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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 05/2003 | ||
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OPINIONI
ON THE ROAD Che la politica sia una cosa da grandi, da adulti, forse anche un po' da "vecchi", è un luogo comune che, sempre più in questi anni, la realtà sta sfatando giorno dopo giorno. di Sergio Capelli Le generazioni più giovani sono tornate ad interessarsi di politica, magari in maniera un po' naif e poco legata alle classiche metodologie della rappresentanza, ma senza dubbio i volti freschi non mancano. E sicuramente questi segnali, forti e inequivocabili, sono in controtendenza rispetto alla situazione che si segnalava solo quattro o cinque anni fa. Da un paio di anni a questa parte, si sono moltiplicate le manifestazioni di piazza e cortei, in cui la componente "giovane" fa sempre la parte del leone. In realtà sembrano diminuite sensibilmente autogestioni e occupazioni, ovvero tutte quelle forma di protesta politica intimamente legate al mondo della scuola, che invece erano una delle poche forme di opposizione nei recenti anni del "disimpegno". Forse perché eventi nazionali, e sempre più spesso eventi internazionali, hanno catalizzato l'attenzione generale, facendo in modo che si recepisse come maggiormente necessaria l'azione a livello globale che non particolare. Probabilmente si sentiva una maggior urgenza di scendere in piazza contro la guerra in Iraq (e, solo un anno prima, contro quella in Afghanistan), che non contro le riforme (pur odiate e combattute dai collettivi studenteschi) volute dal ministro Moratti: insomma, una questione di scelte e di priorità. Ma proviamo a sentire direttamente la parte in causa, ovvero i ragazzi under 20. Incontriamo Andrea nelle vie del quadrilatero romano. Capelli lunghi e abbigliamento molto rock (qualche anno fa si sarebbe detto un metallaro). Dopo le iniziali resistenze accetta di parlare, raccontandoci delle sue esperienze: "Ho 19 anni e ho appena fatto la maturità. Per tutti i cinque anni delle superiori sono stato rappresentante di classe, ma sebbene me lo abbiano chiesto in tanti, non sono mai andato oltre. Dopo cinque anni di "conflitti" con il corpo docenti, che difficilmente prendeva in considerazione non solo le nostre lamentele, ma anche le nostre proposte, adesso non vedo l'ora di cominciare l'università - continua - innanzitutto per questioni legate alla mia formazione, in secondo luogo perché conosco per vie amicali il mondo dei collettivi e dei movimenti studenteschi e mi attirano molto. Non sono interessato al mondo dei partiti, lo trovo eccessivamente ingessato. Ma so che la politica dei collettivi potrebbe fare per me, mi aspetto una bella esperienza, che potrebbe sfociare anche in qualcosa di più grosso". Proviamo ad andare oltre alla politica "universitaria", ma lui ci stoppa immediatamente: "la politica con la P maiuscola non mi interessa per il momento. Sono disgustato veramente da tutto. Dopo Genova non ho più nulla da dire: è stato un veloce precipitare di eventi". Salutiamo Andrea, che ormai ha preso a parlare nonostante la reticenza iniziale e ci avviciniamo ad un gruppo di ragazzi che cercano un po' di frescura nelle fontane di Piazza Castello. Alla parola "politica" seguono espressioni smarrite, risatine imbarazzate e una serie di "no grazie, non mi interessa farmi intervistare". Riusciamo comunque a fermare Ricky ("con la ipsilon" si raccomanda) che ci espone il suo punto di vista. "La politica non mi interessa, per nulla. Tanto è una serie di decisioni prese per il bene di una piccola parte di popolazione, la stessa di cui fanno parte coloro che decidono - dice Ricky - Basta vedere le decisioni ventilate sulle chiusure anticipate delle discoteche. È un provvedimento di facciata: non si risolveranno i problemi, ma si sono fatte felici le 'mamme-antirock' e tutti coloro che vedevano la discoteca come luogo di perdizione per la gioventù". Lasciamo Ricky e scendiamo per via Po. Ci fermiamo a parlare con Salvatore. Pantaloni aderenti, scarpe da pugile, tempie e nuca rasate e un piercing sul sopracciglio. "Fare politica è inutile: bisogna passare direttamente all'azione - ci dice - altro che fare leggi e sprecare tempo. La politica la si fa sulla strada. In Italia c'è un grosso problema di lavoro, eppure il lavoro lo diamo a chi italiano non è vorrei vedere se io andassi in Africa, quanti si preoccuperebbero di farmi lavorare. E poi guardati attorno: dappertutto bancarelle di paccottiglia, non puoi girare tranquillo perché rischi sempre e ovunque che ti scippino o borseggino o chissà che altro. E intanto si fanno le leggi che ci mettono decenni per essere approvate e attive Credo che si debba partire da una resistenza di strada. Se non ci difendono loro, che sono lì per farlo, allora lo facciamo noi. Ho il massimo rispetto per le forze dell'ordine, che fanno perfettamente il loro lavoro. È che non bastano, sono pochi. E allora quello che non possono fare loro, è giusto che lo si faccia noi " Mi allontano e continuo il mio avvicinamento a Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell'Università di Torino, storicamente il centro di tutti i movimenti politici giovanili. Il nostro nuovo incontro si chiama Silvia, ha 21 anni ed è raggiante: ha appena superato con successo un esame di sociologia. "Credo che la politica sia uno strumento, probabilmente l'unico possibile per cambiare e governare il cambiamento. La società cambia continuamente, con un ritmo indiavolato. Il compito della politica credo che sia quello di governare saggiamente questo processo, adattandosi anch'essa alla situazione contingente. Un esempio è quello degli incidenti d'auto, delle cosiddette 'stragi del sabato sera'. Dieci anni fa non c'erano, ora sì! Compito di chi governa è adeguarsi al nuovo fenomeno, stabilire se è positivo o meno, e prendere le dovute contromisure. Certo che, se chi è al governo pensa esclusivamente a risolvere le proprie magagne e quelle dei suoi amici allora viene meno il concetto base di servizio politico ". Salutiamo Silvia e le facciamo i nostri complimenti, lasciandola ai suoi festeggiamenti. Cerchiamo dunque qualcun altro con cui scambiare due parole. Individuiamo Giovanna, 20 anni, jeans sfrangiati all'altezza del ginocchio, maglietta con una scritta "Not in my name" ("non nel mio nome", slogan caro ai movimenti contro le guerre degli ultimi anni), capelli arruffati tenuti insieme da una fascetta colorata. "Dire cosa sia la politica è difficile, probabilmente la definizione cambia a seconda dell'ideologia di chi forgia la definizione stessa. Io posso solo dire quel che rappresenta per me. Credo che la politica sia l'unico strumento legittimo con cui i governanti democraticamente eletti debbano perseguire il bene dei cittadini, anche andando contro ai propri interessi. Evidentemente mi viene da sorridere quando penso alla realtà. Oggi credo che per noi cittadini italiani l'unico strumento per far politica sia la piazza. Manifestare, rendere visibile il nostro dissenso". Nella zona pedonale davanti a Palazzo Nuovo il sole picchia forte, e più salgono i gradi, meno persone sono disposte a correre il rischio di una insolazione per rispondere alle nostre domande. Ci dirigiamo allora, boccheggianti, sotto i portici di via Po, alla ricerca di un po' d'aria fresca e di qualcuno da intervistare. Tocca a Pietro. Venticinque anni, prossimo alla laurea in giurisprudenza. L'aspetto è quello del classico "bravo ragazzo", pantaloni con la riga, camicia appena stirata, occhiali da vista e pettinatura precisa, risponde: "Cos'è per me la politica? Uno schifo! Non c'è rappresentanza che tenga. Ognuno può rappresentare solo sé stesso". E dopo la frase introduttiva arriva una serie di citazioni prese da Bakunin, Malatesta e Engels. Facciamo un grosso in bocca al lupo a Pietro per la sua laurea e risaliamo verso piazza Castello per tornare alla base. Traiamo da questa serie di incontri una conclusione. Sebbene dichiarino di non interessarsi di politica, sebbene siano sempre indicati, spesso erroneamente, come la generazioneX, quella il cui unico interesse è apparire, questi ragazzi sembrano informati, magari in maniera un po' frammentaria, ma sembrano tenere il polso della situazione. E si sono fatti le loro idee. Insomma, dopo anni di reale e completo disimpegno, sembra che da un paio di anni a questa parte si possa parlare di un riavvicinamento dei ragazzi alla politica. |
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