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Consultabili
presso il Centro Informagiovani di via delle Orfane 22, Torino:
Berlino, Guide Live, Milano, Touring Club Italiano, 2003;
Berlino, Guide Edt, 2002; Berlino, Milano, Touring Club
Italiano, 2001;
Berlino, Cartoville, Milano, Touring Club Italiano, 2002
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AH
IL BRANDEBURGO...!
Impressioni miste su Berlino d'estate
"Ah,
il Brandeburgo!" Questa esclamazione, che se ne è uscita vacua
ma poi per scherzo è divenuta un allegro ritornello di accompagnamento,
è stata coniata da un amico in visita qui a Berlino mentre attraversava
sereno la porta di Brandeburgo, sotto la quale quindici anni fa (per la
precisione il 9 novembre 1989) si festeggiava il crollo del muro che dal
dopoguerra aveva diviso in due la città e fornito la sponda fisica
a due sistemi politici opposti.
Lo cito volentieri perché, con una semplice battuta ed il tono
giusto, è riuscito a cogliere la sensazione che si ha quando si
approda a Berlino, uno spazio tanto nuovo quanto accogliente ed ospitale:
non c'è persona che passi per questa città senza percepirne
il carattere assolutamente particolare che proprio di questa tollerante
apertura verso l'esterno è costituito, in una maniera nordica così
discreta e allo stesso tempo pervasiva da stordire. Per chiarire, va detto
che Berlino - assieme a Amburgo, Brema ed alcune altre - è una
città-stato, in essa cioè vigono leggi e normative proprie
ed eccezionali rispetto al resto della comunque già federale Germania,
e ciò a causa della particolarità della storia passata e
recente della città stessa: ricostruita e ripopolata pressoché
da capo dopo la Seconda Guerra mondiale, ulteriormente cambiata con la
riunificazione che l'ha resa nuovamente capitale, oggi Berlino è
immersa in un processo di continuo cambiamento e ridiscussione della propria
identità che rappresenta ed interpreta le contraddizioni del tempo
(passato di Einstuerzende Neubauten - "nuovi edifici che crollano"
-, presente di cantieri) e dello spazio (il paese affacciato sulle pianure
asiatiche e la metropoli che si aggrappa all'Europa). Dal volgere del
secolo breve scorso e con una lungimiranza tanto innata quanto forzata,
l'apertura cui accennavo prima sembra essere la formula adottata dalla
città per partecipare attivamente al gioco delle tensioni che si
è trovata a vivere. Vero è che alla chiusura dell'ultima
partita le cause storiche hanno fatto sì che "West-Berlin"
(Berlino ovest) ottenesse il diritto del vincitore di vincere, restare,
non cambiare, facendo momentaneamente prevalere il suo nome e con esso
tutto ciò che rappresentava; è altrettanto vero però
che la nuova unità ha portato a una situazione del tutto originale,
dove le forze - e le debolezze - in gioco si sono combinate con grande
rapidità, fortunatamente minore rispetto a quello che nel frattempo
accadeva nel resto dell'area rimasta fino ad allora sotto l'influenza
sovietica, creando tuttavia le premesse di una trasformazione assolutamente
inedita e carica tanto di speranze luminose quanto di ferite profonde
(qualcuno ricorda "Live in Pankow" dei CCCP? Negli anni ottanta
qui hanno vissuto, composto e cantato: Pankow è un quartiere nella
periferia nord-est di Berlino).
Trasformazioni, contraddizioni, reazioni
Tracce visibili di tale cambiamento si trovano in quello che era "Ost-Berlin"
(Berlino est), nei quartieri centrali di Mitte, Prenzlauer Berg, Kreuzberg
e Friedrichshain, solo in parte ridisegnati dall'architettura popolare
socialista, centro di gravità per giovani, artisti, intellettuali
ed immigrati in generale. La quantità e la varietà delle
persone che si incontrano in negozi e locali di ogni genere e dimensione
è impressionante: assisti a un perpetuo, spontaneo e godurioso
spettacolo di incroci casuali, dove il caso trova comode anse e pause
in spazi rinnovati e resi vivi con pochi soldi ed idee semplici, a loro
volta risultati di alchimie più o meno volute fra il luogo, la
sua storia e quella dei suoi abitanti, prevalentemente giovani (circa
la metà degli abitanti di Berlino non supera i trentacinque anni!),
che da ogni parte del mondo qui si riversano e rimangono benché
spesso in condizioni di prolungata precarietà.
Se è vero infatti che i costi di affitti, servizi e sussistenza
si possono affrontare molto più serenamente che in altre grandi
città europee, Berlino è però priva di un'economia
tradizionale: il terziario impiega quasi la metà della popolazione,
con ricadute positive sia sull'utilizzo che sulla percezione stessa
dei servizi e delle infrastrutture statali. Se paragonata a quello di
altre grandi città, l'inquinamento è relativamente limitato
grazie alla grandissima quantità di parchi e zone verdi sparse
omogeneamente ovunque, alla rete di trasporto urbano fra le più
avanzate, estese e frequentate d'Europa, alla presenza diffusa di piste
ciclabili percorse da rispettose masse
ma soprattutto perché
mancano le grandi fabbriche: quelle della DDR sono collassate al venir
meno dell'Unione Sovietica cui facevano riferimento, ma anche grandi
nomi dell'industria tedesca-occidentale hanno spostato altrove i loro
complessi produttivi lasciando qui i centri decisionali - Daimler-Benz,
le filiali europee di Kodak e General Electrics -: molti fondi statali
e privati si riversano di conseguenza nel turismo in forte crescita,
nella ricerca (moltissimi istituti medici, chimici e biologici dove
lavorano giovani ricercatori) e in nuove forme di economia che spingono
sulle nuove tecnologie, i media, l'informazione e la cultura.
In ogni periodo dell'anno Berlino ospita eventi di carattere locale
e internazionale legati al cinema, al teatro, alla musica, all'arte
museale, galleristica o muraria, alle culture di altri paesi, a circuiti
meno istituzionalizzati ma non meno fantasiosi che si diramano dalle
scene punk e techno, alle manifestazioni contro discriminazioni politiche
e sessuali, un flusso incessante di idee e fatti, una corrente rapida
da cui è facile farsi incuriosire, e travolgere.
Rispetto all'aria compressa ed ipersatura che una grande città
solitamente concede di respirare, qui si ha la sensazione di poter partecipare
a un qualcosa ancora in via di definizione, che lascia ampi spazi fisici
e mentali liberi, per i curiosi, da esplorare senza sgomitare, anche
perché la città dà l'impressione di una miscela
che, proprio per l'alta dinamicità e differenza dei suoi ingredienti,
non si è per fortuna ancora depositata in forme omogeneizzate
e puramente commerciali. Come ripetono tutti e come si è visto
dai tanti investimenti falliti negli anni novanta, non è certo
a Berlino (est) che si fanno i grandi affari, a meno di non avere già
capitali da investire con fantasia e scommettere su tante tasche vuote,
o essere buoni conoscenti o professionisti del giro delle (ri)costruzioni
di immobili.
Kein Spekuland...?
In tutta Berlino-est infatti, nei primi anni novanta, la relativa confusione
ed i bassi costi di terreni e case che non appartenevano più
a nessuno stato vengono notati e sfruttati in modi diversi, portando
al manifestarsi di due fenomeni nuovi, per quanto forse prevedibili.
Il primo ha preso la forma dell'occupazione e della rivitalizzazione
di molti edifici sia popolari che industriali da parte di squatter di
ogni genere che, abitandoli e restaurandoli, ne hanno ricavato bar e
locali storici, cucine popolari ed alla mano, gallerie e workshop underground:
l'onda e' partita da Kreuzberg gia' negli anni '80 per poi spostarsi
a Prenzlauerberg e Friederichshein dopo il crollo del muro. Il secondo
è venuto invece da ricchi gruppi immobiliari dell'ovest: in un
periodo relativamente breve e a colpi di appezzamenti enormi, hanno
acquistato l'"Est" per cifre irrisorie.
Coi soldi assegnati alla ricostruzione dal neonato stato tedesco, comincia
un lento processo di ristrutturazione, in base alla necessità
di omogeneizzare ed adattare al nuovo sistema le condizioni sanitarie,
abitative e commerciali degli immobili: è il caso per esempio
dell'installazione di sistemi di riscaldamento centralizzati al posto
delle stufe a carbone, tutt'altro che scomparse. Con il volgere del
decennio i prezzi di affitto e manutenzione di conseguenza diventano
inevitabilmente sempre più alti, per quanto calmierati dalla
generale povertà della città e dal rallentamento dell'ondata
di restauri, che rivoluziona il quartiere di Mitte ma non penetra del
tutto i restanti quartieri dell'est, anche se già sono in molti
a parlare di gentrification (cioè quel processo di "riqualificazione"
di zone centrali / popolari di una città sotto la spinta di dinamiche
immobiliari di tipo speculativo dai forti connotati residenziali e/o
alto-borghesi, sottintesa a un ricambio - pulizia - sociale).
Molti di quelli che hanno occupato si trovano a dover trattare soluzioni
miste, come per esempio un affitto che, minimo ma pur sempre pagato,
diventa un atto di acquisto rateale; il che, riducendo proprio la smagliatura
amministrativa che aveva inizialmente permesso il proliferare degli
squat, introduce peraltro un'idea nuova della proprietà e del
profitto, suo parente stretto. Non a caso compare poi chi nel mattone
vecchio e nuovo aveva investito, e adesso aspetta il suo.
A esempio unico la vicenda di Friedrichshain che, soprattutto negli
ultimi anni, ha attirato sempre più persone con soldi venute
qui per aprire bar e locali lucidi, "bellini", portando un'aria
nuova che però stride parecchio, cambiandolo in parte, con l'aspetto
precedente, (de)cadente ma brulicante umanità tosta e poco patinata.
Spendendo relativamente poco per affitti e licenze, si aspettavano che
l'aumentato transito di studenti, turisti e curiosi ne significasse
uno parallelo di denaro. Galvanizzati perciò dall'affare facile,
alzano oggi la richiesta tentando di fare chiudere i locali storici,
che finora esistono legalmente come associazioni culturali o musicali,
portando il contenzioso a un livello di accettabilità fiscale/sanitaria,
reclamando cioè un adattamento a standard e licenze "comuni":
in parole povere significa che chi ha i soldi ne vuole fare molti, anzi
più di chi ne ha meno! A Friedrichshain la partita ancora non
è chiusa, ma quello che sta accadendo qui e' ormai gia' accaduto
a Prenzlauerberg, e verosimilmente rappresenta un modello forte, capace
di modificare quel sostrato di fluida incertezza nel quale naviga la
città.
Berlino multi-kulti: c'è posto per
tutti...
Ma senza stare troppo a speculare, basta percorrere una via di Kreuzberg
per farsi un'idea più chiara di quello che non riescono ad esaurire
cifre come quella ufficiale, che dà al 10% (nel 2000) la percentuale
degli stranieri a Berlino: fast food o agenzie di viaggio turche, negozi
di prodotti polacchi e russi, pizzerie italiane ed arabe, botteghe e
ristoranti asiatici, ma anche baretti inventati in due stanze riassestate
con mobili vecchi o traboccanti design moderno, gallerie d'arte o studi
ricavati da cantine o vecchie fabbriche. Tanti volti, profumi, colori
che convivono, segni della presenza di più o meno grandi comunità
di stranieri, che sono già i nuovi berlinesi, dotati ed automunitisi
di servizi in lingua presso scuole, radio&tv&giornali, ospedali,
nonché di propri luoghi di culto e di possibilità di rappresentanza
istituzionale.
Insomma, è difficile sentirsi "forestieri" quando in
tanti sono "fuori posto": qui coi conflitti e le diversità
ci si confronta storicamente e costantemente, con attenzione e senso
civile che risultano da un processo di interazione fra una tolleranza
spontanea ed una istituzionale.
Alcune misure, come i notevoli sgravi fiscali per le giovani famiglie
con bambini, esprimono una necessità/disponibilità al
ripopolamento chiara ma selettiva, considerando i recenti tagli ai sussidi
di disoccupazione che hanno provocato ripetute ed inedite manifestazioni
dall'inizio dell'anno. Tant'è che la città è pressoché
vuota se si fa il rapporto fra abitanti - 3,4 milioni circa - ed estensione
geografica (quasi 900 km2, il che fa poco meno di 3.800 abitanti per
km2, quando a Roma ci sono all'incirca 3,8 milioni di persone che abitano
in 150 km2, con una densità sei volte maggiore!): che sia la
praticità tedesca sottoforma di contraddizione?
come a
dire: "Venite, c'è posto per tutti
soldi per nessuno!!".
Non c'è motivo di meravigliarsi se in molti casi il ritmo che
scandisce la vita di chi sta a Berlino (est) oscilla fra un beato tirare
a campare arrangiandosi con poco e una frenesia paranoica per trovare
un lavoro o, come si usa dire spesso anche qui, "einen Job":
la parola inglese ben descrive il carattere estremamente fluttuante
delle condizioni lavorative, improvvisate o a termine, imprescindibilmente
legate a una percezione di insicurezza costante. Questo spiega in parte
il peculiare carattere transitorio della popolazione berlinese che fa
della città, più che una sede lavorativa o abitativa fissa,
un luogo di passaggio e scambio estremamente denso, veloce, facile.
La geografia ha poi il suo peso: basti pensare che il confine polacco
è a neanche cento chilometri ed in cinque ore di treno si è
a Varsavia
o ad Amsterdam, Praga poi è ancora più
vicina. Non per niente gli investimenti nella rete di trasporti urbani
e di lunga percorrenza risalgono agli anni della riunificazione, e mirano
oggi a fare della città uno dei maggiori nodi ferroviari del
nord-Europa.
Via col vento (freddo)
Berlino insomma era e rimane uno dei teatri preferiti dalla storia,
un importantissimo incrocio di vie, collegamento naturale fra l'Europa
e i suoi vicini orientali, punto di transito obbligatorio, centro di
raccolta e smistamento dei traffici di merci e persone che la attraversano
in ogni direzione.
Tentando di seguire alcune di queste traiettorie, il discorso si è
forse trovato a rispecchiare l'apparente incoerenza della città,
una delle più vivaci capitali europee proprio per la sua ambigua
e (ancora) indefinita personalità. Credo sia altrettanto doveroso
precisare che le cose scritte sono state vissute e pensate durante la
corta estate concessa a Berlino nei mesi di agosto e settembre 2004.
Ma già si sta preannunciando un autunno dal passo rapido e presto
si respirerà un'aria che assottiglierà in modo sensibile
le anime avvicinandole alle ossa, e alle stufe (l'inverno dell'anno
scorso ha fatto -20°!). Anche la città si contrarrà
vivendo delle sue energie più profonde e costanti, liberandosi
di turisti e momentanei seccatori, come me. C'è da supporre pertanto
che l'affermazione iniziale del mio amico sulle bellezze del Brandenburgo
potrebbe assumere un'intonazione meno spensierata. Eppure vedo tutti
armarsi pazienti di vestiti, carbone, tisane alla cannella, gesti che
vengono spontanei per affrontare lunghe stagioni fredde, ormai assimilate
Mi viene in mente quello che a proposito mi ha detto un ragazzo che
da Lanzarote-Canarie è partito per la prima volta due anni e
mezzo fa per venire a Berlino, e come molti è rimasto: "Trotzdem,
ich mag Berlin", ossia "Eppure, Berlino mi piace", e
posso ben credergli. (le Canarie?
a Berlino non manca proprio
nessuno! Beh, forse il posto da dove ognuno sente il bisogno di partire
e magari di tornare assomiglia proprio a un'isola nell'oceano spazzata
dal vento del Sahara
).
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