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Info
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Il
settore Cooperazione internazionale e Pace
Da tempo la Città di Torino ha attivato una serie di
programmi che testimoniano una particolare sensibilità
verso i problemi della pace, del disarmo, dell'interculturalità
e della cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo.
Così è nato l'Ufficio Pace, Solidarietà
e Cooperazione Internazionale (oggi Settore Cooperazione Internazionale
e Pace) che ha il compito di promuovere interventi di Cooperazione
Decentrata in Paesi in Via di sviluppo come metodo per sostenere
processi di sviluppo gestiti e attuati dalla gente del posto
e Gemellaggi di solidarietà per assistere ed accompagnare
il percorso di pace in Paesi che abbiano recentemente siglato
accordi di pace e si stiano avviando verso un processo di convivenza
multietnica difficoltoso.
Inoltre il settore si incarica di formare, coinvolgere e sensibilizzare
la cittadinanza torinese ai temi della pace e dei diritti umani,
nella convinzione che un'esperienza di dialogo e riflessione
fra cittadini torinesi possa contribuire alla nascita di una
nuova convivenza.
Info: tel. 011.443.4876/7/8/0.
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PROGETTARE
LA SOLIDARIETÀ
GLI INTERVENTI DELLA CITTÀ DI TORINO
di
Sergio
Capelli
Una
tipologia di cooperazione internazionale che oggi sembra avere un grosso
successo e ottenere importanti risultati è la cooperazione decentrata.
Ovvero il rapporto diretto fra Enti locali del Paese donatore e quelli
del Paese ricevente, per lo più nella forma di gemellaggi e partenariati.
In quest'ottica si pongono i progetti che la Città di Torino ha
avviato in molti Paesi sparsi in tutto il mondo: Brasile (Campo Grande),
Palestina (Gaza), Israele (Haifa), Marocco (Khouribga), Albania (Scutari),
Bosnia (Breza), Serbia (Kragujevac), Burkina Faso (Ougadougou), Capo Verde
(Praia), Argentina (Cordoba) e Guatemala (Quetzaltenango).
Proviamo ad analizzare i progetti di Quetzaltenango e di Breza, facendoci
raccontare l'esperienza di chi a tali progetti (o a parte di essi) ha
partecipato. Due donne che, lungi dell'essere professioniste della cooperazione
internazionale, sono entrate in contatto con questo mondo grazie alle
loro professionalità, alle loro specializzazioni lavorative.
Breza
Fin dai
primi anni di guerra nella ex-Jugoslavia il Piemonte, e in particolare
la zona del Torinese, si sono distinti per l'aiuto prestato alle popolazioni
civili coinvolte nel conflitto. Molti profughi hanno trovato ospitalità
sotto la Mole, molti di più hanno potuto essere aiutati nel loro
paese, grazie all'opera di molti volontari che hanno contribuito attivamente
nel portare aiuti umanitari nei paesi coinvolti nel conflitto.
Ora che la guerra è finita, non viene meno questa sorta di gemellaggio
umanitario fra Torino e l'Ex-Jugoslavia. In particolare, è in
atto un progetto nella cittadina bosniaca di Breza. Nell'ambito di un
"Coordinamento Comuni per la Pace", comprendente 34 municipalità
(fra cui Comune e Provincia di Torino), i sindacati CGIL CISL e UIL,
la RE.TE ONG e l'associazione Alma Terra, che ha permesso di ottimizzare
le risorse d'intervento, si sono potuti realizzare diversi pregetti:
sono stati ricostruiti due complessi scolastici resi inutilizzabili
dai danni subiti durante il conflitto; è stato allestito un laboratorio
di analisi delle acque destinate all'uso umano, troppo spesso fonti
di epidemie e contaminazioni di massa; si è dotata l'azienda
Municipalizzata di Breza di una macchina impacchettatrice universale
per permettere la riqualificazione e l'utilizzazione di personale invalido
(e dopo un conflitto come quello Jugoslavo, in cui le mine antiuomo
hanno fatto la parte del leone di invalidi o mutilati ce ne sono veramente
molti); è stato istituito un Fondo Rotativo per tutelare le categorie
più deboli che permette di accedere a forme di microcredito ai
membri delle associazioni degli invalidi di Guerra, invalidi civili
e della Miniera (fino al periodo pre-bellico il centro economico della
città) e della associazione non vedenti; infine un centro femminile.
Proprio per attività legate a questo centro è da poco
andata a Breeza Maria Pia Viglino, ostetrica presso un consultorio famigliare.
CI facciamo spiegare qualcosa di più a proposito del centro "Il
centro è un centro di aggregazione, di formazione per le donne
locali, gestito da donne locali. La situazione attuale non è
delle più rosee: molte delle donne che ho incontrato o sono vedove
o, peggio, hanno mariti che portano ben visibili i segni della guerra
e che sono invalidi o mutilati. E praticamente nessuna ha un lavoro.
Qui cercano il modo di raggranellare il minimo indispensabile per la
sopravvivenza fabbricando e vendendo bambole, ricamando, decorando vasi.
E nel frattempo hanno la possibilità di frequentare dei corsi,
siano essi di alfabetizzazione primaria o di inglese".
"il ruolo di noi italiani - continua Maria Pia Viglino - è
quello di organizzare e formare le donne del posto. Tutte persone di
cultura e con una forza interiore eccezionale. Io ad esempio sono stata
contattata da Margherita Granero dell'Associazione "Alma Terra"
per collaborare alla creazione di un laboratorio all'interno del centro
dove si possa praticare un'attività consultoriale per la prevenzione
del carcinoma al collo dell'utero. Dopo una guerra le donne hanno, generalmente,
altre priorità e la prevenzione spesso non rientra fra queste.
Ma senza le donne una società muore".
Torino è da sempre una città che ha fatto propria la causa
dei più deboli e dei più sfortunati. Non possiamo dimenticare
che è la città di Don Bosco, di Ernesto Olivero e del
Sermig, di Luigi Ciotti e del Gruppo Abele.
E anche il Comune di Torino si è da tempo attivato nel campo
della cooperazione internazionale ponendosi come obiettivo la difesa
e la promozione dei beni pubblici e locali, per la creazione di una
pace fondata sulla giustizia sociale, sul rispetto della libertà
e dei diritti umani, in particolare dei bambini e delle donne, su uno
sviluppo sostenibile. Tre sono i filoni principali del programma d'azione:
l'educazione alla convivenza e al pensare interculturali creando un
coordinamento delle iniziative, campagne di sensibilizzazione, opportunità
di incontri, approfondimenti; associare la cooperazione e immigrazione,
privilegiando i rapporti con i Paesi e le città di origine degli
immigrati, favorendo il ruolo dei migranti e delle loro associazioni
come soggetti attivi della cooperazione; la cooperazione allo sviluppo
locale. E proprio a quest'ultimo filone appartengono i progetti che
il comune di Torino ha attivato, sotto forma di partenariato in alcune
delle zone più bisognose: Medioriente, Africa Mediterranea e
Subsahariana, Balcani e America Latina.
La città di Torino, attraverso il suo Settore Cooperazione e
Pace, ha scelto di operare attraverso gemellaggi, visti come
strumenti di alto valore simbolico, che consentano di costruire, nel
tempo, dei veri e propri gemellaggi di comunità. Una scelta
che nasce dalla convinzione che il rafforzamento della pace passa attraverso
la rimozione delle cause che hanno determinato i conflitti e passa attraverso
il rafforzamento della dialettica democratica, delle istituzioni locali
e della partecipazione della collettività.
Per il 1997 sono state individuate tre aree di intervento: Ex - Jugoslavia,
partecipando alla ricostruzione della Città di Breza, in Bosnia
Erzegovina, nell'ambito del gemellaggio tra la Regione Piemonte e il
Cantone di Zenica; Palestina e Israele, attraverso i gemellaggi
con le Città di Gaza e Haifa; il Guatemala, attraverso
il gemellaggio con la Città di Quetzaltenango.
Queste tre aree, pur così distanti geograficamente e storicamente,
sono accomunate da un aspetto: la firma di accordi di pace dopo anni
di conflitto.
Un progetto impegnativo, che non può prescindere dalla collaborazione
con la società civile e con organizzazioni volontarie o ONG.
Il
Guatemala: L'eterno dimenticato
Così lo definisce Miguel Angel Asturias, premio Nobel per la
letteratura 1967.
In Guatemala vivono oltre 10 milioni di abitanti, di cui due
terzi indigeni direttamente discendenti dai Maya. Una proprietà
agricola è altamente concentrata (il 2,2% della popolazione
possiede il 65% della terra coltivabile); una disoccupazione a livelli
da record (il 40% della popolazione attiva del Guatemala sia disoccupata
ed un ulteriore 30% sotto occupata) e una povertà estrema (l'83%
dei guatemaltechi sono poveri, cioè non possono soddisfare le
necessità basilari, ed il 54% sono in condizioni di estrema povertà,
ovvero non possono soddisfare nemmeno i bisogni alimentari) sono le
principali caratteristiche sociopolitiche del Paese. Soprattutto per
le condizioni di vita nell'area rurale, dove vive la maggioranza della
popolazione, il Guatemala è considerato uno dei paesi peggio
alimentati dell'America Latina. La situazione sanitaria è
gravissima; la speranza di vita dei guatemaltechi è di 57 anni,
ma quella degli indigeni non sorpassa i 50 anni. La mortalità
infantile dei bambini sotto i 5 anni è dell'85 per mille, e l'82%
di essi sono denutriti. Secondo le statistiche ufficiali il 50% della
popolazione è analfabeta, ma altre valutazioni alzano la stima
al 70%.
Per circa un trentennio il Paese ha conosciuto un regime generalizzato
di terrore, che nel 1983 è stato condannato anche dalle Nazioni
Unite. Le cifre del genocidio sono agghiaccianti. A partire dalla fine
degli anni '60 ci son stati 120.000 omicidi di Stato, 40.000 desaparecidos,
1 milione di profughi interni (desplazados), 250.000 rifugiati all'estero.
Dopo oltre trent'anni di conflitto armato interno, e dopo sei
anni di negoziato, il 29 dicembre 1996 si è finalmente giunti
alla firma dell'accordo finale di pace, alla presenza del Segretario
generale delle Nazioni Unite. L'applicazione degli accordi di pace impegna
il Governo a garantire i diritti umani; riconosce il diritto della popolazione
sradicata dal conflitto a risiedere e vivere liberamente in condizioni
di sicurezza e dignità; riconosce il diritto del popolo del Guatemala
di conoscere la piena verità riguardo alle violazioni dei diritti
umani e i fatti di violenza verificatisi nel quadro del conflitto armato
interno; comporta il riconoscimento dell'identità e diritti dei
popoli indigeni nonché il rispetto e godimento dei diritti politici,
culturali, economici e spirituali di tutti i guatemaltechi.
Il 29 dicembre 1996 è terminato il confronto bellico,
ma la società guatemalteca mantiene nel suo interno molti conflitti
latenti; con la firma degli accordi di pace comincia la grande sfida
di "avanzare" il processo di pace, in tutte le articolazioni
e molteplici possibilità, politiche economiche sociali e culturali,
per la crescita del popolo guatemalteco e di una nazione realmente multietnica,
pluriculturale e multilingue.
A Torino esiste una lunga tradizione di appoggio e sostegno al processo
di democratizzazione del Guatemala.
Questa attenzione ha trovato espressione concreta nella concessione
della cittadinanza onoraria a Rigoberta Menchù e nell'appoggio
di tutto il Senato Accademico dell'Università di Torino alla
sua candidatura a Premio Nobel per la Pace 1992.
Nel quadro di questi rapporti amichevoli rientra il gemellaggio con
la città di Quetzaltenango.
Il rafforzamento del processo di pace; la conoscenza, la diffusione
e la salvaguardia della millenaria cultura degli indigeni; l'individuazione
di vie di sviluppo compatibile sono i principali obiettivi del progetto
L'obiettivo di fondo del progetto del tavolo di coordinamento al quale
partecipano l'Università di Torino, il Comitato Guatemala e numerose
ONG (Re.Te, CISV, MAIS, APS, CCM).
Spesso nei Paesi in Via di Sviluppo, l'acqua è uno dei mezzi
con cui le infezioni e le malattie si trasformano in vere e proprie
epidemie. Non è forse quello di non bere acqua corrente, ma solo
acqua confezionata il primo di una lunga lista di avvertimenti per tutelare
la propria salute quando si decide di partire verso queste zone? E così,
con la collaborazione della Smat, il Comune di Torino ha realizzato
un laboratorio per le analisi delle acque. "In Guatemala, non esisteva
di un solo laboratorio per le analisi - afferma Rita Binetti, che in
Guatemala,a Quetzaltenango è andata a realizzare il laboratorio
in questione - e così nel maggio 2000 siamo andati a realizzarne
uno. Il lavoro è stato lungo e faticoso: innanzitutto abbiamo
dovuto fare un'analisi su quello che era lo stato dell'acquedotto locale,
individuare e risolvere gli eventuali problemi e infine progettare e
realizzare il laboratorio. In realtà gran parte del lavoro è
stato fatto nella nostra sede torinese: a Quetzaltenango siamo stati
solo una settimana per montare il laboratorio con l'aiuto di tecnici
locali. A Torino abbiamo anche ospitato e formato due tecnici guatemaltechi
che fossero in grado di utilizzare le attrezzature che abbiamo portato.
Siamo stati a Quetzaltenango solo una settimana, e i ritmi di lavoro
non ci hanno permesso di avere grossi contatti con la popolazione locale,
ma una cosa la posso dire con certezza: mai abbiamo percepito tensione
e mai abbiamo avuto la sensazione di essere in un paese che da pochissimi
anni era uscito da un conflitto interno di durata più che trentennale"
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