, L. 27000
Mettete due sorelle male assortite, il rumore insonne di un air cooler
("che i romani hanno ribattezzato Er inculer", annota l'autore
premuroso) in una notte di afa indiana, il ritmo ampio (a volte presuntuosamente
ampio) di Andrea Canobbio, quel suo profluvio paratattico, sopra tutto
iniziale, di incisi, rimandi, stacchi, virgolettati, effusioni - quasi
- linguistiche, mettete tutto questo insieme, distribuitelo su duecentoventisette
pagine e sette capitoli, aggiungete un elegante doppio risvolto di copertina
con tigri fluttuanti - fauci spalancate, coda ritorta e artigli sgranati
- su una foresta lussureggiante nota solo a loro, e avrete Indivisibili,
terzo romanzo del giovane scrittore torinese, dopo Traslochi e Padri
di padri, appena uscito da Rizzoli. Ci parla di un viaggio in India,
Andrea Canobbio, ma potrebbe essere la sala d'aspetto del dentista:
Jodhpur e Jaisalmer, "la donna accucciata tra le bucce di cocomero
e le merde di vacca" sono un pretesto, lo sfondo orientale capace
di switchare (inutile anglicismo che trovo a pagina non-so-più-quale)
l'immaginario collettivo, le quinte di cartapesta davanti alle quali
corre il pulmino-televisione che sciaborda dall'una all'altra camera
d'albergo i turisti intelligenti affidatisi al tour operator VACANZE
& CULTURA. E questo, scusate la rima, fa paura: il viaggio è
vano, anzi non esiste più tout-court, l'altro è inconoscibile,
inafferrabile anche quando ti dà la mano come i bambini al bazar
di Mandawa. Meglio allora starsene ariostescamente a casa a combattere
l'esotismo combattendo contro Said e Spivak (ma all'occorrenza anche
Clifford e Appadurai), oppure, appunto, sfogliare Gente Viaggi dal dentista.
La tesi del libro fa paura doppiamente: Canobbio parla di noi, turisti
scipiti, distratti o pedanti, in un mondo che svogliatamente ci degniamo
di osservare da dietro un finestrino, capaci di alterigia immensa e
tresche amorose di respiro cortissimo.
Un libro, questo, che si fa leggere d'un fiato senza essere mozzafiato
e che in una ideale biblioteca delle affinità si pone tra l'intelligente
Turistario di Duccio Canestrini e la Noia al volante di Paul Virilio.
di Luigi Urru
Giuseppe
Mongiovì
Il cielo delle meduse
Beppe Grande Ed., L. 18.000
L'anno in cui il professor Rosario Monti ottiene la cattedra di lettere,
per la IV C dell'istituto in cui egli insegnerà, sarà
un anno davvero particolare. Un anno che scivola lento nel bildungs
roman in cui il professor Monti conduce per mano i suoi allievi verso
una sensibilità diversa. Ragazzi che conosce coi piedi sui banchi,
inguainati nelle mode più alternative ma omogeneizzanti, fatte
di truzzi, di figli di gerghi di televisione e di una scuola piena di
forma ma vuota nei contenuti. Tra i colleghi mestieranti, piuttosto
che come insegnante di lettere, Rosario Monti si erge come un idealista
maestro di vita dedito sempre a colmare il vuoto che il vuoto non colma,
attraverso una grammatica del vivere. Gli animali vanno ammaestrati,
e i ragazzi, invece, vanno educati; non vinti, ma convinti, ed è
con questa massima sempre presente che il professor Monti conquista
i suoi ragazzi insegnando loro a partire dal cuore e dalle sensazioni
che in esso vivificano la natura e la realtà circostante, per
raggiungere la mente, per sentire il bisogno di cercare nella cultura
il valore dell'arte, che è anche arte del vivere, per [
]
la voglia di essere più grandi, |più vasti, |di riempire
la stanza, |di offrire più superficie al piacere. Si offre e
si mescola a loro per parlare la loro lingua ed entrare in essi proprio
là dove anche la scrittura mescida i registri: e dal formale
letterario trasferisce la sua carica espressiva nei discorsi diretti
e indiretti gergali, a contatto coi ragazzi, e da qui al discorso indiretto
libero del flusso di pensiero del protagonista, che scivola tra l'uno
e l'altro polo, delimitando l'ambiente pubblico e privato di Rosario
Monti, che finisce col confondersi dando origine al piccolo scandalo,
che in concomitanza con l'insorgere di una malattia lo allontanerà
dalla scuola.
di Massimo
Bonato
Risin Family
Sogno - Sei Tu
Cd singolo autoprodotto, L. 10.000
C'erano una volta i Modello 101, promettente reggae band torinese, tra
il 1995 e il 1997 assai attiva con concerti in città e altrove
in giro per l'Italia. Di quella formazione si parlava, con ragione,
tanto e bene e c'era chi, in attesa dell'uscita da un momento all'altro
di quel disco d'esordio che invece non vide mai la luce, già
pronosticava per loro un futuro radioso. A distanza di qualche anno
da quei tempi di gloria, quando ormai se ne erano perse le tracce, quel
gruppo è ricomparso, con un nuova ragione sociale e un organico
rinnovato.
Adesso si chiamano Risin Family e, come allora e più di allora,
appaiono determinati nel percorrere in maniera fedele e nel contempo
personale i percorsi del reggae più tradizionale, quello delle
radici, melodico e solare. Tra spettacoli in città e partecipazioni
a festival internazionali, hanno realizzato il loro primo disco, un
cd con due brani, che si fa apprezzare per il sound, pulito, quadrato
e vibrante, e rappresenta un ben riuscito biglietto da visita. Il mestiere
c'è e si sente, la personalità pure, anche se ad un primo
ascolto risulta mediata e quasi nascosta dall'alto tasso tecnico e professionale
della produzione.
Informazioni in rete (http://utenti.tripod.it/risinfamily)
e contatti
via e-mail:risingfamily@hotmail.com.
di Marco Stolfo
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