Speciale - CIBO

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settembre/ottobre 1998

 

 

 

ABBUFFARSI AL CINEMA

di Luigi Urru


Il cinema è ingordo di cibo. Il bambino che porge il biscotto alla macchina da presa fin una delle prime scene apparse sullo schermo dei fratelli Lumière. Il loro breve film-documentario si chiamava “Le repas d’un bébé” (La colazione di un bebè) e veniva reclamizzato con lo slogan “La vita colta sul fatto”. Da allora una travolgente quantità di immagini a tema ha reso meno ottuso il nostro sguardo su fatti altrimenti di routine fisiologica. Chi si siede a tavola dopo avere visto “Lunga vita alla signora” di Ermanno Olmi o “Il pranzo di Babette” di Gabriel Axel, per fare due esempi al limite dell’ovvietà, avrà gesti più consapevoli, oltre la soglia dello scontato e necessario metti in bocca e manda giù. Il cinema ci apre gli occhi sulle pietanze, sui gusti, sulla convivialità tra commensali, sui riti e le culture. Di fronte alle immagini registrate dalla pellicola, il nostro quotidiano nutrirsi si fa meno superficiale. Nelle sequenze cinematografiche la cucina e il ristorante, già luoghi tradizionalmente deputati alla conversazione – quando non è zittita dal vociare televisivo – riacquistano senso e importanza.

E’ l’obiettivo del Luis Buñuel di “Viridiana” a risvegliare da un possibile torpore davanti alla solita minestra. Il banchetto dei mendicanti, i discorsi disordinati – quindi la ragazza Enedina che fotografa l’immagine per un paio di secondi: il sorriso beffardo del regista balena nella mente dello spettatore. Buñuel dissacrante, Buñuel iperbolico prende in contropiede noi che guardiamo. Come lui forse solo Marco Ferreri. “La grande abbuffata” serve piatti bollenti di appetitoso nichilismo: i quattro amici che si trovano nella villa a consumare senza fine pasti luculliani anticipano, o realizzano coscientemente, la dissoluzione cui sono (siamo) votati. In entrambi i film il cibo è la lente deformante degli abiti mentali e delle mitologie di una società. Descrivendo il mangiare gli autori colpiscono quelli che, con termini oggi passati di moda, si sarebbero definiti un tempo l’ipocrisia borghese e i guasti del capitalismo. Roba anche troppo seria.
Prendiamo allora le comiche e illudiamoci di ridere. L’assenza di cibo genera fame: Charlie Chaplin, vagabondo con lo stomaco vuoto, mette in pentola le scarpe e azzanna un compagno di sventura credendolo un pollo (“La febbre dell’oro”); Laurel e Hardy quando trovano il portafoglio in “Sotto zero” invitano a pranzo pure il poliziotto, loro usuale antagonista.
Più recentemente, per un film come “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”, al ristorante si appianano o si mitigano le tensioni dell’ambiente circostante. Oppure, al contrario, le si esalta, poiché attraverso il cibo gli uomini creano e contrappongono identità e posizioni sociali.
Gli spaghetti fanno italiano, i tedeschi mangiano patate, il riso con le bacchette è solo orientale, la tequila e i sapori piccanti distinguono i messicani… Non è un gioco. Ang Lee, regista di Taiwan naturalizzato americano, sceglie “Banchetto di nozze” e “Mangiare bere uomo donna” per parlare di integrazione culturale come perdita delle proprie origini. La cucina è laboratorio di gusti e nostalgie. La casa lontana produce qualcosa di simile a un buco interiore (la terribile pancia vuota?).
Per Peter Greenaway il cuoco è l’artista che custodisce segreti di raffinatezza: in “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante” egli fa da contraltare alla rozzezza dominante, è elemento che scardina il potere, trionfo del bello (buono/gustoso) sulla rozzezza. Chi sta ai fornelli tira le fila dei pranzi come degli incontri amorosi. Cucinare è una colta forma di seduzione… non solo sullo schermo. Mettiamoci a tavola.


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