Speciale - CIBO

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settembre/ottobre 1998

 

 

CIBOSTORY

di Luigi Urru


Non chiedete la storia del cibo. Non esiste. O ci vorrebbe un illuminista talento enciclopedico per tentarla e, forse, mai giungere alla fine. Chiedete piuttosto al plurale: storie di cibi. Sono tante, innumerevoli anzi. Intrecciate, gelosamente custodite, sospese, sovrapposte, perdute e ritrovate… storie di caccia e di fuoco, di zappa e di aratro, di supermarket e di pentole a pressione. Da un estremo all’altro: il digiuno rituale del venerdì di Pasqua ma anche il catalogo delle abbuffate di Don Giovanni. Cibi crudi, cotti, arrosto, al vapore, al sangue, in salamoia, essicati, affumicati, alla pietra, ai ferri, bolliti, fritti, fermentati: cibi per ogni latitudine e per ogni stomaco. Mai però distribuiti a caso o senza un ordine.
Secondo una definizione classica – e tuttavia contestata dai vegetariani – l’uomo è biologicamente un compromesso onnivoro. Non possiede il rumine e il poderoso apparato mandibolare degli erbivori (la tipica mucca), ma nemmeno i potenti succhi gastrici di un carnivoro, capaci di sciogliere ossa triturate e tendini. La sua dieta può in teoria andare dall’indivia al sanguinaccio. O dalle cavallette al merluzzo. La pratica alimentare è però tutt’altra. Molto selettiva ed estremamente variegata, irta di censure e raccomandazioni, affidata all’abitudine e sottoposta alle mode. Un amico mi ha suggerito un etto di crauti ogni due giorni per aiutare la flora intestinale: si capisce, era tedesco. Gli ho risposto che non hanno lo stesso sapore dei fusilli al pomodoro. Per gli indiani un secolo di dominazione inglese non ha diminuito la sacralità delle vacche; e i sudditi di Elisabetta d’altra parte si preparano beef succulenti nonostante l’allarme Jakob-Kreuzfeld.

Buono da pensare
Prima che buono in bocca, il cibo di cui ci nutriamo sarà buono per la testa: “Buono da pensare”, secondo l’antropologo francese Claude Lévy-Strauss che alle tradizioni gastronomiche ha dedicato alcuni studi fondamentali. Senza cibo non si vive: non solo perché costruisce materialmente il nostro corpo. Quanto al mondo fisico esso si amalgama a quello emotivo, fonda i rapporti sociali, è inestricabilmente congiunto a credenze religiose, sistemi di valori, istanze politiche. L’apporto dietetico è solo una delle componenti di ciò che serviamo nel piatto. Il cibo ha una capacità di comunicare che va molto oltre la lista degli ingredienti stampata sulla confezione: “Agli inglesi piace mangiare biscotti a buon mercato – scrive Mary Douglas nel suo classico saggio “Decifrare un pasto” – e a loro non importa che abbiano tutti pressappoco lo stesso sapore, purché siano variati nella forma e nella dimensione, nei colori e nella decorazione geometrica”. Il biscotto soddisfa brillantemente un bisogno mentale prima che alimentare: quello di chiudere il pranzo o la cena comunque con un dolce, proprio quando le massaie non possono permettersi di preparare il plum cake e non tutti i commensali hanno il tempo per la torta di mele. Alzarsi da tavola senza biscotto lascerebbe la dolorosa impressione di non avere mangiato a sufficienza: come se fossero quegli ultimi due bocconi a riempire lo stomaco.
Il potere comunicativo del cibo non si ferma a capricci psicologici facilmente smascherabili. Il segno principe dell’ospitalità, sopra tutto nelle culture mediterranee, è offrire qualcosa da mettere sotto i denti. E guai a rifiutarlo, sarebbe scortesia estrema. In Marocco si tratta del tè alla menta con tanto zucchero più la ciambella fritta nell’olio, in Germania di un bicchiere di Apfelsaft (succo di mela) e della torta di ciliegie, in Italia dell’ovvio: “Lo prende un caffè?”.
Il cibo che passa da una mano all’altra (anzi, alla bocca) è il primo abbozzo di un legame e ne rappresenta la parte materiale, tangibile. Significa assumere in sé qualcosa che appartiene a chi ci sta di fronte. Sembra che senza cibo non siano possibili e perpetuabili le relazioni sociali più semplici. Nessuno di noi esce la sera con gli amici senza bere una birra e magari ordinare un crostone. Se si invita a casa un conoscente, corollario irrinunciabile è il menu adeguato. Se l’incontro è organizzato per l’azienda, si tratterà di una colazione di lavoro e chissà quali vertici della politica sarebbero naufragati se laute cene preparate da chef rinomati non avessero condito le discussioni.

La storia dell’umanità, i suoi miti e i suoi eroi, la cultura e l’immaginario, passano attraverso vicende alimentari: dal biblico piatto di lenticchie che fa perdere a Esaù la primogenitura alle prodigiose nozze di Cana, dal Convivio dantesco al Galateo di Della Casa, dalla conquista delle Americhe che conquistarono l’Europa a suon di mais, pomodori e patate all’odierna invasione di ristoranti dell’estremo oriente, dal paese della cuccagna con i cani legati a corde di salsiccia all’amaro odore d’assenzio che intrise la bohème francese di fine Ottocento… I diversi tempi dell’anno e della vita sono a loro volta segnati da piatti e ricette: cenone di San Silvestro, banchetto di nozze, fave nelle ricorrenze dei defunti, panettone e pandoro a Natale, colomba e uova di cioccolato a Pasqua. Per non dire del carbone della Befana e della torta di compleanno.

Siamo ciò che mangiamo
Riti, alleanze, anniversari trovano il proprio linguaggio nel cibo. Più complessivamente, identità individuali e collettive modellano le appartenenze gastronomiche: gli ebrei rifiutano alcuni animali ritenuti “abominevoli”, i musulmani evitano la carne di maiale (e l’altra va macellata secondo canoni particolari), i cristiani si obbligano (o piuttosto si obbligavano) a venerdì e quaresima di magro. Esiste poi tutta una serie di scelte dietetiche meno appariscenti, ma non meno codificate e rigorose, che individua precise nicchie sociali: correndo forse il rischio di cadere nello stereotipo si può ricordare che i colletti bianchi al bar prendono cappuccino e brioche, che certi sportivi non possono fare a meno del beverone vitaminico, che i paninari prima che per le calze a quadri e le scarpe di un orribile giallo paglia si riconoscevano dai… panini che inghiottivano.
La condivisione di uno stesso cibo porta alla condivisione degli stessi modelli di vita e tra chi accetta la regola e chi la declina si scava un fossato di incomprensione. Chi decide di mangiare in modi “speciali” sottolinea una diversità e forse una rottura con l’ambiente circostante (disagio che può assumere altrimenti le forme feroci della bulimia e dell’anoressia, scempio e privazione del cibo).
La storia offre esempi eloquenti. Nell’antica polis greca il consumo della carne era un collante fondamentale dei ruoli sociali e sanciva le gerarchie di potere. Ebbene, i discepoli di Pitagora esprimevano il proprio dissenso politico anche attraverso un regime semivegetariano. Lo stesso nel medioevo per vari gruppi eretici in antagonismo con l’ortodossia ecclesiastica: i catari praticavano tre sigilli, della mano, della bocca, e del ventre astenendosi dall’uccidere, dal mangiar carne, uova e latticini e dai rapporti sessuali.
Anche i miti e i fumetti costruiscono le identità e le differenze attraverso il cibo: l’ambrosia, per esempio, riservata agli dei olimpici o la pozione magica in cui da piccolo si è precipitato Obelix.
Prepararsi da casa il tramezzino perla pausa pranzo o l’intervallo tra una lezione e l’altra non è più un gesto innocente: può persino passare la fame a pensare a tutte le implicazioni che avrebbe l’ovvio portarlo alla bocca.



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