LAVORO & SALUTE

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settembre/ottobre 1998

 

 

 

QUANDO IL LAVORO ROMPE


di Giovanni Monaco


Una mano troppo piccola si può anche perdere, quando si lavora in nero e si hanno solo 14 anni. Ci si può anche far molto male se, durante i turni dei contratti di formazione lavoro, magari al sabato, non c'è nessun collega anziano (e regolarmente assunto) che possa spiegarti come usare il macchinario. E non è neppure esclusa la perdita della vita stessa, quando ci si mette a saldare un silos pieno di gas infiammabile. Giovani, lavoro e infortuni: un trinomio che pare indissolubile, con un dato sconcertante. Sono proprio i giovani sotto i 29 anni quelli che maggiormente rischiano l'incidente grave, la menomazione, l'infortunio.
Inutile pensare al terziario che avanza e alle nuove professioni cibernetiche. La maggior parte delle occupazioni che il mercato offre sono di bassa qualifica e pericolose. Nulla a che vedere con quanto si legge sui giornali, il lavoro sporco va sempre fatto e sono i giovani che normalmente lo devono svolgere: l'area più vasta di neolavoratori, come ha spiegato Aldo Bonomi ne "Il capitalismo molecolare", è quella dei working poor, cioè quelli occupati nel circuito della iperflessibilità, con un reddito inferiore alle 800mila lire al mese. Esempi? Pulizie, baby sitter, facchinaggio, pony express, traslochi, camerieri, manutenzione. Tutto rigorosamente in nero, senza coperture assicurative, senza formazione e con orari e ritmi di lavoro che la contrattazione aborrirebbe.
"Secondo una nostra indagine - spiega Mario Marchio, ispettore sicurezza lavoro all'Asl 5 - oltre il 40% degli infortuni gravi riguarda proprio i giovani sotto i 29 anni". Un dato preoccupante, perché molto superiore a quello dei giovani occupati in percentale sul totale, che sono il 25%, ed anche alla percentuale degli infortuni in generale (compresi quelli lievi, quindi) che si attesta su un 36%, "comunque altissimo".
Tant'è: per tornare agli esempi iniziali, non si tratta né di invenzioni giornalistiche né di casi limite. Sono fatti accaduti tutti nella provincia di Torino, tutti recentemente e tutti regolarmente denunciati. Come quello del ragazzino panettiere la cui mano viene amputata. A quattordici anni le dimensioni dell'arto sono inferiori a quelle di un adulto e così il sistema di sicurezza che impedisce di infilarlo nell'impastatrice è del tutto inutile. Un esempio di lavoro minorile che non necessita viaggi transcontinentali per manifestarsi.

Ma anche i contratti di formazione (Cfl) possono essere pericolosi. Sì, perché quale lavoratore regolarmente assunto e contrattualizzato accetta di lavorare al sabato? E così ci si ritrova tutti Cfl nel giorno prefestivo a mandare avanti la baracca: poco importa se nessuno conosce bene i macchinari. Peccato che qualcuno ci possa lasciare due dita dentro, come è accaduto a un diciannovenne nella cintura torinese quest'anno. Era inesperto, sarà colpa sua? Certo lo spirito degli sgravi fiscali (per contratti di formazione non solo lavoro) era tutt'altro.
C'è anche il "nero", comunque, a fare la sua parte. Magari un apprendistato informale per aiutare lo zio che deve saldare un silos in Valsusa, pieno di materiale putrescibile e che emana gas. E allora su con il saldatore a fare fiamme e scaldare tutta la giornata. Poi una scintilla va dove non dovrebbe e succede il putiferio. A farne le spese e a rimetterci la vita è il diciottenne con il saldatore che (come lo zio, del resto) ignorava il contenuto del silos.
"La casistica potrebbe essere infinita - dice Marchio - e le situazioni di massima si ripetono". Ma perché sono i meno anziani i soggetti più a rischio, al di là delle basse mansioni che si affidano loro? "I fattori di pericolo sono tantissimi - continua - a cominciare dalla precarietà del lavoro". Chi non è sicuro di conservare il posto teme infatti di "mandare segnali negativi su di sé al datore di lavoro in caso di lamentele o dubbi riguardo la sicurezza. Emerge che la paura di non essere confermati a tempo indeterminato genera un autoisolamento del giovane, che non chiede e spesso non è supportato dall'azienda".

Una ricerca della Gioc (Gioventù operaia cristiana) ha chiarito che in molte aziende non si ritengonomeritevoli di formazione sulla sicurezza proprio le basse qualifiche, quelle che poi vengon adibite a mansioni semplici ma pericolose e sporche.
Inevitabilmente, è anche a rischio il periodo iniziale di ambientamento sociale, organizzativo e lavorativo. Non è da trascurare un'eventuale ostilità da parte dei colleghi anziani, che in caso di conferma dei Cfl, possono vedere i giovani come pericolosi concorrenti nella carriera aziendale.
Il posto "flessibile" o "precario", che dir si voglia, genera insicurezza e tensioni psicologiche. "Il problema dello stress - valuta Marchio - di cui i giovani lamentano fortemente la presenza, nonché la questione della fatica mentale, sono stati analizzati in specifici studi dai quali emerge l'esistenza di una stretta relazione tra stress, errore umano e incidente".
Tornando alla ricerca della Asl 5, emerge che a fronte di un 40,5% di infortuni gravi toccati a lavoratori sotto i 29 anni, soltanto il 12% capita a coloro che hanno superato i 50 anni. Per incidente grave si intende un evento che comporti un'assenza dal lavoro superiore ai 40 giorni o lesioni permanenti. Le attività più a rischio sono le manufatturiere (75% degli infortuni gravi, 36% degli infortuni in generale). Il terziario segue distanziatissimo con un 15% e poi l'edilizia, sorprendentemente, con un 7,5%.
La maggior parte degli infortuni avvengono nelle aziende sopra i 100 dipendenti (ma il dato non tiene conto del maggior numero complessivo di addetti): sono il 35%, contro il 15% delle piccole aziende sotto i 10 addetti.
La percezione del rischio da parte dei giovani lavoratori è stata analizzata dalla ricerca della Gioc. "A volte sono anche gli atteggiamenti personali di sfida - commenta Marchio - più presenti nei giovani che negli anziani, a contribuire, insieme alle situazioni lavorative rischiose, nel formare la miscela pro-infortuni".
I fattori che i giovani considerano portatori di rischio sono i ritmi elevati, la fatica fisica, lo stress psicologico, il rumore la polvere o il calore. I fattori esterni che pesano nel lavoro svolto sono il freddo, l'umidità, le esalazioni, la sporcizia; l'orario, l'autonomia di decisione, i controlli superiori, la mancanza di protezione, la chiarezza dei compiti.
Qual'è il prototipo di giovane esposto a rischio di infortuni sul lavoro? L'identikit tracciato dalla Gioc dice che è un maschio, occupato nell'industria, residente nel Nord-Ovest, con un'età compresa tra i 14 e i 18 anni e che lavora oltre le 50 ore settimanali. Un giovane su tre ha dichiarato che nella sua azienda, nell'ultimo anno sono accaduti infortuni e la maggioranza degli intervistati (su un campione di 1790 ragazzi) ha detto di non conoscere la legge 626 sulla sicurezza del lavoro.
Insomma, i fattori che giocano contro i giovani sono proprio quelli caratteristici dell'inizio dell'attività lavorativa. A cominciare dall'elevata flessibilità o mobilità, passando attraverso stretti rapporti con il lavoro diffuso ed illegale, continuando con una forte dipendenza dal contesto socio-economico e socio-sanitario locale. Senza dimenticare che il sindacato, spesso, per i giovani e' un'entità astratta, visto che si preoccupa soprattutto di tutelare chi il lavoro fisso ce l'ha ed è già garantito nei suoi diritti e privilegi. La rappresentanza dei giovani lavoratori è mal definita e precaria: i livelli di formazione e informazione sui rischi da lavoro, poi, sono scarsi e disomogenei.


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