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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 05/2003 | ||
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QUELLI
CHE
LE REGOLE Con il fischietto, il taccuino o la paletta. A bordo campo, in mezzo al gioco oppure in tribuna. Nel contempo defilati e al centro dell'attenzione. E con una missione da compiere, sempre e comunque: garantire lo svolgimento della competizione sportiva nel pieno rispetto delle regole. di Marco Stolfo Sono loro, uomini e donne che devono essere più atleti degli atleti, avere occhi per tutto e per tutti e agire, capire e decidere secondo coscienza, conoscenza e soprattutto giustizia. Quelli che qualunque cosa accada è sempre colpa loro. Quelli che magari a volte sbagliano ma danno l'impressione di sentirsi infallibili. Quelli che fanno ciò che fanno perché amano lo sport e la giustizia. Quelli che fanno fatica, ma si divertono. Quelli che riescono pure a far carriera. Quelli che, nel piccolo impianto di periferia come ai massimi livelli nazionali e internazionali, sono sempre chiamati a far sì che il gioco sia gioco, che lo sport sia sport. Sono gli arbitri, i giudici, gli ufficiali di gara. Un po' eroi e un po' bersagli. Fanno parlare molto di sé, delle loro azioni e delle loro omissioni, ma cercano di parlare poco, un po' perché fa parte del mestiere un po' perché è meglio così. Eppure qualcosa sta cambiando: c'è chi da "ex" fa il capo-ultrà ai talkshow, chi diventa giornalista o commentatore, chi nel frattempo scrive libri o fa il testimonial, e chi risponde alle domande di uno che vuole provare a farsi raccontare i come e i perché di quello che è nel contempo qualcosa di meno e molto di più di un semplice lavoro. È quest'ultimo il caso di Claudio De Miro, un glorioso passato nell'ambito dei tuffi acrobatici tra titoli italiani giovanili e assoluti e risultati di prestigio internazionale e un presente da arbitro internazionale e formatore, e di Alfredo Trentalange, al momento del suo esordio nel massimo campionato di calcio il più giovane tra i direttori di gara di serie A e ora uno dei decani tra le giacchette nere nostrane. Perché lo fai? "Diventare ufficiale di gara è stata per molti versi una scelta obbligata", racconta De Miro. "Terminata l'attività agonistica, non volevo lasciare il mondo dei tuffi. L'alternativa era diventare allenatore o arbitro: io ho optato per questa seconda possibilità", spiega. "È la passione per lo sport e per il calcio in particolare che mi ha spinto ad arbitrare", aggiunge Trentalange. Anche la sua vocazione si pone in continuità con la precedente esperienza da calciatore, in questo caso nei campionati giovanili. Ma pure un po' in alternativa, come confessa con ironia: "Ho seguito il consiglio di un allenatore di un grosso club presso il quale da giovanissimo avevo fatto un provino: mi disse che non ero male, però sarebbe stato meglio se avessi pensato di fare o l'arbitro o il giornalista ". Ci si avvicina all'arbitraggio con diverse motivazioni: perché con il tesserino si può andare allo stadio gratis, perché ci sono dei rimborsi spese, perché almeno una volta alla settimana ci si trova in una posizione di potere oppure perché si tratta di un altro modo di stare in campo, di misurarsi con il gioco, di vivere la partita. "Però solo con il passare del tempo si comprende la vera ragione per cui ci si allena e ci si presenta in campo: lo si fa per mettere in pratica un ideale di giustizia, per cercare di essere il più giusto e corretto possibile affinché la realtà circostante, la partita, sia più giusta e più corretta possibile", sottolinea l'arbitro torinese. La sostenibile pesantezza del giudicare Quale che sia lo sport in cui ci si trova ad essere il direttore di gara o il giudice, una cosa è certa: bisogna essere pronti a valutare, giudicare e decidere immediatamente, senza farsi influenzare in nessun modo e tenendo esclusivamente conto del regolamento e della propria esperienza. "È questo il bello e il difficile - sostiene Trentalange - e il tutto è ulteriormente aggravato dall'ostilità, potenziale e reale, di chi ti sta attorno, in campo e sugli spalti, che sembra non attendere altro che un tuo errore per contestarti". Pertanto "ci vogliono coraggio e umiltà, bisogna cercare di sbagliare il meno possibile e soprattutto si deve stare attenti, una volta resisi conto di aver fatto un errore, a non compierne un altro con lo scopo di ripagare chi è stato in qualche modo danneggiato dalla precedente decisione: errare è umano, perseverare è diabolico e se si perde la credibilità si è perso tutto". Concorda De Miro: "Da atleta spesso ero scettico sulle decisioni e sui giudizi degli ufficiali di gara. Ho vissuto gli effetti di questo scetticismo sulla mia pelle, quando ho cominciato questa attività e avevo a che fare con i miei ex compagni e ex avversari". Nella sua disciplina arbitrare significa "non solo vigilare sulla regolarità di ogni gesto atletico, ma anche valutarne le qualità tecniche e premiarne la buona esecuzione". È questa la differenza di fondo tra chi fa parte di una giuria tecnica in uno sport del genere e chi arbitra una partita di volley, baseball, basket o calcio. Che sia di tacco o di polpaccio un gol è sempre un gol - purché non ci sia all'origine un fallo - mentre un tuffo vale di più se oltre ad essere regolare è anche particolarmente bello! ...e dell'essere giudicati Il peso della responsabilità è la costante di qualsiasi arbitraggio, in qualsiasi sport e a qualsiasi livello. Hanno un ruolo di garanzia e una potestà esclusiva di valutazione, ma ciò non significa che a loro volta siano esentati dal giudizio altrui. Oltre a quelli di pubblico, atleti, allenatori, dirigenti, su tutto ciò che fa o non fa chi vigila sulla regolarità di una competizione si posano anche gli occhi attentissimi di coloro che istituzionalmente sono chiamati a giudicare i giudici, cioè gli osservatori. È dalle loro valutazioni che deriva la eventuale carriera di un arbitro o di un ufficiale di gara. In particolare nel calcio intervengono anche gli occhi delle telecamere e con essi movioline e movioloni sempre più "high tech". "Forniscono una visione a freddo e da punti di vista - per esempio da dietro la porta - che fisicamente non possono essere i nostri. Però non sono di per sé strumenti negativi. E' negativo un certo uso che se ne fa in televisione: non per analizzare e capire, ma per criminalizzare", è il commento di Trentalange. D'altro canto, ad alti livelli, anche gli arbitri preparano le partite con video e addirittura dvd, "per studiare schemi di gioco e caratteristiche dei giocatori". Formazione permanente Ma come si fa a diventare arbitri o ufficiali di gara, magari anche importanti e conosciuti? È bene avere già una certa esperienza come atleti. Anzi, in certi casi, come per i tuffi, è addirittura imprescindibile. Ciò vale, come rammenta De Miro, "per fare i giudici di sedia, quelli che giudicano realmente, altrimenti si può puntare a essere giudici di segreteria, coloro che svolgono i calcoli per determinare i punteggi". Per tutte le discipline è prevista almeno la frequenza di un corso di formazione. In particolare per il calcio la "scuola" dura due mesi. Bisogna poi superare un esame e una prova atletica, e infine si comincia: prima il settore giovanile e in seguito si avanza di livello, se si è bravi e motivati. Non mancano neppure stage e aggiornamenti periodici, parola di De Miro che è anche formatore di ufficiali di gara a livello nazionale. Fatica e soddisfazioni Arbitrare è faticoso - perché "bisogna correre, non perdere contatto con il vivo del gioco ed essere sempre attenti" e quindi è necessario allenarsi con continuità - ma è anche soddisfacente, da più punti di vista. Secondo Trentalange "la gratificazione sta nel riuscire nel compito di far rispettare le regole, nella possibilità di crescere e pertanto di muoversi e conoscere realtà diverse e nella prospettiva di trovarsi ad arbitrare in grandi impianti e in occasioni prestigiose". De Miro, reduce dai Mondiali di Barcellona e con l'aspirazione di tornare alle Olimpiadi, conferma. L'importante, conclude Trentalange, è "non essere presuntuosi, ma svolgere questa attività con spirito di servizio (per lo sport) e volontà di ricercare, crescere e imparare. Sempre".
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