VITA SOCIALE

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settembre/ottobre 1999





 

 

 

 

 

 

 

 

 CHI RACCOGLIE MEDICINALI

Sermig (rif. Rinaldo Canalis)
tel. 011.436.85.66
Padri Camilliani
tel. 011.562.80.93
Missioni della Consolata
tel. 011.44.00.400
e alcune parrocchie cittadine

MEDICINALI ALLA RACCOLTA
La raccolta dei medicinali da spedire nei Paesi del Terzo Mondo è stata, ed è tutt'oggi, un'attività molto diffusa tra le associazioni che si occupano di volontariato internazionale, i gruppi missionari, le Organizzazioni non governative (Ong).
 di Fabrizio Cellai
Spesso facendo incetta di farmaci che provengono in larga misura dagli studi medici che si disfano dei campioni pubblicitari, da case farmaceutiche, dalle rimanenze di farmacie o di ospedali ma anche da donazioni di privati che regalano le scorte di una nonna che non c'è più.
Ma come vengono raccolte e selezionate queste medicine? E, soprattutto, sono adeguate a curare le malattie di qualsiasi regione della Terra?
La domanda non è affatto fuori luogo se si pensa che da una paio di anni si è presa coscienza a livello internazionale che molti farmaci spediti nel sud del mondo sono risultati del tutto inutili se non addirittura dannosi alla salute delle popolazioni.
La conferma è nelle parole degli esperti: "Il 60% dei medicinali che ricevevo in Africa non serviva a nulla" confessa Mauro Papotti, medico volontario del Comitato collaborazione medica (Ccm) di Torino. "Si trattava - continua Papotti - di farmaci nati per curare malattie tipiche dei Paesi occidentali che erano del tutto assenti in Africa, come le malattie circolatorie o il diabete. Il 20% degli altri medicinali era utilizzabile con enormi difficoltà perché magari erano prossimi alla scadenza oppure sorgevano problemi di dosaggio per le esigue quantità disponibili. Insomma soltanto il restante 10%, composto da farmaci salvavita difficilmente reperibili in loco o troppo cari, era veramente utile".

Questa testimonianza fotografa una situazione tipica in cui, cercando di fare del bene, si rischia invece di far del male o, alla meno peggio, di lavorare per nulla.
Già nel 1978 l'Oms sanciva la necessità della regolamentazione dell'uso dei farmaci tramite un approccio "essenziale" che si poneva come obiettivo per il Duemila quello che tutti gli esseri umani potessero disporre dei 120 farmaci in grado di curare il 95% delle malattie, lasciando agli ospedali più specializzati gli altri 1.200 principi attivi per la cura del restante 5% delle patologie.
Senza l'adozione di questo approccio "essenziale" si rischia di alimentare, in buona fede, una forma di donazione non controllata capace di creare più danni che benefici. Un rischio che deriva soprattutto dalle fonti non ottimali attraverso le quali si effettua la raccolta e che fa si che spesso bisogna accontentasi di quello che passa il convento.
Secondo gli esperti le conseguenze che ne possono derivare sono molteplici. Innanzitutto c'è quello di creare resistenze agli antibiotici: "in molti Paesi in via di sviluppo - sottolinea Papotti - è ancora possibile utilizzare, con ottimi risultati e bassi costi, antibiotici di prima generazione abbandonati nei nostri paesi per l'insorta resistenza dei nostri microrganismi a difendersi da essi". Ne consegue che l'utilizzo di questi antibiotici più moderni rischia di generare anche in questi paesi una situazione analoga con il risultato di rendere difficile la cura di infezioni oggi invece facilmente risolvibili.
Un secondo problema riguarda la scadenza dei medicinali a cui si può affiancare il tentativo di alcune case farmaceutiche di inviare nei Paesi dove i controlli sono meno severi, farmaci ormai in disuso in Occidente o di dimostrata inefficacia.
Terzo: il corretto utilizzo dei farmaci richiede competenze specifiche di non facile acquisizione che non sempre fanno parte del bagaglio dei destinatari delle donazioni (volontari, missionari). A questo si aggiungano i casi in cui i campioni raccolti non sono sufficienti per delle dosi terapeutiche complete o ancora quelli in cui i medici locali non riescono a utilizzare le medicine perché le istruzioni e le etichette sono scritte in lingue a loro sconosciute.

Scoperti i rischi si sta cercando di trovare i rimedi.
A livello ufficiale l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), nello stilare una lista di farmaci ritenuti essenziali, ha stabilito alcuni parametri da rispettare: l'efficacia rispetto alle specifiche patologie, la sicurezza (gli effetti positivi devono essere largamente superiori agli effetti collaterali), il costo e infine l'adeguatezza.
Naturalmente non esiste una lista unica di farmaci essenziali valida per tutti i Paesi in via di sviluppo, ma per ognuno di essi ci sono delle priorità derivanti dalle diverse forme di patologie presenti.
A livello pratico, una corretta raccolta dei medicinali significa innanzitutto conoscere queste liste per inviare i farmaci giusti nel posto giusto. Per evitare, com'è successo, di spedire scatoloni di pillole per le cure dimagranti in Africa dove la pinguedine, forse, non è ancora un problema grave!
Significa anche fare un accurato lavoro di scelta dei medicinali (che in maggioranza continuano ad arrivare dai campioni degli studi medici) e di suddivisione per grandi tipologie.
Con questi accorgimenti la raccolta dei medicinali continua a essere praticata. I missionari della Consolata, per esempio, una volta al mese spediscono prodotti farmaceutici tramite i container che partono per l'Africa. "Grazie all'aiuto di un pensionato che ha lavorato come magazziniere in farmacia - spiega padre Zabotti, responsabile della raccolta - suddividiamo le confezioni di farmaci per categorie, tagliamo le parti superflue degli imballaggi e cerchiamo di assemblare grandi confezioni per ridurre gli spazi".
La stessa attività viene svolta anche dai padri Camilliani. "I medicinali che ci regalano servono innanzitutto per curare gli immigrati qui a Torino che non possono permettersi di acquistarli - precisa padre Adolfo -. In questo modo riusciamo a utilizzare farmaci che in Africa andrebbero buttati. Dopodiché, grazie al lavoro di smistamento di un ex farmacista in pensione e agli elenchi che i nostri missionari ci spediscono regolarmente in base alle esigenze di quel periodo, spediamo insieme ad altri beni scatoloni di medicine facendo attenzione alle scadenze". Lo stesso si può dire per il Sermig.
Una raccolta se vogliamo ancora artigianale che tuttavia sta cercando di non commettere più gli errori di qualche anno fa quando si svuotavano gli studi medici e senza criterio si spediva tutto quanto nei Paesi in via di sviluppo.
"I nostri missionari in Tanzania continuano ad aver bisogno delle spedizioni mensili di antibiotici - sottolinea padre Armanni delle missioni della Consolata - Se poi non riusciamo a soddisfare le richieste, cerchiamo di comprare i medicinali più importanti attraverso la raccolta di fondi".
"E bisogna tener presente che oggi si aperto un altro canale - aggiunge padre Adolfo -: quello di alcune associazioni no-profit, come la tedesca Medeor, che producono, in accordo con le linee guida dell'Oms, farmaci a basso costo e di sicura qualità riservati ai mercati più svantaggiati".
Un canale, quest'ultimo, in forte crescita che presenta molti vantaggi: garanzia di qualità (che con la raccolta tradizionale non si può certo avere), abbattimento dei costi, facile approvvigionamento il loco ed effettiva corrispondenza fra le richieste specifiche dei Paesi in via di sviluppo e le spedizioni.
"Credo che il ricorso a queste organizzazioni sia una valida alternativa ai vecchi sistemi di raccolta dei farmaci da regalare - conclude Roberto Masino del Ccm -. Rimane comunque importante il fatto che chiunque voglia fare questa attività debba prima informarsi accuratamente e uniformarsi alle linee giuda suggerite dall'Oms".
"Fare del bene", dunque, non è poi così facile.
SOMMARIO DI QUESTO NUMERO




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