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UNITI
CONTRO L'AIDS Nord e Sud del mondo insieme per sconfiggere l'HIV "Nella lotta all'aids il silenzio è la morte, ma purtroppo la paura di essere additati con il marchio dell'infamia porta molti al silenzio" diceva il segretario generale dell'Onu Kofi Annan presentando la XV giornata mondiale per la lotta all'Aids indetta dalle Nazioni Unite. Quel che vale per l'Italia e per l'Occidente, il cosiddetto Nord del mondo, vale, a maggior ragione, in Paesi in cui le condizioni di difficoltà, arretratezza e povertà, non aiutano nella prevenzione, né tantomeno nella cura della patologia. Che si sta infatti diffondendo con ritmi drammatici, da vera epidemia. C'è anche chi contesta dati così forti come quelli che generalmente vengono comunicati dalle fonti ufficiali. Incontestabile però è che in alcune zone del mondo, in particolare in Africa, di Aids si muore moltissimo. Molto più che non da noi anche negli anni ottanta, quelli in cui l'Aids colpiva più a bruciapelo perché non conosciuto. Secondo dati Onu del 2002, nel mondo sono 42 milioni le persone affette dal virus. In Europa occidentale si contano 76mila persone contagiate dal virus dell'Aids su un totale di 1,6 milioni di casi registrati nei Paesi ricchi. È l'Africa subsahariana (così sono indicati gli stati africani che si trovano al sud del deserto del Sahara) la regione al mondo più colpita dall'epidemia, con l'impressionante numero di 29,4 milioni di persone colpite dall'Hiv o affette da Aids. Nel 2004 nel "Continente nero" si calcola che l'Aids abbia mietuto 2,4 milioni di vittime, e prodotto 3,5 milioni di nuovi contagi. L'incidenza nella popolazione adulta è altissima, specie nell'estremo sud: supera il 30 per cento in Botswana, Lesotho, Swaziland e Zimbabwe. Nel luglio 2004 si è tenuta la XV Conferenza internazionale sull'Aids, a Bangkok. Sono i Paesi in via di sviluppo a destare maggiori preoccupazioni tra scienziati e ricercatori. La prima volta in cui il principale evento scientifico mondiale sulla malattia da Hiv si tenne in un Paese del terzo mondo fu nel 2000, a Durban, in Sudafrica. In quell'occasione, come nelle conferenze degli anni successivi, vennero fuori i punti nodali della questione Aids nelle zone disagiate del mondo, in Africa in particolare. I farmaci, ad esempio. Ma prima ancora la cultura della prevenzione. E' vero che dove le Nazioni Unite si sono impegnate nelle campagne di prevenzione, come nello Zambia o in Uganda, i tassi d'infezione tra le giovani donne nella città, sono radicalmente scesi. Ma, sottolineano gli antropologi, la popolazione africana ha tradizioni e problemi che portano ad altissimi rischi di contagio: costumi sessuali come la poligamia, o pratiche tribali di restrizione o infibulazione dell'organo sessuale femminile; ancora, l'estrema povertà di donne sole, vedove, orfane, ripudiate. La donna, nelle tradizioni africane, ha bisogno di un uomo (il padre, e in seguito il marito) che la sostenga; l'essere sola può essere una condizione insanabile di estraneità sociale, che la spinge a volte a prostituirsi. Detto questo, e vista la diffusione del virus nel continente, l'importante al momento sarebbero i farmaci. La terapia anti Hiv ha però dei costi altissimi. L'obiettivo di riferimento della Conferenza di Bangkok è stato il cosiddetto "3x5" fissato dall'Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) che mira a garantire l'accesso alla terapia antiretrovirale (con cui attualmente si cura l'aids) a tre milioni di persone entro il 2005. Sebbene l'accesso a questi farmaci sia migliorato rispetto al passato, anche nell'ambito delle comunità più povere, l'obiettivo dell'Oms, allo stato attuale, appare un sogno quasi impossibile da realizzare. Intanto queste conferenze hanno iniziato a dar voce ai milioni di malati, attraverso le manifestazioni di piazza di organizzazioni umanitarie e movimento no-global. Prese di mira, le multinazionali farmaceutiche. Per il "popolo di Seattle" l'Aids è oggi l'esempio più concreto della diseguaglianza fra Nord e Sud. Le case farmaceutiche che controllano il business mondiale dei farmaci anti-aids sono cinque enormi colossi. Ma sono ben 39 quelle insorte rispetto alla questione del "Medecin act", aprendo un processo per fermare questa legge. Voluta da Nelson Mandela per contrastare il monopolio sui farmaci anti-aids, è stata bloccata nel 1997 dalle stesse aziende produttrici dei farmaci specifici, perché avrebbe permesso al governo sudafricano di superare i diritti di proprietà industriale delle grandi aziende farmaceutiche consentendo la produzione locale dei medicinali contro l'Hiv, e prima ancora le "importazioni parallele": l'acquisto di farmaci sotto brevetto non dalla compagnia produttrice ma in altri Paesi. Cosa che avviene già, in Europa. In Gran Bretagna l'Azt, il farmaco più usato contro l'Hiv, costa 125 sterline contro i 54 degli altri Paesi europei (dati del 2000). Vigendo il libero scambio delle merci, i consumatori inglesi possono acquistarlo dove preferiscono. In Thailandia la versione locale di un farmaco antiretrovirale costa l'85 per cento in meno, in India un quinto, rispetto a quelli delle grandi multinazionali. Ci sono possibilità di acquisto ammesse dal Wto (Organizzazione mondiale del commercio) ma ostacolate dalle multinazionali. Che promettono, però, di tagliare del 75 per cento i prezzi dei medicinali da vendere ai paesi poveri. |
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