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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 06/2000 | ||
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LA
DOPPIA ANIMA RUSSA Quando finalmente sono arrivata in Russia sapevo già cosa andare a cercare. Un viaggio sognato da tantissimo tempo mi aveva portato a documentarmi minuziosamente su tutto quello che avrei potuto vedere. Nulla mi era sfuggito: letteratura, cinema, storia, raccolte fotografiche, senza tralasciare gli elementi essenziali della lingua, cercando di memorizzare almeno l'alfabeto cirillico e le formule di saluto più diffuse. di Donatella Sasso Ora non mi restava che individuare i segni e scovare i luoghi pazientemente accumulati nella mia mente. Il lavoro non è stato troppo difficile. La Russia, infatti, è un paese capace di offrire qualcosa a tutti: a chi cerca i fasti imperiali del passato, ai nostalgici del comunismo o di quanto ne resta, a chi ama le atmosfere orientali delle chiese ortodosse, agli appassionati dei cieli plumbei e delle notti estive senza tramonti, ai sostenitori dell'"italianità", riconoscibile nei palazzi pietroburghesi come nelle vetrine degli stilisti di moda, giunti a grande richiesta negli ultimi anni. La Russia dà effettivamente tutto questo, equamente diviso fra Mosca e San Pietroburgo, città rivali e complementari, in competizione per il titolo di capitale amministrativa e di guida del destino della nazione. L'una, Mosca, materna, antica, smisurata; l'altra, San Pietroburgo, razionale, moderna, progettata nei minimi dettagli. In lingua russa Mosca è femminile, è la patria religiosa, la depositaria dell'originalità del popolo russo. San Pietroburgo, invece, è maschile, è la riflessione logica, la ponderata apertura a Occidente, voluta nel 1703 dallo zar Pietro il Grande, che impose la costruzione di una capitale nel giro di pochi anni e convinse la nobiltà, l'esercito e gli uomini di governo a trasferirsi da Mosca. Da un giorno all'altro li spinse in una città costruita secondo il modello geometrico di stampo rinascimentale, grazie a progetti di architetti stranieri, in gran parte italiani. Lo stile russo fu espressamente bandito, tanto che ancor oggi alcuni angoli della città ricordano Amsterdam, Venezia, Firenze, forse anche Torino, ma certo non la Russia conosciuta a Mosca. Fin dai primi tempi la città mostrò chiaramente la sua vocazione occidentale, apparvero scritte bilingui e le mode europee si affermarono senza imposizioni. In fondo San Pietroburgo, rinominata Pietrogrado nel 1914 da Nicola II, nel 1917 fu teatro della più dirompente rivoluzione comunista del secolo. Certo, un'ideologia accresciuta dalle esperienze comunitarie e dal messianismo russo, ma di chiara importazione occidentale. Comunque, all'indomani della rivoluzione, Mosca tornò capitale, trasformandosi rapidamente in mastodontica e orgogliosa metropoli. Basti pensare alla sfarzosa metropolitana e ai colossali grattacieli nel cosiddetto stile gotico-staliniano, trionfo dell'architettura pubblica sullo spazio privato, ridotto a decadente residuo borghese. San Pietroburgo, ribattezzata Leningrado per circa settant'anni, non conobbe, invece, trasformazioni snaturanti e conservò le sue fattezze originarie, compresi gli squilibri fra lussuose facciate e fatiscenti cortili. Per questo la maggior parte dei segni sopravvissuti alla fine del comunismo sono concentrati a Mosca. Ritratti di Lenin, ma ne ricordo uno anche di Stalin, occhieggiano nei mosaici e nei dipinti alle fermate delle metropolitane, negli atri degli hotel, sulle facciate di edifici pubblici e di giganteschi casermoni, costruiti per famiglie proletarie o studenti universitari. Falci e martelli, busti in pietra e statue metalliche appaiono senza preavviso al voltare di un angolo o lungo infinite strade urbane, gettando per un attimo indietro nel tempo o, più retoricamente, nel cuore della storia. Ma chissà se gli abitanti di oggi sentono ancora il peso e l'onore di un così tormentato passato? Chissà se ancora temono il confronto con il mitico e terribile padre fondatore Pietro il Grande, che tanto ha ispirato i maggiori scrittori russi? Chissà se esiste veramente, al di fuori della letteratura e dell'immaginario dei poeti, quella che chiamano anima russa, quella particolarissima visione del mondo in precario equilibrio fra quotidianità e sogno, fra anelito di infinito e attaccamento alla terra e alle tradizioni? Certo pochi giorni da turista, sommati alla scarsa scioltezza linguistica, permettono di affastellare solo alcune impressioni, tutte da verificare. Si fa comunque strada l'idea di gente occupata ad affrontare il presente piuttosto che a fare i conti con il passato. Tutti sempre di fretta, rapidissimi a spostarsi nei tortuosi sotterranei della metropolitana, senza esitare a spingere se qualcuno non lascia passare. Spesso all'imbocco delle scale mobili si formano masse di persone costrette ad avanzare lentamente, oscillando ritmicamente da destra a sinistra, per poi lanciarsi in agili passi nella parte esterna della scala, lasciata sempre libera per chi non possa aspettare. Walter Benjamin, che visitò Mosca degli anni '30, aveva osservato una diffusa indolenza nei russi, lenti e tranquilli nel muoversi lungo le strade, se non nelle giornate davvero fredde. Oggi tutti sembrano inseguire qualcosa. I nuovi ricchi si muovono da veri manager occidentali, intenti a rispondere a modernissimi telefoni cellulari e a prendere appunti. Le signore eleganti comprano nei negozi alla moda o nei grandi magazzini, mentre gli stra-ricchi viaggiano in limousine e non perdono occasione per ostentare donne spettacolari e beni di lusso. Personaggi dall'aspetto losco si trovano negli hotel internazionali o in prestigiosi ristoranti per confabulare tra una vodka e l'altra. Allo stesso tempo anche i poveri, li si riconosce immediatamente dagli abiti semplici, un po' lisi, di chiaro taglio anni '70, si muovono rapidamente per andare al lavoro o trovarne uno e riuscire a mettere insieme uno stipendio non sempre dignitoso. Queste sono le immagini più consuete che possono colpire a prima vista, ma, come si addice a ogni buona narrazione, probabilmente sarebbe opportuno trovare una chiave di lettura o un punto di contatto fra tante e spesso superficiali sensazioni. Forse, senza rischiare azzardate interpretazioni, credo che un elemento comune ai diversi stili di vita dei russi sia lo scambio, frutto del nuovo corso improntato al liberismo. Lo scambio che arricchisce da un giorno all'altro grazie a un po' di fortuna e a un po' di rischio, lo scambio illegale così come lo scambio di merce povera, riciclata, fatta a mano per poter sopravvivere. A tutti i livelli della scala sociale, ricostituitasi rapidamente in classi ben distinte, il mercato si presenta come un'abbordabile ancora di salvezza. Alle fermate delle metropolitane, nei sottopassaggi e in tutti i luoghi un po' riparati dal vento e dal freddo si radunano, in maggioranza donne,maanche uomini, a vendere di tutto: fiori, occhiali, calze, pettini, giornali, libri nuovi e usati, scialli, piantine del metrò, cartoline. Fra i venditori sembra esistere una rigida gerarchia che separa chi vende prodotti già confezionati da chi li realizza da sé, chi possiede un minuscolo esercizio commerciale da chi solo un banchetto, chi offre i suoi ultimi beni personali da chi ormai ha conservato solo la forza di chiedere l'elemosina. Tutti però mostrano un'inattaccabile pazienza. In minuscole gabbiette di ferro e vetro o sedute su precari sgabelli, donne giovanissime o sorprendentemente vecchie attendono ore di poter vendere qualcosa, concedendosi soltanto il lusso di leggere un libro o una rivista. Nessuno fa la prima mossa, solo pochi si avvicinano ai turisti. Quando si chiede un prezzo si dà il via a dialoghi spesso difficoltosi e un po' stanchi. Alcuni venditori sfoggiano poche e strategiche parole straniere; altri, compresa la fatica che li aspetta, si chiudono in un rigido mutismo, che può essere scambiato per ostilità. Questo accade anche nei locali pubblici o nei piccoli musei, dove le indicazioni sono rigorosamente in russo. Le anziane signore che custodiscono quadri antichi o cimeli comunisti prendono molto a cuore il loro compito. Alcune impartiscono ordini precisi e solo a fatica si riesce a capire che per entrare si deve pagare il biglietto, se ne deve pagare un altro se si vuole fotografare, che le videocamere sono vietate e che si devono indossare scomode pantofole di stoffa sulle scarpe, per non sporcare il pavimento. Al contrario, altre signore, con la loro impeccabile gentilezza, cercano in ogni modo di essere utili, fornire informazioni e assicurarsi della soddisfazione del visitatore. Nella casa-museo di Cechov a Mosca una signora ha voluto raccontarmi a ogni costo tutta la storia dello scrittore, improvvisando un discorso in russo, inglese, tedesco, francese e in altri suoni misteriosi. La sua passione è stata tale da riuscire a farmi capire persino che Cechov si ammalò di tubercolosi (cosa poi verificata sull'enciclopedia!). Ma oltre a questo mondo di gentili signore e venditori c'è il microcosmo un po' distante e distaccato dei benestanti, per cui l'antica voglia di Occidente sembra essersi ridotta a una ben più banale voglia di prodotti occidentali. Mac Donald's, anche se scritto in caratteri cirillici, ha invaso i punti strategici delle due città; abiti, automobili, bevande e cibi esteri sono merci ambitissime, anche se a prezzi incontrollati. La promessa di un modello di vita seducente e affascinante, narrato mirabilmente dalla pubblicità, appare come la nostra ultima interessata esportazione alla Russia. Per tutto quello che arriva da ovest i russi sembrano concedersi qualunque pazzia, ma tanta popolarità ovviamente si paga. Per i turisti esistono, infatti, prezzi speciali, nei musei come nei ristoranti e sui taxi, ma una piccola pena di contrappasso sembra quasi sia stata apprestata appositamente. A ogni angolo di strada si vendono orologi, spillette, stendardi, colbacchi con i simboli del vecchio regime sovietico. Non si sa se siano autentici o rudimentali imitazioni, ma sono sicuramente merci rare, che tendono ovviamente a esaurirsi e probabilmente ad acquisire valore con il passare del tempo. Per questo piacciono un po' a tutti e i venditori non faticano a trovare clienti. Spesso si acquistano con pochi rubli, ma talvolta riescono a trasformarsi in strumenti di abili e solenni imbrogli. Al termine del mio viaggio è stato inevitabile un bilancio: avevo visto tutto quello desideravo? Avevo respirato le atmosfere vere del luogo, lontano dai banali circuiti turistici? Rimane sicuramente l'insoddisfazione di tutti coloro che hanno visto i paesi dell'est dopo la loro trasformazione. C'è sempre qualcuno che sottolinea ciò che si è perso: una indefinita autenticità perduta, l'assenza di traffico e di pubblicità americana. Ma oltre alla nostalgia di un tempo ormai perduto, mi sono sicuramente mancati incontri un po' più approfonditi con i russi, al di là dei timidi sorrisi regalati da camerieri e passanti. D'altra parte da questo viaggio forse mi aspettavo troppo. O forse vi ho trovato troppo.
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