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ABBUFFARSI
AL CINEMA
di Luigi Urru Il cinema è ingordo di cibo. Il bambino che porge
il biscotto alla macchina da presa fin una delle prime scene
apparse sullo schermo dei fratelli Lumière. Il loro breve
film-documentario si chiamava Le repas dun bébé
(La colazione di un bebè) e veniva reclamizzato con lo
slogan La vita colta sul fatto. Da allora una travolgente
quantità di immagini a tema ha reso meno ottuso il nostro
sguardo su fatti altrimenti di routine fisiologica. Chi si siede
a tavola dopo avere visto Lunga vita alla signora
di Ermanno Olmi o Il pranzo di Babette di Gabriel
Axel, per fare due esempi al limite dellovvietà,
avrà gesti più consapevoli, oltre la soglia dello
scontato e necessario metti in bocca e manda giù. Il cinema
ci apre gli occhi sulle pietanze, sui gusti, sulla convivialità
tra commensali, sui riti e le culture. Di fronte alle immagini
registrate dalla pellicola, il nostro quotidiano nutrirsi si
fa meno superficiale. Nelle sequenze cinematografiche la cucina
e il ristorante, già luoghi tradizionalmente deputati
alla conversazione quando non è zittita dal vociare
televisivo riacquistano senso e importanza.
E lobiettivo del
Luis Buñuel di Viridiana a risvegliare da
un possibile torpore davanti alla solita minestra. Il banchetto
dei mendicanti, i discorsi disordinati quindi la ragazza
Enedina che fotografa limmagine per un paio di secondi:
il sorriso beffardo del regista balena nella mente dello spettatore.
Buñuel dissacrante, Buñuel iperbolico prende in
contropiede noi che guardiamo. Come lui forse solo Marco Ferreri.
La grande abbuffata serve piatti bollenti di appetitoso
nichilismo: i quattro amici che si trovano nella villa a consumare
senza fine pasti luculliani anticipano, o realizzano coscientemente,
la dissoluzione cui sono (siamo) votati. In entrambi i film il
cibo è la lente deformante degli abiti mentali e delle
mitologie di una società. Descrivendo il mangiare gli
autori colpiscono quelli che, con termini oggi passati di moda,
si sarebbero definiti un tempo lipocrisia borghese e i
guasti del capitalismo. Roba anche troppo seria.
Prendiamo allora le comiche e illudiamoci di ridere. Lassenza
di cibo genera fame: Charlie Chaplin, vagabondo con lo stomaco
vuoto, mette in pentola le scarpe e azzanna un compagno di sventura
credendolo un pollo (La febbre delloro); Laurel
e Hardy quando trovano il portafoglio in Sotto zero
invitano a pranzo pure il poliziotto, loro usuale antagonista.
Più recentemente, per un film come Pomodori verdi
fritti alla fermata del treno, al ristorante si appianano
o si mitigano le tensioni dellambiente circostante. Oppure,
al contrario, le si esalta, poiché attraverso il cibo
gli uomini creano e contrappongono identità e posizioni
sociali.
Gli spaghetti fanno italiano, i tedeschi mangiano patate, il
riso con le bacchette è solo orientale, la tequila e i
sapori piccanti distinguono i messicani
Non è un
gioco. Ang Lee, regista di Taiwan naturalizzato americano, sceglie
Banchetto di nozze e Mangiare bere uomo donna
per parlare di integrazione culturale come perdita delle proprie
origini. La cucina è laboratorio di gusti e nostalgie.
La casa lontana produce qualcosa di simile a un buco interiore
(la terribile pancia vuota?).
Per Peter Greenaway il cuoco è lartista che custodisce
segreti di raffinatezza: in Il cuoco, il ladro, sua moglie
e lamante egli fa da contraltare alla rozzezza dominante,
è elemento che scardina il potere, trionfo del bello (buono/gustoso)
sulla rozzezza. Chi sta ai fornelli tira le fila dei pranzi come
degli incontri amorosi. Cucinare è una colta forma di
seduzione
non solo sullo schermo. Mettiamoci a tavola. |