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MUNNEZZA
DA ESPORTAZIONE La storia più famosa è quella della giornalista Ilaria Alpi che pagò con la vita la scoperta di un traffico illegale di rifiuti radioattivi e armi tra l'Italia e la Somalia. Uno scoop troppo grande forse, la giornalista venne trucidata insieme al suo autista somalo in una strada di Mogadiscio. Sono passati pochi anni e questa tragica vicenda è caduta nell'oblio. Nel frattempo il traffico di rifiuti tossici è diventato una piaga di dimensioni colossali con pesanti ricadute non solo sull'ambiente inquinato, ma soprattutto sulla salute della popolazione che viene esposta a situazioni sanitarie talvolta letali. Un fenomeno che vede un canale di comunicazione tra i paesi del nord e quelli del sud, con i primi in qualità di produttori ed i secondi addetti allo "smaltimento" illegale. Le nazioni che più esportano infatti sono quelle industrializzate mentre i riceventi sono soprattutto gli stati africani peggio governati, la Russia, e alcuni paesi asiatici desiderosi di attirare capitali e investimenti occidentali anche a costo di compromettere la salute pubblica dei propri abitanti. Tale processo però sta subendo una svolta perché, mentre un tempo le industrie inquinanti spedivano i propri rifiuti all'estero, ora - grazie alla liberalizzazione del mercato pressoché totale presente in alcuni paesi, vedi Russia - è divenuto più conveniente spostare l'intera produzione. La totale mancanza di leggi ambientali permette quindi di abbattere i costi in maniera drastica e risulta fortemente allettante. Anche in Italia tale pratica è ampiamente diffusa, con la stessa direttrice nord sud. Le fabbriche delle regioni settentrionali spediscono i rifiuti tossici verso le regioni meridionali dove la criminalità organizzata provvede a farli sparire. Il giro d'affari è enorme, pari a dieci miliardi di euro. Non a caso tali affari prendono il nome di "monnezza connection", ed hanno il loro epicentro nelle regioni della Puglia, Basilicata, Sicilia e Campania. In genere si tratta di discariche abusive un tempo utilizzate come cave, dove il materiale viene stoccato senza alcuna protezione. Alcune possono anche essere di ragguardevoli dimensioni: emblematica è la discarica rinvenuta nella zona vesuviana, con una dimensione di circa quattro chilometri ed una profondità di cinque metri. Il nord dell'Italia, però, non ha solo la funzione di fruitore ma anche quella di smaltitore, sebbene in misura ridotta. Particolarmente grave la situazione in Liguria, dove tale pratica risulta diffusa soprattutto nella zona intorno ad Alassio: in diverse cave sono stati rinvenuti centinaia di fusti contenenti rifiuti tossico-nocivi. Si moltiplicano anche gli episodi di inquinamento delle acque marine. Si tratta in genere di carrette del mare che vengono affondate lontano dalle coste stracolme di rifiuti tossici, anche radioattivi. Alcuni rilevamenti fatti al largo delle coste ioniche hanno palesato anomali valori di radioattività, chiara prova della dispersione in mare di materiale altamente pericoloso. Non è poi infrequente che i pescatori "peschino" questi bidoni quando vengono utilizzate le reti a strascico, anch'esse illegali. Detto il "dove", è interessante ora capire il "cosa". Quali sono i rifiuti maggiormente utilizzati per questo traffico? In Italia sono soprattutto gli scarti derivanti dalla raffinazione del petrolio e dell'industria chimica in generale, gli scarti dei cementifici e i fanghi prodotti dalla lavorazione di alcuni minerali. A livello mondiale il mercato è dominato dalle scorie nucleari, difficilmente smaltibili perché molto pericolose: meglio buttarle in fondo all'oceano o nasconderle nel ventre di una montagna. Il recente sviluppo della cosiddetta nuova economia ha portato inoltre alla nascita di un business legato a computer ed altri oggetti altamente sofisticati, il cui smaltimento necessita di appositi trattamenti volti a rendere innocui alcuni componenti pericolosi contenuti nei macchinari. Come nei casi precedenti, tali procedure costituiscono un costo che molti imprenditori non vogliono sostenere. E' nato quindi un mercato clandestino di personal computer obsoleti spediti verso la Liberia, come evidenziato da un dossier della Guardia di Finanza di Alessandria. Ancora non si conosce il fatturato di questa pratica criminosa ma è certo che le cifre sono imponenti. L'equazione new economy-ecologia che un tempo furoreggiava appare ora piuttosto stravagante. Il profitto senza scrupoli paga in termini monetari, ma sarà un buon investimento per le generazioni future? |
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