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AI
BLOCCHI DI PARTENZA
di Aldo
Ferrari Pozzato psicologo del centro di ascolto Aria
L'attimo
prima del via
Ai blocchi di partenza davanti alle corsie di acqua quieta e scintillante,
sette (sette? Sì, un blocco è, per il momento misteriosamente,
vuoto) ragazzi sono immobili, aggrappati alle pedane, i muscoli che urlano
di poter scaricare tutta la loro potenza.
E' l'attimo prima del via. Il giudice di gara addetto alle partenze ha
già alzato la mano armata di pistola. Sa che non potrà attendere
molto, perché provocherebbe una falsa partenza. E sa che non può
sparare subito: c'è sempre l'eventualità che qualche furbo
conti di partire sullo sparo, calcolando i tempi del giudice e non la
propria reazione allo sparo. Per una manciata di secondi il tempo sembra
allentarsi e diventare iridescente come i raggi di sole che attraversano
la vetrata di fronte alle gradinate dove sono sistemate le persone del
pubblico, per lo più parenti, amici, tecnici e compagni di squadra.
Tra circa un minuto sarà tutto finito, ma quante emozioni, speranze
e fatiche si concentrano nella mano armata del giudice, che spara senza
una decisione cosciente, ma quando è il momento, con i corpi dei
ragazzi immobili e in linea, esattamente come si accorgeva di avere la
bracciata più o meno fluida quando gareggiava. Ed è una
buona partenza: gli atleti sono scattati tutti insieme. Può essere
soddisfatto ed abbassare la mano.
L'occhio
dello psicologo
Tutte le persone presenti contribuiscono a creare l'avvenimento sportivo,
tutte hanno al riguardo un paesaggio interiore che è un possibile
compito dello psicologo cercare di comprendere e utilizzare per il benessere
generale e del singolo.
Esiste un ramo della psicologia che studia specificatamente lo sport
e gli atleti e che si pone come una disciplina che dà un contributo
essenziale, alla pari, poniamo, con la biomec-
canica e la fisiologia, per cui si parla correntemente, per esempio,
di "allenamento mentale" e di tecniche di "imagery"
e non solo di sostegno psicologico.
C'è poi, naturalmente, una psicologia delle persone in quanto
tali ed è questo il mio angolo visivo, la mia prospettiva.
E vediamo cosa coglie questo immaginario occhio psicologico nella scena
descritta.
Figli
atleti e genitori
Inevitabilmente l'attenzione va prima di tutto sui ragazzi ai blocchi
di partenza. L'età stimata è intorno ai 15 anni.
L'adolescenza è per eccellenza l'età del cambiamento e
dello svilupparsi delle potenzialità. E lo sport non fa eccezione.
In questi anni, un po' prima per le ragazze, un po' dopo per i maschietti,
esplodono i talenti. Però sono anche gli anni in cui le esigenze
interiori, di scoperta, di definizione di se stessi e delle proprie
prospettive-aspettative diventano più pressanti. E parallelamente
sono gli anni in cui gli allenamenti diventano più continui e
più specifici. E così succede che l'adolescenza è
il periodo in cui gli abbandoni della pratica sportiva professionalizzante
sono più frequenti. Eppure tutti concordano che l'attività
fisica è un buon complemento della crescita di ciascuno di noi,
a qualunque età. Ed è vero, ma non può prendere
il posto ed essere la risposta a tutte le richieste emotive. Lo sport
professionalizzante non sostituisce, per esempio, il gioco, perché
ha accentuazioni psicologiche diverse. Eccone alcune, estremizzate per
cogliere le differenze. Il gioco è divertimento, con tutte le
connotazioni di adesione spontanea, appagamento interiore gratuito e
scoperta dei propri mondi interiori ed esteriori. Lo sport è
prestazione e la soddisfazione eventuale è collegata al livello
della prestazione. Il gioco è creatività, esplorazione
continua a tutto tondo. Lo sport è ricerca della perfezione all'interno
dei limiti della specialità scelta. Il gioco è variazione,
esplorazione, cambiamento. Lo sport è ripetizione, adeguamento,
disciplina. Nel gioco ci si pone in maniera attiva rispetto alle eventuali
regole esplicite, che del resto non sempre esistono. Nello sport il
singolo atleta si pone in maniera passiva rispetto alle regole, che
sono tutte esplicite e fortemente codificate. Il gioco porta sempre
ad un qualche tipo di acquisizione almeno simbolica, i gesti dello sport
sono di per sé gratuiti, hanno un legame abbastanza allentato
rispetto ai gesti della vita quotidiana. Certamente però sono
una forma ritualizzata e, quasi sempre, depotenziata di aggressività.
Tutto ciò nel mondo contemporaneo si risolve in una spettacolarizzazione
esasperata. Il gioco è indifferente agli spettatori, se non addirittura
segreto. Il gioco è sempre in rapporto di tensione rispetto alla
realtà e tende ad una sua trasformazione.
Lo sport è completamente inserito nella realtà concreta
e sottoposto ad ogni sorta di misurazione oggettiva. Il gioco è
una dimensione ineliminabile della vita, lo sport ne è una mitizzazione,
in particolare rispetto ai limiti che la condizione umana comporta.
Certo lo sport ha anche elementi di gioco e contribuisce, ed in maniera
decisa, alla formazione di ciascuno, in special modo durante l'età
critica dell'adolescenza, proprio per i valori di confronto con se stessi,
con gli altri e con i propri limiti. E per il piacere ed i vantaggi
che l'attività fisica può dare. Però molto difficilmente
da solo è sufficiente a formare delle persone felici, per quanto
è possibile esserlo. Le biografie dei grandi campioni a volte
grondano non solo sudore e determinazione, ma anche sofferenze e ferite
indicibili nella vita privata. E' necessario che ci si avvicini alla
pratica agonistica con equilibrio e moderazione. Senza sacrificare troppo
tutto il resto. Perché lo sport accentua la concentrazione su
se stessi che già può essere forte negli adolescenti e
può portare a comportamenti abnormi, che vanno da carichi eccessivi
di lavoro all'uso di sostanze proibite o comunque improprie, ad una
sofferenza interiore molto acuta rispetto alla possibilità del
fallimento e dell'esclusione. Per cui il fatto che nell'adolescenza
un ragazzo o una ragazza abbandonino la pratica agonistica può
essere forse un peccato per la disciplina in questione, ma per la persona
può essere anche un positivo passaggio ad una fase diversa della
propria vita.
Se dai blocchi di partenza ci spostiamo alla postazione dei cronometristi,
lì vicino su una panchina è seduto, avvolto in un accappatoio
bianco, un ragazzo con lo sguardo fisso ai compagni sulle pedane: non
se l'è sentita. Sa che il nuoto gli piacerà sempre, ma
basta allenamenti e gare. I suoi come la prenderanno? Alza un attimo
gli occhi ad incontrare quelli dei genitori, che sono tra il pubblico.
La mamma gli sorride, il padre alza le spalle, sospira e poi sorride
a sua volta. Non ci saranno problemi.
La
gara
Ma non sempre è così. Lo sport ha un forte impatto sociale
e un alto tasso di visibilità e riuscita per chi eccelle. A volte
capita che aspirazioni deluse o desideri di rivalsa o di gratificazione
personale si riversino sui figli e sulle loro attività, compreso
lo sport. Magari anche solo con l'intento dichiarato di trasmettere
quei valori che si ritengono importanti e in cui si è sempre
creduto. Tipicamente chi ha una attività o una professione ben
avviata vorrebbe che il proprio lavoro fosse continuato dai figli. Un
trasferimento simile per l'intensità emotiva può capitare
nello sport. Allora il ragazzo si sente doppiamente sotto tensione,
per le prestazioni che la pratica sportiva esige e per le aspettative
pressanti dei genitori. Senza contare l'enorme interesse che potrebbe
suscitare e che da solo è in grado di schiacciare una persona
anche solida. E' facile che una situazione simile non lo aiuti ad essere
più felice, quali che siano i suoi risultati sportivi. Va bene
incoraggiare e seguire la pratica sportiva dei figli, ma senza sostituirsi
a loro e senza rammaricarsi troppo per un eventuale abbandono, che sarà
già stato sofferto. E ricordarsi che per un ragazzo e una ragazza
sono almeno altrettanto importanti le amicizie, gli affetti, la scoperta
del mondo che ci circonda e che ci portiamo dentro, la costruzione di
un proprio modo di stare con gli altri e con se stessi. Lo sport, almeno
durante l'adolescenza e tranne situazioni veramente di eccezione, dovrebbe
essere pensato come un mezzo e non come un fine, uno dei tanti strumenti
di crescita.
Intanto i ragazzi sono partiti. A uno gli occhialini sono scivolati
sul volto, ma non si ferma certo a metterli a posto. Altri due sono
appaiati e a ogni bracciata i loro sguardi si incrociano. I giudici
di gara seguono passo passo gli atleti. I cronometristi sono in attesa
ai blocchi di partenza. I tecnici si scalmanano, tentando di far giungere
le loro indicazioni in vasca. Il rumore complessivo è notevole.
Il pubblico segue incitando i propri favoriti. Qualche genitore divide
l'attenzione tra la vasca e il cronometro che tiene in mano. Altri seguono
con gli occhi lucidi la gara. Altri ancora si uniscono al coro delle
urla.
Ai cinquanta metri i giudici sono tutti a controllare le virate. Ai
due accoppiati si sta affiancando quello che ha perso gli occhialini.
I tre occupano le corsie centrali. Vuol dire che già si sono
presentati con dei buoni tempi. Però anche il ragazzo in settima
corsia vira quasi con loro e sembra avere una bracciata molto fluida
ed efficace. E sta aumentando il ritmo. Come andrà a finire?
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