CULTURA

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settembre/ottobre 1999





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


L'OCCITANIA NELLA RETE
Tra tutti segnaliamo l'OccitaNet (www.chez.com),
organizzato per sezioni che spaziano
dalla linguistica alla attualità, dai media alla musica, dalla storia all'arte e comprendono molti link con i siti delle altre comunità etniche e linguistiche minorizzate d'Europa, e Valadas Occitanas (www.geocities.com), dedicata alle Valli "piemontesi".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

OCCITANIA, DALLE ALPI AI PIRENEI
Più di 200.000 kmq di superficie, 12 milioni di abitanti, tra monti e mari, pianure e colline, storia e tradizioni, suoni e sapori, passato e futuro. Questo in estrema sintesi è l'Occitania, vasto territorio che si estende dalle Alpi ai Pirenei, si affaccia su Mediterraneo e Atlantico, scavalca le frontiere di tre stati ed è tuttora caratterizzato da una cultura e da una lingua millenaria, che nonostante le condizioni tutt'altro che favorevoli non soltanto si è mantenuta ma ha anche saputo riprodursi e rinnovarsi.
 di Marco Stolfo
Una lingua e una cultura senza confini, pronte ad affrontare positivamente il terzo millennio in un'Europa che scopre di essere (e di essere sempre stata) un continente multietnico.
Dell'Occitania fanno parte anche quattordici valli alpine della nostra regione, nelle quali è ancora viva la lingua dei trovatori e per le quali proprio la valorizzazione di tale specificità rappresenta lo strumento per
uscire dalla posizione marginale dal punto di vista storico, sociale, economico e culturale, in cui sono state a lungo relegate.
Proprio dalle valli occitane del Piemonte può cominciare un avvincente viaggio reale e virtuale attraverso la storia, la società, l'arte, la cucina, la musica e la lingua d'oc. Da nord a sud si tratta di Alta Val Susa, Val Chisone, Val Germanasca, Val Pellice, tutte in provincia di Torino, e Valle Po, Val Varaita, Val Maira, Val Grana, Valle Stura, Valle Gesso, Valle Vermenagna e Valli Ellero, Corsaglia e Pesio (chiamate anche "del Kyé", per il particolare dialetto che vi si parla, nel quale kyé indica la prima persona singolare, come succede anche in alcune varietà pirenaiche), che fanno parte della provincia di Cuneo. Si tratta di un territorio montuoso, affascinante dal punto di vista paesaggistico, abitato da circa 180.000 persone, di cui circa centomila, secondo il Libro rosso sulle lingue minacciate del mondo dell'UNESCO, conoscono e usano almeno oralmente, nelle rispettive parlate locali, la lingua occitana.
Le
difficoltà di comunicazione tra le Valli e con l'altro versante alpino, eccezion fatta per i passi di alta quota e in termini relativamente recenti per i trafori del Tenda e del Frejus, unitamente all'assenza di un significativo centro urbano di riferimento per le Valli, ha condizionato lo sviluppo economico, sociale e culturale dell'intera area, e delle Valades "cuneesi" in particolare. Agricoltura, artigianato, turismo, produzione d'energia, fonti d'acqua minerale e industria estrattiva (talco e grafite) e nel fondo valle manufatturiera, per lo più nell'area "torinese", sono quindi i settori economici dell'Occitania piemontese, da sempre terra di emigrazione verso i centri del Piemonte e dell'altro versante alpino.
Per quanto riguarda la storia, le Valadas, anticamente abitate da popolazioni celte e liguri, romanizzate ma non del tutto a partire dal II secolo a. C., conoscono un alto medioevo di decadenza seguito da secoli in qualche modo di splendore economico, politico e culturale, quando l'intero territorio trova una specie di unità politica con le regioni d'oltralpe che costituiscono con esso il Delfinato. Questo è il periodo in cui la lingua d'oc è idioma letterario e di prestigio, non soltanto nell'intera Occitania, di cui è il "volgare" indigeno, ma anche in altre zone d'Europa ed è un modello stilistico pure per i poeti italiani.
Segue un periodo di decadenza, che per i centri occitani d'oltralpe coincide con la creazione di quello che diventerà lo stato nazionale francese e per le valli cisalpine con l'ascesa dei Savoia. Queste ultime - alcune delle quali sono autonome (come la Val Maira) o indipendenti (come il Comtat de Tenda e la repubblica degli Escartons) oppure assumono una propria specificità religiosa (il culto valdese nelle valli Pellice, Chisone e Germanasca, che ne caratterizza l'identità culturale), - diventano dominio sabaudo, teatro e oggetto di conflitti tra Francia e Piemonte, periferia tanto di Torino quanto di Parigi, seguendo un destino parallelo a quello di Tolosa, Nizza, Marsiglia e Montpellier. La situazione sarà la medesima anche dopo la creazione dello stato italiano, di cui le Valadas hanno rappresentato a lungo (e lo sono per molti versi tuttora) una remota appendice territoriale marginale e emarginata, una montagna povera in via di spopolamento talvolta vittima di speculazioni edilizie e turistiche.

CIBO PER IL CORPO,PER LA MENTE E PER LO SPIRITO
Tuttavia il patrimonio delle Valli (r)esiste: bellezze naturali e architettoniche, tradizioni, storia, cultura, musiche e balli e specialità gastronomiche. Gioia per gli occhi, le orecchie, lo spirito e il palato...
Ecco i parchi naturali alpini, in Valle Pesio, in Valle Gesso e in Val Chisone, e le altre bellezze ambientali, dovunque e in particolare in Valle Varaita, la
valle smeraldina, nella quale spicca l'area della Chastelada, che comprende anche la zona del Monviso (Val Po), importante anche sul piano storico - era uno dei cinque Escartons del Delfinato - e architettonico, con le tipiche abitazioni in pietra di Blins-Bellino e La Chanal.
Ecco le chiese romaniche nelle valli che facevano parte del Marchesato di Saluzzo, case con il tetto di scandole di legno, a Thuras e Biolard in Alta Valle di Susa, o di paglia (ormai quasi tutte modificate) in Val Vermenagna, e la particolare Gleisa dla tana, tempio del culto valdese clandestino, ad Eingruenha-Angrogna. Ecco tradizioni secolari come i Carnevali diffusi in tutte le valli, la colorata e vivacissima Baìa di Sampeyre o i Romitages di Sancto Lucìo di Coumboscuro e la connessa Traversado, pellegrinaggio ad alta quota che parte da Barceloneta e da altri centri d'oltralpe e si conclude in Val Grana.
La cultura di un popolo si conosce e si apprezza anche a tavola e nelle valli, con lo slogan Ben minjat e ben begut, è in corso una grande valorizzazione della cucina e della gastronomia locali. Piatti "semplici", gustosi e sostanziosi, realizzati con i prodotti della montagna, come le polentas (tra cui quella di formentin, con farina di grano saraceno e patate) e i ravioles, menu delle grandi occasioni (qualcuno potrebbe dire: una bomba calorica...), di cui esistono numerose ricette, a base di patate e toma fresca. Proprio i formaggi sono una specialità delle Valli, dal prelibato Chastelmanh ai tomins del Mel, insieme alle carni, e in particolare a quelle della tipica pecora sambucana, e ai vini, a cominciare dalla Pelaverga.

DAL DOC AL ROCK
Ma sono soprattutto la musica e i balli popolari a tenere alta la bandiera occitana, in particolar modo nell'area compresa nella nostra regione, dove si è passati già da tempo dalla scoperta e dalla valorizzazione del patrimonio musicale locale alla sua rielaborazione. Una cultura è veramente morta quando la si difende invece di inventarla, diceva Paul Wien, e questa (re)invenzione è il minimo comune denominatore di molta musica prodotta tra le Alpi e i Pirenei. Da Tolosa a Dronìer (Dronero), da Marsiglia a Caralh (Caraglio), dalla Val d'Aran alla Val Vermenagna la viola (la ghironda), i semitons e altri strumenti tipici si uniscono a chitarre amplificate, batterie, campionatori e piatti Technics e le corentas e i rigodons si fondono con il rock, lo ska, il rap, il raggamuffin e le musiche del sud del mondo. Faboulous Trobadours, Massilia Sound System, Nux Vomica, Gacha Empega e i nostrani Lou Dalfin sono i nomi di punta della nuova musica occitana e numerosi altri si muovono lungo gli stessi percorsi artistici.
Nelle Valli del Piemonte, ricche di tradizioni musicali e come la zona pirenaica prive di grandi centri urbani, prevale l'utilizzo in maniera moderna e futuribile di strumenti e ritmi antichi, che vede impegnati, ad esempio, gli esplosivi Lou Seriol, di cui è in preparazione un nuovo disco per l'inverno, oppure Abourasqui, Gai Saber, Estorio Drolo, Roussinhol, Lou Senhal e i giovanissimi Chastelado, formazioni legate alla tradizione dei balli popolari, o il coro di Berra, del vicino entroterra nizzardo, e il Corou de la Cevitou.
Altrove, in ambiente metropolitano, si sviluppa una diversa contaminazione di forme d'espressione e linguaggi sonori; tuttavia restano la comunanza di lingua e di cultura di riferimento, oltre allo stesso approccio mantenuto verso l'identità e la tradizione, nei cui confronti i musicisti "rOCk" si pongono con un'attitudine "libera". La parola d'ordine condivisa suona come "Noi siamo e vogliamo essere occitani qui e ora: senza padroni, senza confini, senza mistificazioni né strumentalizzazioni".

OCCITANIA 2000, ODISSEA PER L'ESPACI
"Occitani qui e ora e anche per il futuro" è una prospettiva condivisa da gruppi e associazioni (e a quanto sembra, finalmente, pure dalle istituzioni) in tutto il territorio storico di lingua d'oc, anche sul piano culturale, economico, politico e sociale. Per la gente delle Valli, che nel corso dei secoli aveva subito una continua e pesante azione di cancellazione della propria identità, (ri)scoprirsi occitana (ma c'è qualche associazione che rifiuta questa definizione, preferendole quella di "provenzale") e quindi con valori condivisi con popolazioni che vivono in una vasta e variegata area geografica del continente, rappresenta un mezzo per uscire dall'isolamento e dalla subalternità in cui da secoli si trova.
La specificità linguistica e culturale, mantenuta e rinnovata nonostante i forti condizionamenti subiti, è lo strumento per acquistare una nuova centralità nell'Europa del terzo millennio. Con questo obiettivo è stato elaborato un ambizioso e articolato progetto, chiamato Espaci Occitan (spazio occitano), proposto due anni or sono dalla Comunità montana della Val Maira alla Regione Piemonte e agli uffici dell'Unione Europea competenti su montagna e collaborazione transfrontaliera. Coinvolge dieci Comunità montane delle province di Cuneo e Torino, sette delle quali hanno anche dato vita anche all'omonima associazione e lo "spazio" al quale fa riferimento è sia quello geografico, storico e economico che attraversa il sud della Francia sino alla "spagnola" Valle d'Aran, sia quello fisico dell'ex caserma "Beltricco" di Dronero, che tra un anno, ultimati i lavori di ristrutturazione, diventerà il centro propulsore di tutta una serie di iniziative economiche, sociali e culturali e di collaborazione tra le varie zone dell'Occitania storica.

OCCITANO, UNA DELLE LINGUE (TAGLIATE?) D'EUROPA
Secondo l'Ufficio europeo per le lingue meno diffuse, tra Spagna, Francia e Italia, sono almeno sette milioni le persone in grado di parlare o capire l'occitano. Soltanto cinquemila possono però usarlo in ogni ambito della comunicazione: sono gli abitanti della Val d'Aran, amministrativamente parte della "spagnola" Catalogna, dove costituzione, statuto e leggi regionali prevedono l'ufficialità dell'aranese (occitano) in tutta la vallata accanto a catalano e spagnolo. Meno favorevole la situazione in Francia, dove due secoli di stato centralista e sciovinista hanno inferto gravi colpi all'uso della lingua d'oc, limitata quasi esclusivamente alla casa e all'osteria. Lo stesso vale per l'Italia, dove l'occitano è parlato, oltre che in Piemonte, nel comune ligure di Olivetta San Michele (Imperia) e, per effetto di un'antica immigrazione, a Guardia Piemontese in Calabria. Sempre che nel frattempo non venga finalmente approvata l'ennesima proposta di legge di applicazione dell'articolo 6 della Costituzione. Nonostante la limitata portata di questa legge, la sua approvazione è attesa almeno quanto la sottoscrizione da parte italiana della Carta europea delle lingue minoritarie e regionali, firmata da poco tempo addirittura dal governo Jospin.

LE LINGUE MINORIZZATE, L'ITALIA E L'EUROPA
Sardo, friulano, occitano, romanì (la lingua rom), sloveno, ladino, catalano, albanese, greco, franco-provenzale, serbocroato, tedesco e francese sono le lingue proprie di alcuni milioni di cittadini italiani, parlate da secoli in significative porzioni del territorio dello stato. Soltanto francofoni valdostani, germanofoni del Sud-Tirolo e sloveni delle province di Gorizia e Trieste (ma non di Udine) vedono riconosciuti i propri diritti linguistici. In Italia, come altrove, si considera da più parti questa esigenza come espressione di un localismo passatista. In realtà è una questione di libertà e democrazia, nella prospettiva di un'Europa unita e plurale, come sottolineano tre fondamentali risoluzioni del Parlamento Europeo (Arfé, 1981; Kuijpers, 1987; Killilea, 1994) e due convenzioni del Consiglio d'Europa (la Carta europea delle lingue minoritarie e regionali del 1992 e la Convenzione per la protezione delle minoranze nazionali del 1994).
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