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articoli novembre/dicembre 2004
CULTURA
GIGANTI, FOSSETTE E POMI
Ovvero le collezioni museali che verranno aperte al pubblico nella sede dell'ex Istituto di Anatomia Umana.
Lo sapevate che a pochi passi dal Valentino, e precisamente in corso Massimo D'Azeglio al numero 52, sorge uno dei tanti tesori cittadini, costituito da una collezione didattica e di ricerca della Scuola di Anatomia Umana di Torino?

di Gabriella Bernardi


Questa particolarissima raccolta farà parte, assieme al Museo di Antropologia ed Etnografia ed alla collezione di Cesare Lombroso di criminologia, della realizzazione del così detto "Progetto Museo dell'Uomo" sviluppato dall'Università di Torino con il sostegno della Regione Piemonte. Da almeno dodici anni se ne parlava, ma solo nel 2001 è stata individuata la sede nell'originario Palazzo degli Istituti Anatomici di corso Massimo D'Azeglio, costruito a fine Ottocento. Attualmente i saloni, che hanno già ospitato lo storico Museo di Anatomia Umana nonché il Museo Lombroso, sono in avanzata fase di restauro, come pure le bacheche e gli oggetti - tra cui una delle più importanti collezioni di modelli anatomici in cera esistenti al mondo - ed una prima parte verrà aperta al pubblico entro la fine dell'anno, come afferma il Coordinatore del Progetto Museo dell'Uomo, il Prof. Giacomo Giacobini.
Le operazioni di restauro intendono mantenere e valorizzare il più possibile l'atmosfera ottocentesca e varcare la soglia dell'ingresso sarà come fare un tuffo nel passato, tanto che parrà di calarsi nell'atmosfera che avvolgeva gli studenti e i docenti di medicina, allora unici fruitori. Gli ambienti hanno infatti un'impronta monumentale con colonne di granito, alte volte a crociera sotto le quali si potranno osservare preparati anatomici conservati a secco e in liquido disposti in vetrine e bacheche d'epoca, modelli anatomici in cera, cartapesta, legno e avorio, calchi endocavitari in vari materiali (cera, leghe metalliche, resina), tavole anatomiche (tra cui la collezione completa della Grande Anatomia di Mascagni), oli su tela, disegni e busti in marmo che rappresentano interessanti testimonianze degli stretti legami tra arte e scienza che hanno contrassegnato la tradizione degli studi anatomici.
Il salone con pavimentazione a mosaico può ricordare la pianta di una chiesa ed i numerosi vani laterali paiono cappelle disposte lungo il colonnato che sorregge numerose volte a vela; il tutto pare che voglia dire: "siete in un tempio dedicato all'uomo" e probabilmente questo era il messaggio di solennità che volevano trasmettere i curatori dell'ottocento. All'epoca lo spirito positivista era in voga: tutto era misurato, catalogato e la scienza sarebbe stata in grado di trovare ogni spiegazione e risolvere tutti problemi.
A Torino, sin dal 1563, si sono susseguiti nomi illustri di medici che nell'ambito della scuola costituirono gradualmente un museo: dai primi preparati anatomici, ad una serie di modelli realizzati in cera, fino a intere collezioni, come ad esempio quella craniologica di circa 1500 esemplari. All'ingresso si è accolti da due scheletri molto particolari, quello di un nano e quello di un gigante (originario del Piemonte), mentre al fondo, posta come su un altare, si trova una delle teche più grandi, con i resti (scheletro, viso e del cervello) del Prof. Carlo Giacomini che fu Direttore dell'Istituto e Museo di Anatomia verso la fine del 1800.
In cartapesta è invece una bella statua anatomica scomponibile in 129 pezzi (migliore di quella del Museo di scienze a Leiden), realizzata a Parigi nel 1830 da Auzoux, la quale rappresenta un essere umano di sesso maschile che pare stia facendo quattro passi. Quello che si vede è un uomo scorticato, senza l'epidermide ed il derma, ricoperto dai muscoli e dai vasi sanguigni, ma oltre a questo la particolarità risiede nel fatto che è scomponibile, perché costituito da vari strati rimovibili che permettono una visione in dettaglio dell'interno, mettendo a nudo gli organi interni come l'intestino, il fegato, i polmoni ed il pancreas, il tutto con un effetto particolarmente realistico e per nulla macabro.
Visitare le collezioni del museo di anatomia umana significa avere la visione di come le conoscenze di questa disciplina sono maturate negli oltre tre secoli (dalla seconda metà del XVI secolo alla fine del XIX) in cui fu attiva da un punto di vista scientifico e didattico.
Oltre a quella anatomica verrà inserita anche una collezione unica al mondo: la collezione di Cesare Lombroso del Museo di Antropologia Criminale, proprio nei locali adiacenti all'aula in cui lo stesso professore teneva le sue lezioni e dove, per sua volontà testamentaria, venne effettuata la sua autopsia. Il Museo di Antropologia criminale suscita curiosità anche solo per il nome e pare che sia più conosciuto all'estero che in Italia.
Lombroso era un medico che visse a Torino nell'ottocento, fu seguace del positivismo, e lasciò una notevole traccia nelle varie branche medico-biologiche, compì studi di medicina sociale, ma il suo nome resta legato soprattutto all'antropologia criminale, di cui è ritenuto il fondatore. Il museo intende spiegare che l'indagine lombrosiana riguarda il problema, sempre attuale in tutte le società, della devianza e che la sua metodologia è terminata con il suo ideatore.
Il genio, la follia e la criminalità rappresentano punti centrali dell'interesse di Lombroso e gli oggetti da lui raccolti permettono uno sguardo unico su una certa parte della società a cavallo tra Ottocento e Novecento. Nelle sue teorie è chiaro l'influsso darwiniano e della scuola positivista: egli considerò il delitto un fenomeno atavico e il delinquente un selvaggio perduto. Come antropologo si sforzò di evidenziare, nei criminali, note morfologiche particolari, considerandole espressioni di un'anomalia di formazione e di arresto dello sviluppo a stadi meno progrediti (celebre è la fossetta alla base del cranio detta di Lombroso). Distinse due tipi di delinquenti: il delinquente nato, nel quale si sommano le anomalie regressive e per il quale la criminalità è insita nella propria natura, ed il delinquente d'occasione portato al delitto da fattori causali diversi. Di prove empiriche, come misurazione di crani, facce e piedi di delinquenti a cui Lombroso dedicò la vita, si ha traccia nei suoi scritti e nei reperti che che fanno parte della sua collezione. Le dimensioni del naso, il prognatismo, la pelosità, la depravazione sessuale, in sostanza tutti quei caratteri abnormi di tipo anatomico, biologico o psicologico che Lombroso riscontrava nei delinquenti si spiegavano, all'epoca, come ripetizioni delle "forme proprie degli antenati anche preumani dell'uomo".
Quando tutto sarà allestito si potranno vedere reperti come i calchi dei volti e dei crani di criminali dell'epoca che servirono ai suoi studi di frenologia, ovvero quella disciplina (non più applicata) sorta nell'Ottocento, che suddivideva il cranio in aree distinte e correlate con varie funzioni mentali; le modificazioni o bozze craniche vennero messe in rapporto con attitudini psichiche e comportamento sociale. Le vetrine del Museo conservano anche collezioni particolari e curiose come quella di coltelli, di corpi di reato, di strani manufatti usati per compiere rapine, truffe ed evasioni e poi ci sono gli scritti dei mattoidi, i reperti attinenti ad anarchici e briganti, disegni e dipinti, mobili costruiti da paranoici, orci dati ai detenuti per bere, sui quali sono stati scolpiti dei disegni o delle scritte; tutte cose che raccontano storie di vita e di personaggi divenuti famosi per le loro gesta criminose ed altri che sono rimasti nell'anonimato.
Ormai l'esasperazione della misurazione e della classificazione ad ogni costo risulta un antico retaggio metodologico e le teorie lombrosiane, sulla natura dei criminali, furono contestate dagli stessi colleghi e poi dimenticate; quello che rimane è un'immensa collezione di reperti unica al mondo.
In un'altra ala dell'Istituto verrà temporaneamente collocata una collezione particolarmente (e letteralmente) ghiotta, quella dei frutti artificiali di Francesco Garnier Valletti: circa 1200 riproduzioni in cera di frutti come mele, pere, albicocche, ciliegie, susine e fragole risalenti alla fine dell'ottocento. Tale collezione è stata realizzata con una tecnica particolare (impasto di resine e di cere con gesso, argilla e polvere di alabastro) ed è importante per la sua funzione di memoria storica. Essa infatti contiene riproduzioni particolarmente realistiche di parecchie varietà di frutta che oggi non esistono più, come per esempio mele nella varietà della Bigia di Giaveno, della Contessa di Saluzzo, della Court Pendu Napoléon, o della Reinette Grand Ville che, grazie alla particolare tecnica di realizzazione possiamo ammirare inalterate senza che siano mai stati necessari restauri, cosa che probabilmente farebbe parecchio gola al Museo delle Cere di Londra di M.me Tussaud le cui opere necessitano di periodici ritocchi.
 
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