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UN MONDO
A QUATTRO SENSI
di Fabrizio Cellai I ciechi vedono, nel senso che sentono. È questo
il concetto da cui bisogna partire per capire la vita dei non
vedenti.
Vivere al buio continua a non essere facile, neppure alle soglie
del duemila quando le nostre città stanno cercando di
diventare città di tutti, vedenti e non, per conquistare
quella misura umana che i centri urbani tendono facilmente a
dimenticare quando si tratta di progettare le città del
futuro.
Vivere senza vedere, ancora oggi, significa tante cose: intanto
paura e insicurezza, ma anche disorientamento e angoscia nel
muoversi attraverso gli spazi quotidiani.
Tuttavia la cecità non è la fine di tutto perché
la vista non è l'unico patrimonio dell'uomo. "Il
problema - sostiene Anna Lodi del centro regionale di documentazione
non vedenti di Torino - è l'indifferenza con la quale
abbiamo costruito un mondo su misura solo per chi vede".
Non si tratta solo della mancanza dei semafori acustici agli
incroci cittadini. Si tratta anche di un problema culturale:
molti ciechi continuano a trovare lavoro come centralinisti.
Ma quanti sono i dirigenti? Nessuno. Eppure un non vedente, se
ha le capacità, non ha bisogno di strumenti particolari
per poter dirigere un'azienda.
"La cosa più importante - sottolinea Adriana Rosso,
sempre del centro di documentazione torinese - sta nel costruire
una relazione paritaria tra coloro che sono considerati portatori
di handicap e coloro che non lo sono. E in questo non ci dev'essere
compassione, ma conoscenza".
L'integrazione è diventata la parola chiave attorno alla
quale ruota la vita dei ciechi che, essendo privi della vista,
potenziano in modo impressionante gli altri sensi, dall'udito
all'olfatto al tatto.
L'integrazione comincia dai banchi di scuola dove sono i genitori
degli alunni stessi ad apprendere le risorse nascoste nei loro
figli privi di vista. E allora si capisce che le possibilità
sono molte.
Tuttavia la solitudine rimane sempre il problema principale quando,
una volta cresciuti, si deve affrontare autonomamente la vita.
Una solitudine che deriva dal fatto che ragazzi e ragazze ciechi
non hanno luoghi dove incontrarsi e soprattutto dipendono quasi
totalmente dagli amici vedenti che li accompagnano nei loro spostamenti.
Già, uscire di casa. Passeggiare per le vie cittadine,
prendere un gelato, ma anche andare al cinema con l'aiuto di
qualcuno che racconti le immagini (in Francia esistono già
da parecchi anni cinema attrezzati per questa categoria di persone).
Sono esigenze che hanno tutti i non vedenti insieme con il desiderio
di integrarsi in un mondo che non li respinga in quanto diversi.
E molti ce la fanno. C'è chi addirittura viaggia tranquillamente
in giro per il mondo col semplice ausilio del bastone.
Le istituzioni (tra cui il
Comune di Torino) stanno cercando di promuovere questo progetto
di integrazione attraverso tutta una serie di iniziative che
vanno dalle fermate d'autobus e semafori sonori alle scritte
in braille nei luoghi pubblici.
Insomma si sta tentando di creare delle città che non
si trasformino in una giungla inestricabile per chi non può
vedere gli ostacoli. E, accanto a questo, far nascere una società
dove, grazie al processo di integrazione, lo stereotipo del cieco
che chiede l'elemosina col cane a un angolo della strada suonando
il violino sia soltanto un ricordo sbiadito del passato.
"Per capire cosa voglia dire essere ciechi - conclude Adriana
Rosso - bisogna staccarsi da tutti i nostri schemi e passare
un po' di tempo con queste persone". Un piccolo esperimento?
"Guardare" bendati in televisione l'ispettore Derrick
con il commento delle immagini che radio Rai trasmette simultaneamente.
Le sensazioni saranno completamente diverse, mentre i colpi di
scena del telefilm dell'ispettore tedesco saranno gli stessi,
cioè nessuno. Meglio le avventure del tenente Colombo. |