Speciale - CIBO

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settembre/ottobre 1998

 

 

TUTTI A TAVOLA

di Aldo Ferrari Pozzato


I piaceri della tavola sono davvero senza tempo.
Da quando abbiamo un primo rudimentale abbozzo di coscienza, e forse più indietro ancora (vedi il feto che si succhia il pollice o altro), al meccanismo della nutrizione si accompagna un qualche segnale di benessere. Il che svolge una importante funzione biologica: senza cibo non si cresce, non si hanno energie e si muore. Il cibo ci mette poi in contatto con il mondo esterno per la sua ricerca ed è quindi implicato anche nella socialità dell’uomo (il bimbo al seno della madre).
Tutto ciò continua, in forme diverse, durante tutta la vita.

Dal punto di vista sociale, praticamente tutte le occasioni piacevoli sono accompagnate da cibi e bevande, dalle feste nazionali fino alle uscite con gli amici.
Anche nell’ambito della sessualità non è raro che l’invito a cena o il preparare un pasto per l’amato/a rivestano un importante significato relazionale. E può capitare che il cibo si intrecci ancor più strettamente all’atto amoroso, sia concretamente sia simbolicamente (esistono dei libri tipo: dimmi come mangi e ti dirò come ami). E le metafore alimentari sono frequenti nel linguaggio d’amore: ti mangerei.
Ma oltre il significato conviviale, vi è un piacere sociale più mediato culturalmente, come essere tra quelli che frequentano un certo tipo di cucina o di locali e che si ritrovano immediatamente a loro agio in un determinato contesto alimentare. Da questo punto di vista hanno lo stesso significato i fast-food, il bar all’angolo per lo spuntino o l’esclusivo ristorante macrobiotico. E’ il piacere del rispecchiamento nell’atto della consumazione del cibo di un proprio modo di essere e di sentire (se stessi, il cibo, il tempo, il mondo).
Questa importanza sociale del cibo si riflette nella letteratura, tanto che spesso viene a far parte della filosofia di vita dei personaggi e il cibo assume un significato preciso di linguaggio, comunicazione (e seduzione). Pensate a Montalban, alla Allende o anche alle “Memorie di un cuoco d’astronave” di Mongai. O al cuoco de “Il padrone della città”, per rimanere nella attualità più stretta. Ma la letteratura d’ogni tempo e d’ogni luogo apparecchia robuste portate in sintonia con i tempi e con la sensibilità, dal “Satyricon” a Proust. E così negli altri campi dell’arte, la pittura, per esempio (quante tavole imbandite, bevitori e nature morte a base di cibi. E l’Arcimboldo). Solo la mia ignoranza pone un limite.

Ma vi è un piacere più personale e riposto, che può essere molto raffinato ed educato, che va dalla preparazione dei cibi, all’accostamento, all’invenzione, alla degustazione di sapori e consistenze e fragranze e colori. Che può portare alla riscoperta di cucine e alimenti del tempo passato, alla perlustrazione di cucine contemporanee, alle divagazioni più estemporanee o più culturalmente, dieteticamente e gastronomicamente avvertite. Tanto che la cucina può svolgere un compito spirituale simile all’alchimia dei tempi andati: un luogo in cui materia e spirito si incontrano e si trasmutano vicendevolmente (faccio qualcosa di concreto e su cose concrete, ma nel mio fare è implicato fino al più alto livello di simbolizzazione. E inoltre il prodotto della mia Opera me la mangio, azione di solito vietatissima e per solidissime ragioni, alla maggior parte degli alchimisti).
Il riferimento al Mistero Eucaristico o consimili, che spesso a questo punto si fa, mi sembra un po’ peregrino e di bassa lega.
E anche la tecnica è implicata nel processo, nel bene e nel male, con sempre rinnovate possibilità di conservazione, cottura, trasporto, importazione e sofisticazione di cibi, bevande, vegetali e animali, fino alla manipolazione genetica (per ora).
E piacere, oltre che fatica, si può trovare anche nella coltivazione e nell’allevamento, fatte salve le limitazioni che ognuno stabilisce nel regolare i suoi rapporti con il mondo vivente che ci circonda.
Per finire, un tempo dedicato alla cucina, pur nella consapevolezza del privilegio e della maggior urgenza di tante altre questioni, può davvero essere un tempo strappato all’invecchiamento, un antidoto al nostro quotidiano logoramento, allo stress continuo dovuto alla sensazione fastidiosa di essere sempre come sbattuti qua e là, senza radici e senza possibilità di fermare “la bufera infernal, che mai non resta”.



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