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articoli novembre/dicembre 2004
SPECIALE





mercatino dell'usato

 






DOPOTUTTO È UNA... QUESTIONE DI STILE
Regola numero 1: ridurre! Questo dovrebbe essere il primo obiettivo da porsi nei confronti del problema rifiuti. È vero che poco per volta, anche se lentamente, la percentuale di rifiuti raccolti in maniera differenziata sta aumentando; ma se la produzione totale di rifiuti non inizierà a diminuire, il problema diventerà sempre più grave: saranno necessari nuovi inceneritori e nuove discariche, e soprattutto si continuerà a sfruttare sempre più risorse naturali.

di Silvia Battaglia


Solo nell'ultimo mezzo secolo, ad esempio, lo sfruttamento globale di acqua dolce è triplicato, e l'uso di combustibili fossili è quintuplicato; l'inquinamento, il degrado ambientale e i cambiamenti climatici hanno assunto proporzioni globali. Le soluzioni prettamente tecnologiche sono destinate a fallire se contemporaneamente non iniziamo a modificare i nostri "stili di vita". La produzione di rifiuti, così come le altre emergenze ambientali, è infatti determinata da uno stile di vita tipicamente consumistico, divoratore di risorse naturali (petrolio, minerali, ghiaia e sabbia, legname, risorse alimentari e tessili, acqua, aria, terreno fertile…) e produttore di inquinamento e scarti.
Ridurre i rifiuti significa iniziare ad agire nella nostra vita quotidiana, ad esempio iniziando ad eliminare gli sprechi. Fotocopiare fronte/retro, stampare solo ciò che realmente serve, utilizzare i fogli con una facciata bianca per la brutta copia o per gli appunti, usare fazzoletti e tovaglioli di stoffa anziché di carta, rifiutare il materiale cartaceo che non ci interessa, possono sembrare gesti banali, ma al contrario nascondono un risparmio notevole di materia ed energia.

Riutilizzare i rifiuti
Un altro modo per evitare rifiuti è riutilizzare i prodotti che sembrano non più utili o funzionanti. Qualsiasi oggetto, infatti, a prescindere dal suo valore, diventa rifiuto solo quando noi decidiamo di disfarcene. Un prodotto può essere ancora funzionante, utile o riparabile, ma essere abbandonato ad esempio perché fuori moda o perché non soddisfa più le richieste iniziali. Allora si può provare, ad esempio, ad utilizzare i vuoti di succhi di frutta, marmellate, birre, ecc. per le conserve o per riporre le scorte; a verificare la possibilità di riparare vestiti, mobili, apparecchiature varie ed elettrodomestici prima di gettarli; a capire se conoscenti, associazioni di volontariato, mercatini di strada e dell'usato sono in grado di "trasformare" i nostri "rifiuti" in oggetti ancora utili a qualcuno.
E al momento dell'acquisto? Porsi alcune domande prima di comprare un bene qualsiasi, da un vestito ad una fettina di carne, da un cellulare ad un computer, da un mobile nuovo a un motorino o un'automobile, è già il primo passo per produrre meno rifiuti. Quante risorse naturali sono state utilizzate per costruire quel prodotto? Quanta energia è stata impiegata? Insomma… cosa si "nasconde" dietro un prodotto?
Per diminuire il nostro impatto sull'ambiente possiamo innanzitutto "comprare leggero". È questo il consiglio principale che la campagna "Bilanci di giustizia" (www.bilancidigiustizia.it) suggerisce ai consumatori. Spesso conviene scegliere i prodotti costruiti impiegando meno risorse naturali. Ad esempio, un libro in carta riciclata ha consumato meno risorse e ha prodotto meno rifiuti di un libro in carta vergine. Basti pensare che per una tonnellata di carta da cellulosa vergine sono necessari 15 alberi, 440.000 litri di acqua, 7.600 kWh di energia elettrica, mentre una tonnellata di carta riciclata richiede 0 alberi, 1.800 litri di acqua, 2.700 kWh di energia elettrica! Attenzione però a non farsi ingannare dalla pubblicità: non esistono prodotti "ecologici" o "puliti", ma solo meno dannosi di altri. Ogni prodotto deriva da un consumo di natura e di energia, e noi possiamo fare in modo di scegliere quelli con un minore impatto sull'ambiente.

Prodotti duraturi
"Comprare durevole", ossia preferire prodotti duraturi, riparabili, smontabili e costituiti da parti facilmente sostituibili. Buona parte dei cosiddetti beni durevoli, ossia beni che possono funzionare per molti anni, viene però cambiata troppo spesso, generalmente a causa delle mode o dell'uscita sul mercato di modelli che offrono qualche prestazione in più rispetto ai precedenti. Basta pensare ai cellulari o ai computer, per esempio. Per costruire un pc di 24 chili occorrono almeno 240 chili di carburanti fossili come energia, 22 chili di sostanze chimiche, 1.5 tonnellate d'acqua. Cambiare computer e altri accessori tecnologici in breve tempo significa quindi non solo non sapere dove smaltirli, ma anche produrre montagne di rifiuti, molti dei quali pericolosi. Lo stesso vale per l'arredamento, i vestiti, le automobili. Cambiando auto ogni 15 anni, invece che ogni 7, ad esempio, si dimezzano le risorse naturali necessarie per la costruzione di un'auto nuova.
La moda dell'usa e getta è quindi qualcosa di assolutamente inconciliabile con la necessità di diminuire i rifiuti che produciamo. Bicchieri, piatti, fazzoletti e tovaglioli di carta o plastica potrebbero facilmente essere sostituiti dai classici prodotti in vetro, ceramica e stoffa. Ad esempio, per fare la spesa si possono preferire borse di juta e cotone alle borse di plastica. Secondo l'agenzia di consulenza per l'industria petrolchimica - Chemical Market Associates - nel 2002 a livello mondiale sono stati prodotti oltre 4.000 miliardi di sacchetti di plastica. Stati Uniti ed Europa Occidentale utilizzano circa l'80% dei sacchetti di plastica prodotti, ed ogni anno gli statunitensi gettano via 100 miliardi di sacchetti, abitudine che si sta diffondendo anche nelle nazioni più povere.

Contenitori e imballaggi
Anche gli imballaggi rappresentano un grosso problema. Per ridurli si possono ad esempio evitare i cibi confezionati con involucri inutili (formaggi, frutta, verdura…), non fare incartare dai commessi prodotti che hanno già una propria confezione, evitare i contenitori di plastica mono-uso, evitare i prodotti con "omaggi" che si rivelano spesso oggetti inutili, destinati a diventare subito rifiuti… Anche sostituire i contenitori (es. bottiglie, scatolame) in plastica e alluminio con contenitori in vetro può essere una buona pratica. Per produrre un Kg di vetro occorrono infatti 4.800 chilocalorie, per produrre un Kg di plastica ne sono necessarie il triplo e per un Kg di alluminio serve una quantità di energia 10 volte superiore a quella necessaria per il vetro. Non è ammissibile quindi che per contenere delle semplici bevande si utilizzi un materiale prezioso come l'alluminio!
Se si pensa che una tonnellata di vetro contiene circa 700 kg di sabbia, 130 kg di soda, 100 kg di calcare, 70 kg di feldspati, è chiaro che un'altra buona pratica è quella di richiedere prodotti alla spina o col "vetro a rendere": ad esempio, se si utilizza l'acqua in bottiglia, è possibile scegliere un'acqua imbottigliata in vetro ed accordarsi con un distributore per la consegna a domicilio. Altri prodotti prevedono invece le "ricariche": sempre più negozi offrono servizi di ricarica per le cartucce delle stampanti, per le pile, per le bottiglie di detersivi, ecc. A proposito di detersivi, un altro metodo economico e divertente per ridurre i rifiuti è quello di usare prodotti "fatti in casa": molte sono le "ricette" per produrre detersivi biodegradabili e a basso costo. E poi, quanta soddisfazione c'è nell'usare una cosa che è un po' parte di noi, frutto della nostra fantasia e pazienza!
Secondo il Fondo per la Popolazione delle Nazioni Unite, i consumatori che hanno maggiore influenza per costruire un futuro migliore sono i giovani: più di un miliardo di ragazzi e ragazze tra i 15 e i 24 anni possono scegliere uno stile di vita consumistico oppure sostenibile. In realtà sono i giovani che abitano nei paesi del nord del mondo ad avere reali possibilità di scelta. Da un'indagine dell'UNEP e dell'UNESCO, è emerso che i ragazzi comprendono l'impatto dei rifiuti generato dai prodotti, ma sono meno consapevoli degli effetti delle loro abitudini di acquisto, specialmente per quanto riguarda l'abbigliamento. Non sembrano cogliere i legami tra le proprie abitudini personali e i problemi globali, e preferiscono affrontare i temi ambientali e dei diritti umani da soli anziché collettivamente.
Ci sono però molti esempi in tutto il mondo di giovani attivisti che hanno scelto uno stile di vita attento e sostenibile e che cercano di sensibilizzare anche la collettività a consumi più "leggeri".

Una casa per ridurre gli sprechi
Non bisogna andare molto lontano per trovare un'esperienza concreta ed entusiasmante che vede i giovani come protagonisti: Casa Acmos (www.acmos.net), comunità educativa presente a Torino dal 2002, nella quale i ragazzi delle scuole superiori possono intraprendere un percorso di vita comunitaria per circa due settimane. L'obiettivo principale, come spiega Andrea Sacco, uno dei responsabili del progetto, è "il ripensamento, la selezione e la riduzione di ciò che si consuma e si spreca, la sperimentazione delle dinamiche di accoglienza e delle dinamiche della società, la risoluzione nonviolenta dei conflitti. Vivere insieme dà la possibilità ai ragazzi di sperimentarsi nella pratica". Ogni sera è dedicata a condividere e affrontare un argomento particolare: consumi, mediazione dei conflitti, attualità… Uno dei temi su cui si lavora è il "vuoto a perdere", ossia un oggetto, ma anche uno spazio, una relazione interpersonale che per motivi diversi "non serve più" e che viene "abbandonata".
Il consumismo genera rifiuti materiali, con tutti i problemi connessi, ma anche altri tipi di "rifiuto": un senso di solitudine, di vuoto, di abbandono, che l'atto dell'acquisto sembra apparentemente "riempire". Riappropriarsi degli spazi abbandonati (Casa Acmos è una ex-fabbrica di pneumatici), recuperare l'importanza delle relazioni interpersonali, ritrovare il proprio tempo libero per capire se stessi, i bisogni del prossimo e della terra, è un passo fondamentale per diventare consapevoli che ogni nostra azione quotidiana è in qualche modo collegata agli altri e al pianeta.

 
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