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settembre/ottobre 2002







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Il settore Cooperazione internazionale e Pace
Da tempo la Città di Torino ha attivato una serie di programmi che testimoniano una particolare sensibilità verso i problemi della pace, del disarmo, dell'interculturalità e della cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo.
Così è nato l'Ufficio Pace, Solidarietà e Cooperazione Internazionale (oggi Settore Cooperazione Internazionale e Pace) che ha il compito di promuovere interventi di Cooperazione Decentrata in Paesi in Via di sviluppo come metodo per sostenere processi di sviluppo gestiti e attuati dalla gente del posto e Gemellaggi di solidarietà per assistere ed accompagnare il percorso di pace in Paesi che abbiano recentemente siglato accordi di pace e si stiano avviando verso un processo di convivenza multietnica difficoltoso.
Inoltre il settore si incarica di formare, coinvolgere e sensibilizzare la cittadinanza torinese ai temi della pace e dei diritti umani, nella convinzione che un'esperienza di dialogo e riflessione fra cittadini torinesi possa contribuire alla nascita di una nuova convivenza.
Info: tel. 011.443.4876/7/8/0.

 

 

 


PROGETTARE LA SOLIDARIETÀ
GLI INTERVENTI DELLA CITTÀ DI TORINO

di Sergio Capelli



Una tipologia di cooperazione internazionale che oggi sembra avere un grosso successo e ottenere importanti risultati è la cooperazione decentrata. Ovvero il rapporto diretto fra Enti locali del Paese donatore e quelli del Paese ricevente, per lo più nella forma di gemellaggi e partenariati. In quest'ottica si pongono i progetti che la Città di Torino ha avviato in molti Paesi sparsi in tutto il mondo: Brasile (Campo Grande), Palestina (Gaza), Israele (Haifa), Marocco (Khouribga), Albania (Scutari), Bosnia (Breza), Serbia (Kragujevac), Burkina Faso (Ougadougou), Capo Verde (Praia), Argentina (Cordoba) e Guatemala (Quetzaltenango).
Proviamo ad analizzare i progetti di Quetzaltenango e di Breza, facendoci raccontare l'esperienza di chi a tali progetti (o a parte di essi) ha partecipato. Due donne che, lungi dell'essere professioniste della cooperazione internazionale, sono entrate in contatto con questo mondo grazie alle loro professionalità, alle loro specializzazioni lavorative.

Breza
Fin dai primi anni di guerra nella ex-Jugoslavia il Piemonte, e in particolare la zona del Torinese, si sono distinti per l'aiuto prestato alle popolazioni civili coinvolte nel conflitto. Molti profughi hanno trovato ospitalità sotto la Mole, molti di più hanno potuto essere aiutati nel loro paese, grazie all'opera di molti volontari che hanno contribuito attivamente nel portare aiuti umanitari nei paesi coinvolti nel conflitto.
Ora che la guerra è finita, non viene meno questa sorta di gemellaggio umanitario fra Torino e l'Ex-Jugoslavia. In particolare, è in atto un progetto nella cittadina bosniaca di Breza. Nell'ambito di un "Coordinamento Comuni per la Pace", comprendente 34 municipalità (fra cui Comune e Provincia di Torino), i sindacati CGIL CISL e UIL, la RE.TE ONG e l'associazione Alma Terra, che ha permesso di ottimizzare le risorse d'intervento, si sono potuti realizzare diversi pregetti: sono stati ricostruiti due complessi scolastici resi inutilizzabili dai danni subiti durante il conflitto; è stato allestito un laboratorio di analisi delle acque destinate all'uso umano, troppo spesso fonti di epidemie e contaminazioni di massa; si è dotata l'azienda Municipalizzata di Breza di una macchina impacchettatrice universale per permettere la riqualificazione e l'utilizzazione di personale invalido (e dopo un conflitto come quello Jugoslavo, in cui le mine antiuomo hanno fatto la parte del leone di invalidi o mutilati ce ne sono veramente molti); è stato istituito un Fondo Rotativo per tutelare le categorie più deboli che permette di accedere a forme di microcredito ai membri delle associazioni degli invalidi di Guerra, invalidi civili e della Miniera (fino al periodo pre-bellico il centro economico della città) e della associazione non vedenti; infine un centro femminile.
Proprio per attività legate a questo centro è da poco andata a Breeza Maria Pia Viglino, ostetrica presso un consultorio famigliare. CI facciamo spiegare qualcosa di più a proposito del centro "Il centro è un centro di aggregazione, di formazione per le donne locali, gestito da donne locali. La situazione attuale non è delle più rosee: molte delle donne che ho incontrato o sono vedove o, peggio, hanno mariti che portano ben visibili i segni della guerra e che sono invalidi o mutilati. E praticamente nessuna ha un lavoro. Qui cercano il modo di raggranellare il minimo indispensabile per la sopravvivenza fabbricando e vendendo bambole, ricamando, decorando vasi. E nel frattempo hanno la possibilità di frequentare dei corsi, siano essi di alfabetizzazione primaria o di inglese".
"il ruolo di noi italiani - continua Maria Pia Viglino - è quello di organizzare e formare le donne del posto. Tutte persone di cultura e con una forza interiore eccezionale. Io ad esempio sono stata contattata da Margherita Granero dell'Associazione "Alma Terra" per collaborare alla creazione di un laboratorio all'interno del centro dove si possa praticare un'attività consultoriale per la prevenzione del carcinoma al collo dell'utero. Dopo una guerra le donne hanno, generalmente, altre priorità e la prevenzione spesso non rientra fra queste. Ma senza le donne una società muore".
Torino è da sempre una città che ha fatto propria la causa dei più deboli e dei più sfortunati. Non possiamo dimenticare che è la città di Don Bosco, di Ernesto Olivero e del Sermig, di Luigi Ciotti e del Gruppo Abele.
E anche il Comune di Torino si è da tempo attivato nel campo della cooperazione internazionale ponendosi come obiettivo la difesa e la promozione dei beni pubblici e locali, per la creazione di una pace fondata sulla giustizia sociale, sul rispetto della libertà e dei diritti umani, in particolare dei bambini e delle donne, su uno sviluppo sostenibile. Tre sono i filoni principali del programma d'azione: l'educazione alla convivenza e al pensare interculturali creando un coordinamento delle iniziative, campagne di sensibilizzazione, opportunità di incontri, approfondimenti; associare la cooperazione e immigrazione, privilegiando i rapporti con i Paesi e le città di origine degli immigrati, favorendo il ruolo dei migranti e delle loro associazioni come soggetti attivi della cooperazione; la cooperazione allo sviluppo locale. E proprio a quest'ultimo filone appartengono i progetti che il comune di Torino ha attivato, sotto forma di partenariato in alcune delle zone più bisognose: Medioriente, Africa Mediterranea e Subsahariana, Balcani e America Latina.
La città di Torino, attraverso il suo Settore Cooperazione e Pace, ha scelto di operare attraverso gemellaggi, visti come strumenti di alto valore simbolico, che consentano di costruire, nel tempo, dei veri e propri gemellaggi di comunità. Una scelta che nasce dalla convinzione che il rafforzamento della pace passa attraverso la rimozione delle cause che hanno determinato i conflitti e passa attraverso il rafforzamento della dialettica democratica, delle istituzioni locali e della partecipazione della collettività.
Per il 1997 sono state individuate tre aree di intervento: Ex - Jugoslavia, partecipando alla ricostruzione della Città di Breza, in Bosnia Erzegovina, nell'ambito del gemellaggio tra la Regione Piemonte e il Cantone di Zenica; Palestina e Israele, attraverso i gemellaggi con le Città di Gaza e Haifa; il Guatemala, attraverso il gemellaggio con la Città di Quetzaltenango.
Queste tre aree, pur così distanti geograficamente e storicamente, sono accomunate da un aspetto: la firma di accordi di pace dopo anni di conflitto.
Un progetto impegnativo, che non può prescindere dalla collaborazione con la società civile e con organizzazioni volontarie o ONG.

Il Guatemala: L'eterno dimenticato
Così lo definisce Miguel Angel Asturias, premio Nobel per la letteratura 1967.
In Guatemala vivono oltre 10 milioni di abitanti, di cui due terzi indigeni direttamente discendenti dai Maya. Una proprietà agricola è altamente concentrata (il 2,2% della popolazione possiede il 65% della terra coltivabile); una disoccupazione a livelli da record (il 40% della popolazione attiva del Guatemala sia disoccupata ed un ulteriore 30% sotto occupata) e una povertà estrema (l'83% dei guatemaltechi sono poveri, cioè non possono soddisfare le necessità basilari, ed il 54% sono in condizioni di estrema povertà, ovvero non possono soddisfare nemmeno i bisogni alimentari) sono le principali caratteristiche sociopolitiche del Paese. Soprattutto per le condizioni di vita nell'area rurale, dove vive la maggioranza della popolazione, il Guatemala è considerato uno dei paesi peggio alimentati dell'America Latina. La situazione sanitaria è gravissima; la speranza di vita dei guatemaltechi è di 57 anni, ma quella degli indigeni non sorpassa i 50 anni. La mortalità infantile dei bambini sotto i 5 anni è dell'85 per mille, e l'82% di essi sono denutriti. Secondo le statistiche ufficiali il 50% della popolazione è analfabeta, ma altre valutazioni alzano la stima al 70%.
Per circa un trentennio il Paese ha conosciuto un regime generalizzato di terrore, che nel 1983 è stato condannato anche dalle Nazioni Unite. Le cifre del genocidio sono agghiaccianti. A partire dalla fine degli anni '60 ci son stati 120.000 omicidi di Stato, 40.000 desaparecidos, 1 milione di profughi interni (desplazados), 250.000 rifugiati all'estero.
Dopo oltre trent'anni di conflitto armato interno, e dopo sei anni di negoziato, il 29 dicembre 1996 si è finalmente giunti alla firma dell'accordo finale di pace, alla presenza del Segretario generale delle Nazioni Unite. L'applicazione degli accordi di pace impegna il Governo a garantire i diritti umani; riconosce il diritto della popolazione sradicata dal conflitto a risiedere e vivere liberamente in condizioni di sicurezza e dignità; riconosce il diritto del popolo del Guatemala di conoscere la piena verità riguardo alle violazioni dei diritti umani e i fatti di violenza verificatisi nel quadro del conflitto armato interno; comporta il riconoscimento dell'identità e diritti dei popoli indigeni nonché il rispetto e godimento dei diritti politici, culturali, economici e spirituali di tutti i guatemaltechi.
Il 29 dicembre 1996 è terminato il confronto bellico, ma la società guatemalteca mantiene nel suo interno molti conflitti latenti; con la firma degli accordi di pace comincia la grande sfida di "avanzare" il processo di pace, in tutte le articolazioni e molteplici possibilità, politiche economiche sociali e culturali, per la crescita del popolo guatemalteco e di una nazione realmente multietnica, pluriculturale e multilingue.
A Torino esiste una lunga tradizione di appoggio e sostegno al processo di democratizzazione del Guatemala.
Questa attenzione ha trovato espressione concreta nella concessione della cittadinanza onoraria a Rigoberta Menchù e nell'appoggio di tutto il Senato Accademico dell'Università di Torino alla sua candidatura a Premio Nobel per la Pace 1992.
Nel quadro di questi rapporti amichevoli rientra il gemellaggio con la città di Quetzaltenango.
Il rafforzamento del processo di pace; la conoscenza, la diffusione e la salvaguardia della millenaria cultura degli indigeni; l'individuazione di vie di sviluppo compatibile sono i principali obiettivi del progetto L'obiettivo di fondo del progetto del tavolo di coordinamento al quale partecipano l'Università di Torino, il Comitato Guatemala e numerose ONG (Re.Te, CISV, MAIS, APS, CCM).
Spesso nei Paesi in Via di Sviluppo, l'acqua è uno dei mezzi con cui le infezioni e le malattie si trasformano in vere e proprie epidemie. Non è forse quello di non bere acqua corrente, ma solo acqua confezionata il primo di una lunga lista di avvertimenti per tutelare la propria salute quando si decide di partire verso queste zone? E così, con la collaborazione della Smat, il Comune di Torino ha realizzato un laboratorio per le analisi delle acque. "In Guatemala, non esisteva di un solo laboratorio per le analisi - afferma Rita Binetti, che in Guatemala,a Quetzaltenango è andata a realizzare il laboratorio in questione - e così nel maggio 2000 siamo andati a realizzarne uno. Il lavoro è stato lungo e faticoso: innanzitutto abbiamo dovuto fare un'analisi su quello che era lo stato dell'acquedotto locale, individuare e risolvere gli eventuali problemi e infine progettare e realizzare il laboratorio. In realtà gran parte del lavoro è stato fatto nella nostra sede torinese: a Quetzaltenango siamo stati solo una settimana per montare il laboratorio con l'aiuto di tecnici locali. A Torino abbiamo anche ospitato e formato due tecnici guatemaltechi che fossero in grado di utilizzare le attrezzature che abbiamo portato. Siamo stati a Quetzaltenango solo una settimana, e i ritmi di lavoro non ci hanno permesso di avere grossi contatti con la popolazione locale, ma una cosa la posso dire con certezza: mai abbiamo percepito tensione e mai abbiamo avuto la sensazione di essere in un paese che da pochissimi anni era uscito da un conflitto interno di durata più che trentennale"

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