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articoli novembre/dicembre 2004
ARIA




Ragazzi di profilo



MAL DI RIFIUTO


di Aldo Ferrari Pozzato


I rifiuti sono uno dei problemi più pervasivi e onnipresenti, costituiscono una seria minaccia per l'uomo e per il mondo, sono un segno terribile dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo e dell'uomo sull'ambiente, nonché del disinteresse per tutto ciò che supera il proprio naso. E, dal punto di vista psicologico, vale a dire all'interno delle relazioni umane, sono una delle piaghe più tremende, influenti e onnipresenti che infestano e riempiono di dolore l'animo umano. Il rifiuto implica l'indisponibilità a far partecipi gli altri delle proprie risorse, materiali o morali che siano. E, più in profondità, un disinteresse e una aridità che tendono a soffocare ogni residua sensibilità. Come certi dannati di Dante, già all'inferno anche se apparentemente ancora vivi.
Il rifiuto è un mito che rispecchia e atterrisce l'era moderna, uno spettro che si aggira per il mondo, più spaventoso degli spettri di Shakespeare e Marx. Come i carghi carichi di scorie letali che vagano da un porto all'altro lungo elusive e improbabili rotte commerciali.
Scusate l'incipit un po' melodrammatico, ma i peggiori guasti che a volte osservo e tento di alleviare nel mio quotidiano lavoro qui ad A.RI.A. hanno la loro radice in uno o in molteplici (è più probabile) rifiuti. La liquidità (nel senso di inafferrabilità, indefinitezza, ma anche facilità nello scorrere via come capita) che qualcuno indica come metafora dei rapporti tra la gente produce un sacco di liquami, se mi passate l'immagine.
Il peggio è che non ce ne accorgiamo, talmente siamo coinvolti in un clima in cui il rifiuto è addirittura assurto a guida del comportamento di tutti noi. Un rifiuto di solito non eclatante, sotto traccia, che ci erode poco per volta, di cui siamo a fatica consapevoli, immersi in un processo di assuefazione continua, in cui non solo il Terzo Mondo, l'Asia, il Sudamerica hanno voce sufficiente per raggiungerci, ma neppure le persone più care, neppure i nostri moti interiori. Rischiamo di diventare insensibili a praticamente tutto, nemmeno ci accorgiamo del dolore che procuriamo. Insoddisfatti, perché ognuno è uno dei tanti per tutti gli altri, e ciechi. E "Cecità" è il titolo di un formidabile romanzo di Josè Saramago, premio Nobel 1998, che di sicuro riesce a smuovere qualcosa dentro. Almeno, a me è successo.
Un esempio più a portata di mano viene dalla televisione, che è il concentrato di ciò che si pensa possa attirare l'attenzione e con cui ci si confronta, chi più chi meno, tutti i giorni. Tutti i reality di successo, dal "Grande Fratello" alla "Fattoria" all'"Isola dei famosi", sono imperniati sul rifiuto dell'altro, con un meccanismo di esclusione che stravolge quello che dovrebbe essere un comportamento etico. Sono giochi, certo, ma giochi perversi, fondati su alleanze per sbattere fuori gli altri.
Ipocriti anche nel linguaggio: prima del "Grande Fratello" nominare qualcuno implicava un contenuto di stima, di riconoscimento e accettazione dell'altro nel proprio universo. Un significato positivo che ha origini lontane, in quelle radici bibliche di cui è permeata la cultura occidentale (Genesi, 2, 19 che narra come l'uomo conosce attraverso il nominare). Nominare, invece, nei reality diventa un neologismo che equivale a rifiutare, escludere, scacciare.
La velocità e l'instabilità del tempo presente fanno sì che abbiamo tutti quanti delle radici tendenzialmente poco profonde e resistenti, in una struttura sociale spesso inafferrabile e di difficile interpretazione: di chi o di cosa posso fidarmi? come faccio a trovare lavoro? che valore hanno e quali sono i miei diritti? a quale mondo sento di appartenere? da chi sono amato davvero? e per quanto tempo?
La fluidità dei rapporti interpersonali li rende anche precari e meno capaci di affrontare gli urti della vita e di consolidarsi. Accettare la difficoltà e la crisi può non sembrare necessario. E nemmeno si riesce a capire o a stare dietro a chi invece rimane intrappolato: se qualcuno ha una delusione, dopo un po' (poco) gli altri si aspettano che se la lasci alle spalle. Se non ce la fa, viene emarginato, oppure egli stesso finisce per vergognarsi di parlare sempre di ciò che lo fa star male. Ma se si riesce ad avere un sentimento profondo, come si può pretendere che "passi" in una settimana, in un mese? Ci sono ferite che continuano a far male sempre. Ma pare che non si possa più dirlo, pena il rifiuto.E una parte importante dello stare insieme a A.RI.A è proprio l'accettazione di quello che tu mi porti, per quanto possa anche essere o sembrare pesante, irritante, noioso, ripetitivo, inopportuno. E di quello che io sono con te qui, comprese le mie idiosincrasie e i miei difetti. Accettando me, ti è più facile accettare te stesso; ascoltando te, capisco e miglioro me stesso.
 
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