80%
di recupero al Cairo?
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Gli
Zebaleen, ovvero circa 60 mila persone che autonomamente raccolgono
e riciclano immondizia nella metropoli egiziana, con una tradizione
che si è sempre più affinata negli anni. Romani
Badir, oggi 32enne segretario dell'esecutivo degli Zebaleen, ha
cominciato a 4 anni.
Con lui Risk Youssef Hana che si sta facendo la seconda laurea
dopo avere passato infanzia e adolescenza tra scuola e rifiuti.
La parola Zebaleen non vuol dire spazzini, ma raccoglitori e riciclatori
al tempo stesso. "Hanno cominciato i nostri nonni, immigrati
dal Sud. I rifiuti sono la nostra vita, abbiamo imparato a riutilizzarli
per l'80%" afferma Badir (giusto per avere un metro di misura:
Torino, annoverata come virtuosa fra le grandi città, mira
ad arrivare al 35% entro fine anno).
Ecco come funziona il meccanismo: gli Zebaleen di primo livello
vanno casa per casa a ritirare i rifiuti, indifferenziati e per
questo servizio (che risparmia ai cittadini persino la differenziazione
in casa) si fanno pagare una bazzecola. Tutto il raccolto finisce
nel cortile di casa degli Zebaleen dove viene differenziato: plastica,
metalli, vetri, vestiti, carta e ossa (con le quali si faranno
colla e grassi).
La frazione organica viene data come cibo agli animali. A questo
punto del ciclo entrano in scena gli Zebaleen di secondo livello,
cioè le famiglie specializzate in ciascuna delle varie
tipologie. Arriva lo Zebaleen della plastica, compra la plastica,
la porta nella sua piccola impresa famigliare dove affina la differenziazione
per esempio distingue tra i vari tipi di plastica - e inizia il
riciclaggio. E così via per gli altri materiali. Ci sono
infine circa 700 imprese che potremmo definire di Zebaleen di
terzo livello, capaci di riutilizzare il materiale. |
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CHE
FINE HA FATTO LA MIA LATTINA?
Obiettivo 35% entro la fine del 2004. È
questo il nuovo "diktat" del Comune di Torino (e della Provincia)
a proposito di raccolta differenziata. Campagne informative di ogni tipo,
sperimentazioni di raccolta porta a porta in alcuni quartieri (prima Mirafiori,
recentemente anche in altre zone cittadine: Falchera e Campidoglio ed
entro l'autunno in via Pietro Cossa e nei quartieri di Barca, Bertolla,
Regio Parco, collina e pre-collina) si sono susseguite negli ultimi mesi.
Ma dove finiscono i rifiuti raccolti in maniera differenziata? Chi si
occupa del recupero di tali materiali? E cosa si ottiene dal riciclo?
Proviamo a dare un'occhiata dentro ai bidoncini per la raccolta differenziata
e a seguire il "rifiuto" lungo la strada che lo porterà
a "nuova vita".
Vetro: quando la storia ricicla
Le campane blu per la raccolta del vetro sono ormai parte integrante
del panorama urbano di Torino da anni. Quasi non le notiamo più,
quasi fossero elementi "storici" della nostra città.
Ma la storia del riciclo del vetro risale a tempi decisamente remoti:
infatti già diciotto secoli fa, in tempi romani, i cocci di vetro
venivano riutilizzati. La prova di questa vena riciclona ai tempi dell'Urbe
viene da un ritrovamento del 1986, quando è stata recuperata
al largo di Grado una nave (ribattezzata Julia Fenix), probabilmente
diretta ad Aquileia, contenente, fra l'altro, i resti di una botte lignea
con otto doghe superstiti, che doveva essere alta circa 140 centimetri
e contenere frammenti di vetro da riciclare e rifondere. I frammenti
testimoniano chiaramente che in epoca romana si raccoglieva il vetro
per riciclarlo.
L'ipotesi più concreta è che i marinai-commercianti della
Julia Felix comprassero vecchi vetri nei porti dove facevano scalo,
per rivenderli poi alle officine aquileiesi. Probabilmente i Romani
non avevano una coscienza ecologica come oggi la intendiamo, e la scelta
del riciclaggio del vetro è legata semplicemente alla relativa
facilità dell'operazione.
Cosa si può riciclare oggi?
Ma arriviamo ai giorni d'oggi: la quantità di rifiuti è
ormai tale da rischiare di soffocare il mondo occidentale, creando tensioni
e problemi non sottovalutabili (gli ultimi avvenimenti di Acerra lo
dimostrano chiaramente). E in questo contesto il vetro può rivestire
un ruolo tutt'altro che secondario: grazie alle sue innumerevoli qualità
come la resistenza alle alte temperature di lavaggio dei vuoti, la robustezza
indispensabile per il loro riempimento e richiudibilità, la totale
garanzia di non assorbimento di sapori e odori, il contenitore in vetro
è uno dei prodotti più sicuri dal punto di vista igienico-sanitario.
Inoltre, in virtù di un riciclo che può risultare infinito,
poiché i contenitori usati possono essere fusi e rifusi senza
perdere nulla delle proprietà originarie, si ottiene un notevole
risparmio di materie prime e di energia. Il contenitore in vetro, infatti,
è uno dei prodotti maggiormente ecocompatibili. Può essere
utilizzato più volte, oppure raccolto separatamente dalla massa
dei rifiuti e avviato al riciclo. Una bottiglia, per esempio, non è
mai a perdere. Anche quando il vuoto non viene restituito, il vetro
può e deve essere riutilizzato.
Recuperare e riciclare il vetro, dunque, riduce il consumo delle materie
prime necessarie. Infatti, da 100 Kg di rottame di vetro si ricavano
100 Kg di prodotto nuovo. Mentre occorrono 120 Kg di materie prime vergini
per avere 100 Kg di prodotto nuovo.
Dopo i necessari passaggi successivi alla raccolta dei frammenti vetrosi
(ovvero un'accurata selezione del materiale a più riprese, finalizzata
all'eliminazione delle impurità eventualmente presenti), si passa
al riciclo vero e proprio: le materie prime e il rottame di vetro trattato
e selezionato vengono trasportati nell'impianto di produzione (vetreria)
per la fusione nel forno. Quindi, invio della massa vetrosa alle macchine
dove, tramite soffiatura negli appositi stampi, il materiale è
trasformato in un nuovo contenitore.
Da carta nasce carta
Se la storia con la S maiuscola (quella dei libri per capirci), ci racconta
di riciclo del vetro in epoca romanica, la carta compare per la prima
volta in tempi decisamente più remoti: le cronache degli Han
riferiscono che nell'anno 105 della nostra Era l'eunuco Ts'ai Lun, gran
dignitario di corte, presentò all'imperatore cinese i primi fogli
di carta. Ma il recupero e il riciclo sono cosa dei tempi nostri, sebbene
la raccolta differenziata dei materiali cellulosici sia una delle più
consolidate.
Le modalità di raccolta sono quelle con cui tutti i giorni abbiamo
a che fare (cassonetti stradali, raccolta porta a porta, conferimento
diretto ad ecocentri ecc.). Proviamo a seguire il percorso che porta
un foglio di carta straccia a risorgere. Il primo passaggio per il riciclo
della carta è, ovviamente, una selezione del materiale raccolto,
effettuata nelle "piattaforme di selezione". I materiali selezionati
vengono pressati in grandi balle e affidati alle cartiere. Il passaggio
successivo è quello dello "spappolamento": le balle
vengono gettate in appositi macchinari, dove avviene uno sfaldamento
del materiale introdotto, riducendolo a fibre elementari. La pasta così
ottenuta sarà sottoposta a trattamenti specifici, per eliminare
tutti gli eventuali materiali estranei, ed alla raffinazione: un foglio
di carta prodotto con fibre non raffinate si romperebbe facilmente e
sarebbe anche piuttosto voluminoso e con una superficie irregolare.
Lo scopo principale della raffinazione è quindi quello di aumentare
i legami tra le fibre per sviluppare solidità e resistenza del
foglio. A questo punto l'impasto viene fortemente diluito fino a contenere
solo l'1% di fibre ed ulteriormente epurato da eventuali agenti estranei.
Solo ora si passa alla vera e propria formazione del foglio di carta,
che, dopo un processo di seccatura ad alte temperature, viene avvolto
in grosse bobine che raggiungono il peso di diversi quintali. La bobina
viene utilizzata direttamente solo in determinati casi, come ad esempio
per la stampa dei giornali. Generalmente viene trasferita ad altre industrie
trasformatrici che la riducono nei formati occorrenti ai diversi impieghi.
Ed ecco i nostri fogli pronti. Utilizzabili in tutti i modi che conosciamo
(quaderni, libri, giornali, fogli da disegno, ecc.), ma anche in applicazioni
un po' particolari. Comieco (Consorzio Nazionale per il Recupero e Riciclo
degli Imballaggi a base Cellulosica, www.comieco.it)
ha recentemente presentato la prima cucina costruita interamente in
cartone, realizzata in collaborazione con Marco Cappellini, eco designer
che già aveva progettato la prima auto in cartone.
Maglioni, panchine e barche a vela
Passiamo ora alla plastica. O meglio alle plastiche. Già, perché
chiamiamo semplicemente "plastica" una gran quantità
di differenti composti chimici. Proviamo dunque a far chiarezza, almeno
sulle principali qualità dei materiali plastici che utilizziamo
quotidianamente: il PET viene utilizzato soprattutto per fare le bottiglie
che contengono l'acqua minerale e tutte le altre bevande, oppure per
le fibre tessili con le quali si fanno i vestiti; il Polietilene (PE)
viene usato per fare sacchetti, cassette, nastri adesivi, bottiglie,
sacchi per la spazzatura, tubi, giocattoli, ecc.; il Polipropilene (termoplastica
inventata dal chimico italiano Giulio Natta) viene usato per fare contenitori,
oggetti di arredamento, flaconi per i detersivi, giocattoli; il Polistirolo
(PS) è usato per fare bicchieri, posate, piatti, coppette per
la frutta ed il gelato, tappi ed imballaggi; il PVC serve per fare bottiglie,
flaconi per detersivi, le pellicole per i film, corde, giocattoli e
anche parti di automobili.
Dopo questo superficiale passaggio sulle principali varietà di
plastica, andiamo a vedere cosa si fa con la plastica riciclata (solitamente
dalle industrie che la riciclano esce in formato granulare, pronta ad
un successivo trattamento finalizzato ad ottenere nuovi manufatti plastici):
con 45 vaschette di plastica e qualche metro di pellicola in LDPE si
fa una panchina; con 10 flaconi di plastica (HDPE) si fa una sedia,
mentre con 2 flaconi dello stesso materiale si fa un frisbee; con l'energia
prodotta da 1 flacone di plastica si può tenere accesa una lampadina
da 60Watt per un'ora e mezza; con 27 bottiglie di PET si fa una felpa
in pile; con 200 flaconi di prodotti alimentari si fa una pattumiera.
Ma anche per quel che riguarda la plastica ci sono utilizzi interessanti
e "divertenti". Con 116 bottiglie di plastica si fa una vera
barca a vela. Sembra una battuta, invece è proprio così:
con 116 bottiglie di plastica si contribuisce alla realizzazione di
ÀncÓra Plastica, la prima barca, modello Optimist, realizzata
in plastica riciclata, che è stata presentata dal Consorzio Corepla
(www.corepla.it) in occasione del
Well-Tech Award 2004 (Premio all'innovazione Tecnologica) presso il
Museo della Scienza e della Tecnologia.
Riciclare Pedalando
Arriviamo dunque all'ultima frazione merceologica, come dicono i "rifiutologi"
di professione, comunemente raccolta in maniera differenziata: l'alluminio.
Ovvero latte, lattine, eccetera, sicuramente uno dei materiali che viene
maggiormente separato dagli altri rifiuti quotidiani: nel 2003 la quota
di recupero di imballaggi di alluminio ammonta al 51,1% dell'immesso
sul mercato. E questa percentuale si traduce in un grosso risparmio
sia dal punto di vista delle materie prime (non si va ad incidere sulle
risorse di bauxite, il materiale da cui si ricava l'alluminio) che da
quello del risparmio energetico (per riciclare l'alluminio occorre solo
il 5% dell'energia necessaria a produrlo partendo dalla materia prima).
Dall'alluminio si crea semplicemente altro alluminio: come avviene per
il vetro, dopo una fase di pulitura ed eliminazione di componenti estranee,
il materiale viene nuovamente fuso e plasmato in nuovi manufatti. Manufatti
che hanno un utilizzo quotidiano, e non sempre in campo domestico: Cial
(Consorzio Italiano Alluminio, www.cial.it)
ha presentato "ricicletta", la prima bicicletta al 50% composta
in alluminio riciclato ottenuto dagli imballaggi raccolti e avviati
al recupero da CIAL tra cui lattine per bevande, fogli sottili per il
cioccolato, tubetti per creme e conserve, ecc.
Una bicicletta che associamo al riciclo dei rifiuti, e alla quale auguriamo
una lunga, lunghissima pedalata.
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Il
movimento dell'arte povera fu il primo a nobilitare materiali quali
ferro, legno o stracci. L'intento era quello di "impoverire"
la rete di segni di cui si serve la cultura per mettere in luce
"gli archetipi su cui si regge". Dalle principali figure
del movimento (Michelangelo Pistoletto, Iannis Kounellis, Giulio
Paolini o Mario Merz) in poi l'espressione artistica si è
evoluta, ha coinvolto altri campi, sino ad arrivare all'implicito
messaggio ecologico dei creativi che trasformano la spazzatura in
opere d'arte (vedi www.riciclarte.com
e www.triciclo.com). Ecco
così i vestiti di carta di Ivano Vitali o le poltrone di
bottiglie di plastica di Anna Vitelli. Molti artisti del "riciclo"
sono piemontesi, a iniziare da Walter Bonanno che realizza "corpi
luminosi" utilizzando piccole turbine o componenti di motori
(www.walterbonanno.com).
Le lampade "Scirocco" di Maurizio Buttazzo sono pezzi
di ferro rinati a nuova vita, così come i ricambi d'auto
si trasformano in oggetti d'arredo per Bruno Petronzi (www.brunopetronzi.it).
"Frughiamo negli sgabuzzini in cerca di oggetti da reinventare
per farne utensili belli e buoni" dicono a Indarte (www.indarte.it).
Il fascino dei materiali dimessi ha catturato anche Cesare e Lorenza
dello studio Rottamazione. E che dire di una colonna di tazze alta
tre metri?
È una delle installazioni di Matilde Domestico, che offre
nuova vita a cocci, piattini e teiere dimenticate (www.arte2000.net/ARTISTI/Domestico).
Ancora da ricordare la "trasformatrice" Paola Grandini
e le fiabe-scultura di Graziano Prato che si animano dall'esplosione
di tante bottiglie blu. Riciclate, ça va sans dire.
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I
'cartoneros' di Buenos Aires
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Li
chiamano semplicemente "cartoneros". Adulti e bambini,
maschi e femmine, con carretti spinti a mano o semplici carrelli
tipo supermercato, aprono i sacchetti d'immondizia lasciati sui
marciapiedi dagli abitanti di Buenos Aires e tirano fuori carta,
cartone, legni, pezzi di metallo. I più organizzati anche
plastica e vetro.
La capitale argentina non è l'unica grande città a
cavallo tra primo e terzo mondo con gente che fruga nell'immondizia
e cooperative di raccoglitori. Ma è l'unica in cui il fenomeno
sia esploso in maniera esponenziale negli ultimi anni. Prima poche
migliaia, poi 25 mila, poi 40 mila e più cartoneros. Sembra
che gli abitanti poveri dei comuni poveri che circondano la città,
stanchi di vedersi passare sotto il naso i camion con i rifiuti
indifferenziati che andavano a riempire le discariche vicino alle
loro baracche, abbiano deciso di andarsi direttamente a prendere
la parte utile dei rifiuti, per poi rivenderla.
L'approccio della città nei confronti dei cartoneros non
è stato né semplice né univoco. I dirigenti
stessi della polizia avevano detto che non sarebbero stati in grado
di bloccare i cartoneros. Gli economisti che hanno studiato la faccenda
avevano detto che nessun governo nazionale e locale nell'Argentina
del 2002 avrebbe potuto varare dall'alto un progetto più
efficace per i disoccupati.L'antropologo Francisco Suarez osserva:
"Se vediamo i cartoneros come coloro che imbruttiscono la città
o rompono i sacchetti frugandoci dentro, possiamo essere spinti
a un discorso repressivo. Se li vediamo come dei poveri disgraziati,
potremmo forse produrre una politica di riduzione del danno, dargli
da mangiare, vaccinarli. Ma se guardiamo il potenziale del loro
lavoro in rapporto al tema del recupero e del riciclaggio, il panorama
cambia. È gente che ha creato lavoro in un campo in cui non
c'era lavoro". E l'assessore all'ambiente, Eduardo Epszteyn:
"Dovevamo anche legittimare il lavoro del riciclaggio. Salire
sul carro del cartonero anche per far passare definitivamente l'idea
della separazione dei rifiuti". |
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