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L'INTERVISTA A PADRE PIAZZA

di Tiziana Catenazzo

Padre Piazza, come e quando ha deciso di trasformare l'antico orfanotrofio di Salvador Bahia in una realtà nuova, viva, inserita nel tessuto sociale e culturale locale?
Ho dapprima vissuto per qualche tempo la situazione che vi avevo trovato al mio arrivo. Ma poi mi sono reso conto che era necessario trasformarla in un'entità moderna: che non si limitasse cioè a garantire la mera sopravvivenza dei suoi ospiti, ma che fornisse un aiuto vero, generando a favore dei ragazzi delle concrete opportunità di crescita, di inserzione nel mondo lavorativo di oggi. Quando sono arrivato ho trovato circa 400 orfani che, ovviamente, nelle condizioni in cui erano, a tutto pensavano tranne che a studiare, ad elaborare un 'piano' di vita. Di quei 400, appena 190 potevano essere considerati già in età scolare e, fra loro, soltanto 10 erano riusciti a superare la prima elementare.


E come si spiegava questo fallimento?

In quella situazione, la non riuscita negli studi è da imputare al mancato rispetto delle necessità fondamentali della persona, che sono il diritto di essere ascoltato, e amato. Quando, a chiunque, viene a mancare (o magari non sa neppure cos'è) il riconoscimento della propria dignità, del proprio valore - che vuol dire 'sapersi importanti' per qualcuno - ecco che le attività come lo studio perdono automaticamente, necessariamente, di senso.


Quanti ragazzi fanno attualmente riferimento alle attività di formazione dell'OAF?

Ci sono ragazzi che sono assolutamente soli, senza nessun riferimento di appartenenza al mondo, e vivono da noi. Adesso sono circa 100, e sono notevolmente diminuiti in questi anni, perché c'è un lungo lavoro che all'OAF compiamo ogni giorno, che è quello di favorire il più possibile il ricongiungimento: che si tratti di un lontano parente, di un vicino di casa, di un amico di famiglia. Poi ci sono tutti quelli che, sia che abitino vicino sia che abitino molto lontano, vengono da noi per imparare: più di 6000 persone al mese passano per il nostro Centro, di cui 2450 sono percorsi di grande durata (2 o 3 anni). Gli altri sono percorsi più brevi, di 180 o 200 ore.


Qual è la maniera comune di questi ragazzi di relazionarsi agli altri?

Beh, basta pensare che questi ragazzi, quando conoscono o parlano con persone estranee, sono abituati a tenere gli occhi bassi e a guardare loro le scarpe. È una tara, forse, dell'epoca della schiavitù, di quando lo schiavo, non potendo guardare il padrone negli occhi, aveva imparato a ricostruire il mondo e le sue relazioni in base a ciò di cui disponeva: lo sguardo, dal basso (perché dalla calzatura si individua subito la condizione sociale di un individuo), e l'inflessione della voce. Tuttora, il successo o meno di un approccio con questi ragazzi è determinato da particolari minimi dello sguardo, dall'inflessione della voce.


Un altro degli aspetti da non sottovalutare?

Quando si ha a che fare con ragazzini soli, da sempre abituati a cavarsela con le loro forze e risorse, il 'padre' spesso rappresenta per loro un riferimento estremamente negativo. Spesso è una persona cui è preferibile non pensare, da cancellare, e che ci si esercita ad odiare. Verso il padre si nutrono per anni sentimenti di rancore e di vendetta. Anche se loro non parlano di 'vendetta', ma - quasi a siglare una sorta di risposta emotiva all'abbandono - di 'sconto'.


Lei fa dell'accoglienza la sua professione.

Ciò che conta sono i primi momenti. Quando un ragazzo completamente solo, che non è mai stato amato, viene da noi, capita che poi - anche a distanza di anni e anni - si ricordi perfettamente di quei primi momenti: come è stato accolto, se è stato fatto sedere, e con quali gesti e parole; cosa gli si è detto, o fatto mangiare, e addirittura se fuori pioveva o c'era il sole. Com'era vestito, com'erano vestiti gli altri. I primi momenti rivestono un'importanza estrema. Se in quel momento sono lì, mi piace prendere la macchina e portarlo a fare un giro, per fargli conoscere il Centro e le persone che lo abitano.


Ma non si rischia anche di sbagliare, a volte, forzando le situazioni, e dimostrandosi troppo disponibili e accoglienti?

Ci va una sorta di delicatezza, di rispetto: degli spazi e dei tempi altrui. Ciò che alle volte mi provoca una rabbia quasi irrefrenabile sono le scene in cui delle buone e brave signore vengono al Centro e subito prendono, abbracciano e baciano i bambini, per dimostrare loro chissà cosa. Rovinano tutto. Perché vogliono fornire, con largo anticipo, delle dimostrazioni di un amore che ancora non c'è, di un rapporto di confidenza che ancora non si è creato.


E allora la regola della 'giusta' accoglienza esiste?

Le manifestazioni di bisogno, di aiuto, e poi di affetto, devono provenire dal ragazzo. Non deve accadere il contrario. Chi accoglie, deve semplicemente dimostrarsi disponibile, ed essere lì nel momento in cui tali segni, tali manifestazioni arrivano. Dev'essere il ragazzo, o il bambino, a conquistarsi l'affetto dell' adulto. Perché l'adulto di per sé sa già amare. Come può, altrimenti, un bambino dimostrare di avere preso gusto alla tua presenza, e che prova simpatia e affetto per te? Bisogna lasciargli il tempo, la scelta, lo spazio emotivo per sviluppare, gradualmente, il desiderio della tua compagnia. E magari sceglierà di venire a sedersi accanto a te piuttosto che a qualcun altro. Quel semplice gesto vale, per lui, più di mille dichiarazioni.
 
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