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novembre/dicembre 2000


 

 

 

 

 

 


 

 


MA CHE RAZZA DI SPORT È QUESTO?
Ci sono binomi che esistono dalla notte dei tempi. Uno di questi è sport e violenza. Un'affermazione, questa, che potrà fare accapponare la pelle a tutti i sostenitori dell'ideale decoubertiniano: l'attuale concezione dello sport, almeno nelle intenzioni e a parole, è molto lontana da quella che animava i nostri antenati. È sufficiente pensare alle giostre medioevali, al calcio fiorentino (una versione rinascimentale del football americano senza imbottiture protettive e con regole molto più "elastiche") per capire cosa fosse lo sport nei secoli passati. Oggi dovrebbe essere una gara di abilità, nei più svariati campi, giocata secondo ferree leggi e regole; una disputa in cui la sportività, nel senso più lato del termine, dovrebbe essere il principale dei sentimenti messi in campo. Purtroppo non sempre è così. Anzi oggi c'è il rischio che il nome di De Coubertin, nella migliore delle ipotesi venga confuso con quello di un famoso cantante o con quello di un bellissimo Vj dell'Mtv francese.

di Sergio Capelli
Se il livello medio di violenza all'interno delle competizioni sportive è rimasto più o meno costante nel tempo, quello che veramente spaventa è la crescita della violenza "di contorno". E non si sta parlando dell'annoso problema Ultras, ma di fenomeni molto più preoccupanti. Spesso sono gli stessi atleti o personaggi comunque all'interno del grande baraccone che, per i più svariati motivi, si lasciano andare a gesti di una violenza estrema. È il caso della pattinatrice americana che, per poter vincere i trials e quindi partecipare alle olimpiadi, fece azzoppare a sprangate la sua rivale più pericolosa. Un caso isolato, si spera, ma in un mondo in cui la vittoria è, nonostante il tanto fiato sprecato a parlare di sportività e buoni sentimenti, l'unica cosa che conta, non si può escludere che ci siano altri episodi simili.
Inoltre numerosi sono i casi di abusi da parte degli allenatori nei confronti degli atleti che sono sottoposti alle loro cure. Si va dalle punizioni corporali in caso di errori, ai veri e propri pestaggi, alla violenza sessuale. Così tanto fecero discutere le tecniche di Nick Bollettieri, gestore della scuola di tennis più famosa degli Stati Uniti che ha prodotto campioni del calibro di André Agassi, che fu accusato di punire regolarmente i suoi studenti sottoponendoli , fra l'altro, ad un vero e proprio "bombardamento" di palline da tennis. Ma queste sono quisquilie, se si pensa alle numerose denuncie arrivate dagli atleti dei Paesi dell'Est Europa. Violenze e soprusi sembra fossero all'ordine del giorno. Le notizie più sconvolgenti sono comunque quelle in arrivo dal mondo degli sport femminili. Se sembra che i maltrattamenti e le violenze fisiche facessero (facciano???) parte di un programma di allenamento consolidato, le molestie sessuali erano una variante al tema ampiamente applicata e riconosciuta. O perlomeno questo è quanto risulta dai racconti, fra gli altri, della ginnasta rumena (poi naturalizzata statunitense) Nadia Comaneci sulla sua esperienza in patria. Chi della dietrologia ha fatto ragion di vita penserà ad un'azione propagandistica orchestrata dagli Yankee ai danni del blocco sovietico. Ma quello rumeno non è un caso isolato e, soprattutto, non è vero che certe pratiche fossero messe in atto solo oltre cortina.
Ma, forse, la violenza più irritante, sconvolgente e fastidiosamente stupida, è quella pratica masochistica che molti atleti attuano e che va sotto il nome di doping, ovvero l'assunzione di sostanze che permettono il miglioramento delle proprie prestazioni. Detta semplicemente così sembra che a rimetterci sia esclusivamente lo sport, ma tali sostanze possono aumentare, è vero, le prestazioni dell'"atleta"che le assume, ma nella stragrande maggioranza dei casi, ne danneggiano permanentemente il fisico. Insomma: vantaggi oggi e, nella migliore delle ipotesi, sofferenze domani. Oggi che Ben Johnson sembra un ricordo lontano, gli avvenimenti degli ultimi anni fanno pensare che il doping sia un problema esclusivamente del ciclismo, ma forse non è proprio così. Se si pensa che solo una settimana prima delle Olimpiadi erano già 234 i ritiri ingiustificati dalle competizioni di Sidney, si fà in fretta a trarre delle conclusioni su questi abbandoni dell'ultimo momento. Ritiri che i "malpensanti" vedono legati all'assunzione di sostanze proibite e a calcoli sbagliati sui loro tempi di assorbimento da parte dell'organismo umano. Insomma, legati al rischio di essere beccati con i controlli antidoping. Il fenomeno dei ritiri di massa è relativamente nuovo e legato alla grande attenzione che si sta prestando al problema doping e alla sua prevenzione. Ciò non significa che sia recente l'uso dell'assunzione di sostanze dopanti: basta ricordare Simpson, ciclista morto in sella alla sua bicicletta durante il tour de France del 1967 per l'eccessivo affaticamento, mascherato dai medicinali, o le molte squadre di calcio ricoverate in massa dopo un evento sportivo di grande importanza per disturbi intestinali e affini. Insomma, una pratica vecchia come lo sport. O perlomeno come lo sport agonistico post-decoubertiniano, dove il risultato è tutto (anche perché soldi e gloria vanno a chi vince).
Ma se gli scontri violenti, quando "sportivi", sono accettati e fanno parte dell'etica sportiva, almeno negli sport di contatto fisico, stanno crescendo fenomeni che derivano direttamente dall'ignoranza. È questo il caso del razzismo che attanaglia il mondo del calcio. Già nel 1996 in un'intervista il giocatore ghanese Abedì Ayew Pelé dichiarava: "Qui in Italia la situazione sta diventando molto pesante. Sono stanco di sentire ogni domenica gli insulti dei tifosi avversari, più passa il tempo e più peggiora". L'ultimo episodio eclatante ha visto coinvolto il franco-senegalese Dijbrill Diawara che, durante la partita Torino-Bari del campionato 1999/00, sentendosi insultato da un giocatore avversario ha reagito violentemente, rimediando una lunga squalifica e dando il la all'allenatore dell'altra compagine per nuove odiose dichiarazioni, questa volta davanti alle telecamere, e non nell' "intimità" del campo da gioco.
Segni inquietanti, se associati alla deriva fascista di molti gruppi di tifosi estremi ed al crescere, nella società "civile", di gruppuscoli assimilabili per ideologia ai naziskin tedeschi. Ma, per quanto la situazione meriti un'attenzione tutta particolare, segni incoraggianti arrivano da chi lo sport lo fa per davvero. La delegazione italiana alle Olimpiadi ha scelto come portabandiera Carlton Myers, uno degli atleti non italiani (in totale 10) che hanno rappresentato la nostra nazione alle gare di Sidney. Un gesto, un esempio, nulla di più. Ma è tutto quello che ci piacerebbe avere dallo sport.
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