Speciale - CIBO

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settembre/ottobre 1998


MAL DI CIBO

di Aldo Ferrari Pozzato


Si può essere malati di cibo in tanti modi e per molti motivi e situazioni. Se la memoria non m’inganna esiste un adagio popolare che suona più o meno così: ne uccide più la gola che la spada. Qui parleremo insieme solo di quei disturbi che hanno una origine psicologica diretta. Quindi non di tutte quelle malnutrizioni dovute a scarsità, usi o costumi, adulterazioni o disfunzioni organiche.
Le malattie psicologiche, senza una base biologica accertata e necessitante, possono essere considerate malattie dell’attribuzione di senso. Questo è possibile quando il mio modo di entrare in relazione (con le persone o con le cose, reali e non) non segue canali strettamente obbligati. Vi è insomma un certo grado di libertà che si traduce nella possibilità di operare delle scelte secondo delle motivazioni che dipendono anche dal mio specialissimo modo di sentirmi nel mondo, aldilà delle considerazioni di funzionalità e opportunità. Cioè quando posso dire o pensare che ciò che faccio ha un senso ulteriore oltre a quello immediatamente percepibile.
Se vengo improvvisamente abbandonato dal mio più grande amore, tutto il mio comportamento cambia e viene messa in campo una battaglia per continuare a vivere che non ha niente a che vedere con le possibilità fisiche di sopravvivenza ma che dipende principalmente dalla capacità di trovare ancora un senso alla mia esistenza. E, purtroppo, può essere una battaglia mortale. La mancanza o la perdita o la distorsione di senso possono uccidere.

Il legame di necessità che ci lega al cibo si è molto allentato: la lotta per la sopravvivenza non passa più attraverso la ricerca del nutrimento, almeno dalle nostre parti. Si può mangiare praticamente di tutto a qualunque ora del giorno e della notte. Questo fa sì che si verifichi quella possibilità di attribuzione di senso ulteriore di cui parlavo prima, con tutti i rischi del caso.
Questi rischi si chiamano disordini del comportamento alimentare di origine psicologica.
Essendo ognuno di noi unico, anche le sue possibilità di attribuire un sovrasenso malato al cibo di per sé sono uniche. Però da una parte c’è la necessità di comunicare con gli altri e dall’altra il sostrato biologico della nutrizione è uguale per tutti. Questo rende possibile un certo grado di sistematizzazione dei disturbi del comportamento alimentare e da ciò nascono i nomi che sempre più spesso si sentono circolare, con un alone quasi di sacralità terrifica: anoressia e bulimia.
Entrambi i termini fanno parte di una cultura dell’eccesso che sembra tipica dei nostri tempi e non circoscritta al campo dell’alimentazione. L’obesità ha meno presa sull’immaginario collettivo, pur condividendo con gli altri due termini tutta la tragicità di una condizione invalidante.
I confini tra queste tre condizioni sono tutt’altro che saldamente definiti e non è raro sia che ci si trovi davanti a numerose condizioni patologiche intermedie, sia che la stessa persona passi da una all’altra.
Ed è una situazione secondo me ineliminabile, perché questa terminologia porta in sé l’impossibile compito di conciliare una esigenza di classificazione (ciò che è valido per tutti, che si dà universalmente) con un’esigenza di intuire il senso di una persona (ciò che è valido per te, che esprime la tua irripetibile esperienza).
Allora quando parliamo di disturbi del comportamento alimentare di origine psicologica stiamo facendo l’ipotesi che qualcosa nel mondo delle relazioni, delle emozioni e dei significati di una persona sia sofferente e distorto e che per questo, avendo perso o non avendo mai trovato un canale di espressione diretta, si esprima attraverso un comportamento alimentare, improprio perché caricato di un senso che di per sé nulla ha a che vedere con il cibo.

Quello che si tenta di fare è di dare un’opportunità a questi sensi di trovare un modo di espressione più diretta; di togliere le condizioni malate che sono all’origine della sofferenza e della distorsione; di ristabilire un rapporto di corretto ascolto dei segnali interni relativi alla fame, alla sazietà e allo schema corporeo (come mi vedo), segnali che nel frattempo, chi più chi meno, sono andati a farsi benedire.
Infine si cerca anche di spezzare le abitudini in cui si sono consolidati i comportamenti alimentari non corretti. Il che alle volte rappresenta una difficoltà enorme, perché una complicazione ulteriore è che in tutto il processo non è implicata solo la dimensione della sofferenza, ma anche quella del piacere.
Nell’anoressia c’è una fase del negarsi il cibo che produce una sensazione di esaltazione e di euforia che può essere molto piacevole. Nella bulimia diventa piacevole sia l’atto del vomitare sia la sensazione di pulizia interiore che si ha immediatamente dopo. Nell’obesità può essere piacevole sentirsi attorno una vasta protezione rispetto al mondo esterno. Insomma, spesso vi è una ricerca distorta di piacere, a cui è molto difficile rinunciare.
E le gratificazioni non finiscono qui. Il fatto di dover ricorrere a dei sotterfugi, di avere dei segreti, di saper quando e come si potrà mettere in atto la condotta nascosta, di sentire di poter ingannare gli altri, tutto ciò può essere sentito come piacevole.
E poi vi è il piacere più comune che può procurare a ciascuno di noi il cibo, sia nella manipolazione che nella assunzione.
Quindi il compito non è solo eliminare la sofferenza implicata nella distorsione di senso e delle relazioni ma anche sostituire il piacere e modificare le abitudini.
Tutto questo implica un rafforzarsi interiore che renda non più necessarie queste modalità distorte di affermazione di sé. Perché mi sembra di poter dire, e l’esperienza ad ARIA, settoriale ma significativa me lo conferma, che alla base di tanti disordini gravi del comportamento alimentare vi è l’impossibilità di sentirsi ascoltato e riconosciuto per quello che si è da parte delle persone più importanti e del mondo più vicino.
Molte volte è un moto di dolorosa, silenziosa e accorata protesta ad innescare il meccanismo autodistruttivo, una volta vanificati tutti i tentativi di trovare e far ascoltare “le parole per dirlo”: “sentivo che tutto era inutile e allora ho aspettato di essere sola e sono andata a vomitare. Nessuno si è accorto di nulla.”


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