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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 05/2003 | ||
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CHE DEMOCRAZIA È? La diffusione della democrazia nel mondo costituisce senza dubbio uno dei fenomeni politici più rilevanti degli ultimi decenni. di Valter Coralluzzo Secondo Samuel P. Huntington, che all'analisi di questo fenomeno ha dedicato un fortunato libro (La terza ondata ), tra il 1922 e il 1990, grazie a tre successive ondate di democratizzazione, il numero degli Stati democratici nel mondo è raddoppiato, passando da 29 a 58. Certo, la loro percentuale sul totale degli Stati esistenti è rimasta sostanzialmente la stessa (vale a dire il 45%), ma se si considera che, a seguito di due ondate di riflusso, questa percentuale era scesa nel 1942 al 19,7% e nel 1973 al 24,6% ben si comprende perché Huntington, al pari di tanti altri studiosi, individui nello sviluppo e nel consolidamento della democrazia su scala planetaria uno dei trend più significativi dell'ultimo scorcio del XX secolo. Anche prendendo in considerazione altri dati, per esempio quelli forniti da Freedom House (che dal 1973 pubblica una rassegna annuale, Freedom in the World, nella quale gli Stati, a seconda del loro grado di libertà e democrazia, vengono classificati in tre categorie: liberi, semiliberi e non liberi), il quadro rimane confortante: se infatti, nel 1985, su un totale di 167 paesi, se ne contavano 53 liberi, 59 semiliberi e 55 non liberi, nel 2002 il numero complessivo degli Stati compiutamente o parzialmente democratici è salito da 112 a 144 (84 liberi e 60 semiliberi), raggiungendo il 75% del totale (pari a 192 Stati). La percentuale dei soli paesi classificati nel 2002 da Freedom House come pienamente democratici (o liberi) è però leggermente inferiore (44% contro 45%) rispetto a quella rilevata da Huntington nel 1990. Ciò deve indurci a una certa prudenza nel valutare le prospettive della democratizzazione. Vero è che il numero dei paesi democratici è oggi il più alto che si sia mai potuto contare. Tuttavia, nel mondo persiste ancora una grande varietà di regimi genericamente definibili come non democratici, dei quali sono state proposte diverse classificazioni in base a vari criteri. Al di là delle loro peculiarità, questi regimi - chiamati, a seconda dei casi, dittatoriali, autoritari, totalitari, post-totalitari, tradizionali, sultanistici, militari, ecc. - condividono due elementi essenziali: da un lato, la tendenza a ridurre considerevolmente o a eliminare del tutto il pluralismo politico e a privare i cittadini dei diritti e delle libertà fondamentali; dall'altro, criteri di assegnazione e distribuzione del potere politico basati non su elezioni libere e competitive, ma sul controllo e sull'uso della forza. Per lo più concentrati in Asia, in Africa e nel Medio Oriente, gli Stati non democratici (o non liberi) - sia quelli accusati di violare sistematicamente i diritti umani sia, soprattutto, quelli che, sospettati di sponsorizzare il terrorismo internazionale e di perseguire ambiziosi programmi militari nel campo delle armi di distruzione di massa, vengono comunemente bollati come "Stati-canaglia", o rogue states (è il caso di Iran, Siria, Libia, Sudan e Corea del Nord) - costituiscono una fonte di crescente preoccupazione per il resto della comunità internazionale. All'interno di quest'ultima, infatti, è venuto progressivamente consolidandosi un ampio (ancorché non generalizzato) consenso non soltanto attorno all'idea dell'esistenza di diritti inalienabili ascrivibili all'umanità (e, come tali, universali) che devono essere garantiti a ciascun individuo, indipendentemente dalla sua appartenenza accidentale a uno Stato particolare, ma anche attorno all'idea che la democrazia liberale - ossia quel sistema politico caratterizzato, oltre che da elezioni libere ed eque e multipartitismo, dallo Stato di diritto, dalla separazione dei poteri e dalla difesa delle libertà fondamentali di parola, riunione, religione e proprietà - possieda la rara virtù di scoraggiare (o almeno limitare) i conflitti tra le nazioni (e tra i gruppi contrapposti) e di favorire, attraverso procedure non violente di risoluzione delle controversie, la pacificazione delle relazioni internazionali - laddove, per converso, le dittature sarebbero naturaliter inclini alla guerra. Stando così le cose, parrebbe logico tentare di estendere il modello della democrazia liberale a tutti gli Stati del mondo. Tanto più che, come osserva Angelo Panebianco, "molte delle democrazie annoverate come tali nelle statistiche internazionali non sono democrazie liberali, neppure in fieri e neppure alla lontana [...]: sono democrazie illiberali o pseudodemocrazie (Serbia e Croazia, alla metà degli anni novanta, ne sono chiarissimi esempi)". In effetti, sembra che molti paesi - buona parte di quelli classificati da Freedom House come semiliberi - si stiano adattando a una forma di governo che unisce un consistente grado di democrazia a un accentuato (e spesso crescente) illiberalismo. Per non parlare poi di tutti quei paesi in cui magari ci sono governi eletti democraticamente, ma che, per il loro elevatissimo tasso di corruzione e/o illegalità, per il loro coinvolgimento (più o meno palese) in loschi traffici e nella gestione (diretta o indiretta) dei principali mercati illegali (soprattutto droga e armi, ma anche pietre preziose e materie prime, e perfino esseri umani), per le rilevanti posizioni di potere politico ed economico che in essi sono state conquistate (mediante un uso sistematico, sebbene non esclusivo, della violenza) dalle mafie locali e internazionali, e talora anche per la frequente compromissione in attività illecite di larghissimi strati della popolazione (a ciò indotti, prevalentemente, dalle condizioni di grave arretratezza sociale ed economica in cui versano), sono considerati dagli analisti talmente collusi con la criminalità organizzata da meritarsi ampiamente la definizione di "buchi neri geopolitici", o addirittura l'etichetta infamante di "Stati-mafia" (si veda su questo tema il Quaderno speciale della rivista "Limes", supplemento al n. 2/2000, intitolato appunto Gli Stati mafia). Per arginare queste tendenze nefaste la miglior cosa che la comunità internazionale (con in testa, ovviamente, gli Stati pienamente liberi e democratici) possa fare è consolidare la democrazia dove ha preso piede e promuoverne lo sviluppo, insieme al liberalismo costituzionale, in tutto il mondo. Nel far ciò bisogna, tuttavia, guardarsi da tre pericoli esiziali: in primo luogo, quello di consegnarsi acriticamente alla logica dell'"ingerenza umanitaria", con il suo discutibile corollario di "guerre etiche", "crociate democratiche" e "operazioni di polizia internazionale"; in secondo luogo, quello di confondere la democrazia in quanto insieme di procedure e di garanzie con uno stile di vita, con il dominio di una data cultura, (nella fattispecie, quella occidentale); infine, quello di guardare alla democrazia liberale dell'Occidente come alla forma tipica e compiuta della "modernità", come al modello universale verso cui tenderebbero inesorabilmente tutte le società umane, quale che sia la loro tradizione culturale - errore che costituisce il nocciolo della tesi sulla "fine della storia" formulata nel 1989 da Francis Fukuyama. Se riusciremo nell'intento di portare acqua al mulino dei processi di democratizzazione planetaria dei regimi politici e, per tale via, contribuiremo davvero a rimuovere la guerra dall'orizzonte delle relazioni internazionali non è dato, al momento, sapere. Come ebbe a dire una volta Augusto Monti, "il presente è lava in moto, e a giudicare si potrà solo quando la colata sarà fredda e ferma". |
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