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MAL DI CIBO
di Aldo Ferrari Pozzato Si può essere malati di cibo in tanti modi e
per molti motivi e situazioni. Se la memoria non minganna
esiste un adagio popolare che suona più o meno così:
ne uccide più la gola che la spada. Qui parleremo insieme
solo di quei disturbi che hanno una origine psicologica diretta.
Quindi non di tutte quelle malnutrizioni dovute a scarsità,
usi o costumi, adulterazioni o disfunzioni organiche.
Le malattie psicologiche, senza una base biologica accertata
e necessitante, possono essere considerate malattie dellattribuzione
di senso. Questo è possibile quando il mio modo di entrare
in relazione (con le persone o con le cose, reali e non) non
segue canali strettamente obbligati. Vi è insomma un certo
grado di libertà che si traduce nella possibilità
di operare delle scelte secondo delle motivazioni che dipendono
anche dal mio specialissimo modo di sentirmi nel mondo, aldilà
delle considerazioni di funzionalità e opportunità.
Cioè quando posso dire o pensare che ciò che faccio
ha un senso ulteriore oltre a quello immediatamente percepibile.
Se vengo improvvisamente abbandonato dal mio più grande
amore, tutto il mio comportamento cambia e viene messa in campo
una battaglia per continuare a vivere che non ha niente a che
vedere con le possibilità fisiche di sopravvivenza ma
che dipende principalmente dalla capacità di trovare ancora
un senso alla mia esistenza. E, purtroppo, può essere
una battaglia mortale. La mancanza o la perdita o la distorsione
di senso possono uccidere.
Il legame di necessità
che ci lega al cibo si è molto allentato: la lotta per
la sopravvivenza non passa più attraverso la ricerca del
nutrimento, almeno dalle nostre parti. Si può mangiare
praticamente di tutto a qualunque ora del giorno e della notte.
Questo fa sì che si verifichi quella possibilità
di attribuzione di senso ulteriore di cui parlavo prima, con
tutti i rischi del caso.
Questi rischi si chiamano disordini del comportamento alimentare
di origine psicologica.
Essendo ognuno di noi unico, anche le sue possibilità
di attribuire un sovrasenso malato al cibo di per sé sono
uniche. Però da una parte cè la necessità
di comunicare con gli altri e dallaltra il sostrato biologico
della nutrizione è uguale per tutti. Questo rende possibile
un certo grado di sistematizzazione dei disturbi del comportamento
alimentare e da ciò nascono i nomi che sempre più
spesso si sentono circolare, con un alone quasi di sacralità
terrifica: anoressia e bulimia.
Entrambi i termini fanno parte di una cultura delleccesso
che sembra tipica dei nostri tempi e non circoscritta al campo
dellalimentazione. Lobesità ha meno presa
sullimmaginario collettivo, pur condividendo con gli altri
due termini tutta la tragicità di una condizione invalidante.
I confini tra queste tre condizioni sono tuttaltro che
saldamente definiti e non è raro sia che ci si trovi davanti
a numerose condizioni patologiche intermedie, sia che la stessa
persona passi da una allaltra.
Ed è una situazione secondo me ineliminabile, perché
questa terminologia porta in sé limpossibile compito
di conciliare una esigenza di classificazione (ciò che
è valido per tutti, che si dà universalmente) con
unesigenza di intuire il senso di una persona (ciò
che è valido per te, che esprime la tua irripetibile esperienza).
Allora quando parliamo di disturbi del comportamento alimentare
di origine psicologica stiamo facendo lipotesi che qualcosa
nel mondo delle relazioni, delle emozioni e dei significati di
una persona sia sofferente e distorto e che per questo, avendo
perso o non avendo mai trovato un canale di espressione diretta,
si esprima attraverso un comportamento alimentare, improprio
perché caricato di un senso che di per sé nulla
ha a che vedere con il cibo.
Quello che si tenta di fare
è di dare unopportunità a questi sensi di
trovare un modo di espressione più diretta; di togliere
le condizioni malate che sono allorigine della sofferenza
e della distorsione; di ristabilire un rapporto di corretto ascolto
dei segnali interni relativi alla fame, alla sazietà e
allo schema corporeo (come mi vedo), segnali che nel frattempo,
chi più chi meno, sono andati a farsi benedire.
Infine si cerca anche di spezzare le abitudini in cui si sono
consolidati i comportamenti alimentari non corretti. Il che alle
volte rappresenta una difficoltà enorme, perché
una complicazione ulteriore è che in tutto il processo
non è implicata solo la dimensione della sofferenza, ma
anche quella del piacere.
Nellanoressia cè una fase del negarsi il cibo
che produce una sensazione di esaltazione e di euforia che può
essere molto piacevole. Nella bulimia diventa piacevole sia latto
del vomitare sia la sensazione di pulizia interiore che si ha
immediatamente dopo. Nellobesità può essere
piacevole sentirsi attorno una vasta protezione rispetto al mondo
esterno. Insomma, spesso vi è una ricerca distorta di
piacere, a cui è molto difficile rinunciare.
E le gratificazioni non finiscono qui. Il fatto di dover ricorrere
a dei sotterfugi, di avere dei segreti, di saper quando e come
si potrà mettere in atto la condotta nascosta, di sentire
di poter ingannare gli altri, tutto ciò può essere
sentito come piacevole.
E poi vi è il piacere più comune che può
procurare a ciascuno di noi il cibo, sia nella manipolazione
che nella assunzione.
Quindi il compito non è solo eliminare la sofferenza implicata
nella distorsione di senso e delle relazioni ma anche sostituire
il piacere e modificare le abitudini.
Tutto questo implica un rafforzarsi interiore che renda non più
necessarie queste modalità distorte di affermazione di
sé. Perché mi sembra di poter dire, e lesperienza
ad ARIA, settoriale ma significativa me lo conferma, che alla
base di tanti disordini gravi del comportamento alimentare vi
è limpossibilità di sentirsi ascoltato e
riconosciuto per quello che si è da parte delle persone
più importanti e del mondo più vicino.
Molte volte è un moto di dolorosa, silenziosa e accorata
protesta ad innescare il meccanismo autodistruttivo, una volta
vanificati tutti i tentativi di trovare e far ascoltare le
parole per dirlo: sentivo che tutto era inutile e
allora ho aspettato di essere sola e sono andata a vomitare.
Nessuno si è accorto di nulla. |