![]() |
SPECIALE | |
|
|
||
| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 05/2003 | ||
|
|
||
|
|
CHE
COS'È? di Giovanni Monaco La politica è, nella definizione data dal professor Francesco Valentini, l'attività con cui una comunità organizzata regola la sua vita interna e le sue relazioni esterne, costituendosi come "Stato", come luogo di decisioni supreme e monopolio del potere e della coercizione. Ma forse potremmo darne tre di definizioni. Innanzi tutto la politica può essere una teoria del diritto e della morale. Un'altra definizione è quella per cui la politica è essenzialmente teoria dello Stato e della società. Poi c'è l'ultima, che è sulla bocca di tutti, cioè la politica come tecnica dell'esercitare e del conservare il potere. È chiaro che in questa terza definizione si intrecciano le questioni più importanti e spinose. Ma nessuna di queste visioni può escludere le altre. E proprio riguardo la terza, sono due i più frequenti luoghi comuni che accompagnano la discussione politica: da un lato il pregiudizio nei confronti delle teorie di Machiavelli, che ha dato origine e diffuso l'idea della politica come cinismo, corruzione ed astuzia; dall'altro la visione che vuole la politica come un ambito totalizzante che assorbe al suo interno tutte le altre attività di una comunità organizzata. Tutte le forme di opposizione alla politica come dimensione del bene pubblico vedono nello stato una minaccia per l'individuo. Ci sono anche posizioni liberiste (non liberali) che oppongono allo stato la libera iniziativa della società civile: secondo la maggior parte degli studiosi, però, non possono essere considerate come delle alternative alla politica, ma forme diverse che legittimano la resistenza del singolo contro le invadenze dello stato. Come dire: tutto è politica, se mi oppongo allo stato e alla legge, sto già facendo politica perché di fatto propongo un modello alternativo. Qualche annetto fa, Aristotele diceva: "Una delle caratteristiche della libertà è che le stesse persone in parte siano comandate e in parte comandino". Tutti devono valere secondo i numeri che rappresentano e quindi per i voti che prendono: lo affermava già l'antico ateniese, precisando che da questo "deriva quella che più di ogni altra sembra essere democrazia e governo di popolo. L'uguaglianza consiste nel fatto che non comandino più i ricchi dei poveri, che non siano sovrani i primi soltanto, ma tutti secondo rapporti numerici di uguaglianza. E questo sarebbe l'unico modo per ritenere realizzate l'uguaglianza e la libertà nella costituzione". Ma la politica è un declinare di teorie, opinioni, di prese di posizione, di bracci di ferro. Prima e dopo Aristotele. È l'arte del punto di vista. Non faremo qui un breviario di politica, perché sarebbe impossibile sintetizzare Marx, Schmit, Lenin, Weber, Weil, Rosselli, Sturzo, Arendt, Hitler, Mussolini, Stalin e tutti quelli che neanche citiamo. I minestroni, se non ben cotti, rischiano di essere indigesti. Consigliamo però a tutti una sana lettura dei testi dei sopraccitati. Perché tante volte ci si accapiglia senza neanche saperne i motivi. Parliamo invece di un altro discorso vecchiotto: "E ora faremo le nostre proposte per la salvezza della vostra città, perché vogliamo dominarvi senza fatiche, conservarvi sani e salvi, nel vostro e nel nostro interesse, perché voi, invece di subire le estreme conseguenze, diventereste sudditi e noi ci guadagneremo a non distruggervi". Queste parole furono pronunciate dagli Ateniesi ai Meli nel tentativo di dissuaderli dal proposito di resistere all'imminente attacco narrato da Tucidide nella guerra del Peloponneso. Sintetizza, crudamente, le funzioni della politica, che è anche il luogo dell'esercizio del potere, potere di stabilire regole e di usare la forza per farle rispettare, potere dell'autorità costituita, lo Stato, nei confronti dei suoi membri. Potere del compromesso: "Puoi vivere in pace sotto la mia dominazione oppure combatterla e subire le conseguenze della tua avversione", si dice in sintesi. Una pratica - quella della minaccia - che non è mai stata dimenticata da chi esercita quest'arte antica. Se a distinguere la democrazia dal dispotismo è l'universalità della legge e insieme la possibilità per chiunque di accedere alle leve del comando, non di meno il potere rappresenta l'essenza stessa della politica, il principio regolatore di una società che consegna ad alcuni il compito di governare i destini di tutti. La differenza tra lo stato democratico e lo stato tirannico è essenzialmente questa: lo stato tirannico è lo stato chiuso, in cui tutto ciò che la politica esercita è in qualche modo dichiarato e nello stesso tempo tenuto nascosto. Tutte le realizzazioni della politica sono "al riparo" di questo grande schermo. Lo stato democratico è, almeno in teoria, lo stato dell'assoluta trasparenza, perché lo stato democratico coincide con tutti coloro che lo costituiscono, cioè con i cittadini. I maggiori teorici della democrazia hanno inoltre sottolineato l'importanza dell'educazione democratica ritenendo inoltre che, sin dagli albori, la vera democrazia non si è mai basata esclusivamente sul potere della maggioranza. I più grandi esponenti del pensiero democratico classico, infatti, - filosofi come Rousseau, John Stuart Mill e John Dewey - erano convinti che il potere della maggioranza nascondesse il pericolo di una sua tirannia. A loro avviso, si rende necessario studiare il modo migliore di affidare alla maggioranza il destino politico di un paese e vedere per quale motivo l'unico modo per riuscirci è far sì che tutti i cittadini vengano educati a conoscere i propri interessi individuali e collettivi. La democrazia, infatti, si basa sulla premessa che i cittadini conoscano perfettamente i propri interessi. Tale premessa è realizzabile solo se le persone non sono analfabete, se ricevono un'istruzione che chiarisca loro cosa è meglio, sia per se stessi che per la società in generale. L'educazione rientra nel concetto dell'essere cittadino perché non insegna solo a leggere e scrivere, ma insegna anche determinati valori, che sono appunto i valori democratici. Fra questi c'è, ad esempio, quello del rispetto per coloro con cui ci troviamo in disaccordo, o il cui stile di vita differisce dal nostro; senza educazione - e per educazione intendo quella pubblica - tale rispetto non può esserci. Politica come gestione del potere o come servizio? Utopistico affermare che la politica debba realizzare l'etica. Ogni volta che ha avuto questa pretesa, e quindi di costruire nello Stato il soggetto dell'etica, ne sono derivate conseguenze catastrofiche. Tutti gli Stati dittatoriali o tirannici si presentano come Stati etici, individuando a priori il criterio di distinzione del bene e del male. La conseguenza ulteriore è che, quando ci si adegua allo stato che possiede questo criterio, si è morali, quando si combatte contro quello Stato, si è immorali. Lo Stato non deve realizzare la moralità, deve realizzare la giustizia, deve realizzare il diritto vigente, deve garantire il rispetto delle regole che stanno a suo fondamento. Potremmo dire, anche se ci accuseranno di semplificare troppo, che la politica è un potere che realizza un servizio. Dividere le due cose significherebbe tradire il ruolo della politica. Però la politica è (ed è sempre stata) anche comunicazione, immagine, propaganda. E il suo linguaggio spesso non è veritiero: i messaggi politici rendono soltanto un'idea del fitto lavorio che si fa dietro le quinte. Il registro della politica è esortativo ed oratorio. Oggi si parla a spot continui e i bravi professionisti sanno riassumere con frasi ad effetto complicatissime azioni e decisioni. Che poi queste frasi corrispondano davvero alla realtà, è un altro paio di maniche. Addirittura Platone diceva che il politico deve dire il falso, sia nei confronti dei nemici, sia nei confronti dei cittadini. Non bisogna prenderlo alla lettera, intendiamoci, perché l'azione politica si rivolge al futuro: per essa non si pone il problema del vero e del falso, ma c'è piuttosto una situazione di coscienza imperfetta, che fa dire a chi guarda dall'esterno o a chi osserva l'azione politica, che questa azione politica non è veritiera. Sarà lo storico di domani, sarà il filosofo di domani a stabilire se si trattava in questo linguaggio appunto di una menzogna e non invece di una esortazione, che ha avuto la sua efficacia. Per concludere, potremmo ricordare che la politica è l'arte della città. L'arte di farla funzionare il meglio possibile, anche se la "polis" - alla radice del sostantivo - è diventata una Regione, uno Stato, una federazione o una Unione europea. La politica è quella cosa che fa le alleanze e le guerre, che crea la ricchezza e la povertà, che aumenta e diminuisce i posti di lavoro, che dà le pensioni e le toglie, che ci incentiva a fare figli o no, che ci dà le metropolitane o i vecchi tram sferraglianti, che pulisce le cacche dei cani dai marciapiedi o lascia l'erba delle aiuole raggiungere altezze estive da giungla amazzonica. È insomma una cosetta piuttosto importante. Infischiarsene, scusate, è proprio un errore. |
| SOMMARIO DI QUESTO NUMERO | |||||||
|
|
|||||||
|
|||||||
|
|||||||