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UN
LAVORO DA BAMBINI
di
Viviana Masai
Fabbricanti
di mattoni a Bogotà, produttori di giocattoli per conto di multinazionali
occidentali ad Hong Kong, domestici nello Sri Lanka, coinvolti nella prostituzione
a Bangkok. Cos'hanno in comune? Fanno parte del grande esercito del lavoro
minorile nel mondo: duecentocinquanta milioni di bambini dai cinque ai
quattordici anni, secondo le stime, solo nei Paesi in via di sviluppo.
In genere è a questo livello che ci si occupa di lavoro minorile:
nei luoghi in cui la povertà s'insinua fra le pieghe di ogni cosa,
i bambini s'impiegano, e spesso abbandonano prematuramente gli studi,
per contribuire al sostentamento familiare.
Ma i Paesi industrializzati non sono sollevati dal peccato: statistiche
recenti hanno portato alla ribalta un fenomeno che non si credeva essere
così diffuso, sebbene presenti caratteri diversi rispetto a quello
delle Nazioni povere. Due esempi: L'OIL (l'Organizzazione Internazionale
del Lavoro) qualche anno fa calcolava che negli USA lavora il 28% dei
bambini sino a quindici anni; il Portogallo, che ha condotto indagini
apposite, vede, nell'anno 1999, il 5,4% dei bambini essere "economicamente
attivo".
E l'Italia? Non resta fuori dai giochi, anzi, le ricerche effettuate negli
ultimi tre anni hanno evidenziato i numeri notevoli e la varietà
del fenomeno, che comprende tanto lavoretti non necessariamente incompatibili
con l'attività scolastica e con lo sviluppo psico-fisico del bambino,
quanto lavori a tempo pieno, dannosi perché strappano il minore
dalla scuola e dallo svago. E poi i minori immigrati, lavavetri o ambulanti,
per i quali possiamo tentare delle stime attraverso i nostri stessi occhi:
i bambini sulla strada, infatti, li vediamo tutti i giorni.
Ultima occasione per discutere del fenomeno nel nostro Paese è
stato lo scorso 12 giugno: la Giornata mondiale contro il lavoro minorile.
Riflessioni sul problema sono giunte dalle parti politiche, dalle associazioni
sindacali, dall'ISTAT, che ha presentato un nuovo lavoro intitolato "Bambini,
lavori e lavoretti, verso un sistema informativo sul lavoro minorile"
(www.istat.it).
La
situazione in Italia
Il grado di coinvolgimento dei giovani nel lavoro è, come visto,
estremamente vario. I dati raccolti dall'ISTAT dicono che i ragazzi
dai sette ai quindici anni che al momento della rilevazione, nel 2000,
svolgevano un'attività di qualsiasi tipo erano circa 144.285:
il 3,1% dei circa quattro milioni e mezzo bambini di quell'età.
La quota percentuale risulta essere decisamente crescente con l'età:
l'incidenza è del 0,5% dei bambini dai sette ai dieci anni, del
3,7% dagli undici ai tredici, dell'11,6% per i quattordicenni.
Bisogna sempre fare attenzione a considerare che il lavoro minorile
è illegale, dunque è svolto in nero: ciò significa
che i dati che si leggono sono tutti ottenuti su base statistica. L'ISTAT
spiega il metodo utilizzato nel suo lavoro di ricerca: le interviste
a testimoni privilegiati, l'analisi di fenomeni correlati al lavoro
minorile, come l'abbandono scolastico o gli infortuni sul lavoro, l'effettuazione
di indagini a campione direttamente sui ragazzi. Spiega anche che l'inchiesta,
pur prendendo in considerazione anche le forme peggiori di sfruttamento,
non ha l'ambizione di arrivare a quantificare con precisione un fenomeno
così estremo e, di conseguenza, così nascosto.
Forse proprio attraverso questa difficoltà a reperire informazioni
sicure, si spiega la notevole differenza di numeri tra la statistica
ISTAT e l'inchiesta effettuata dalla CIGL, raccolta nel libro: Lavoro
e lavori minorili (ed. Ediesse, 2000). Nel 2000, quando fu presentata
l'inchiesta, secondo quelle stime i minori dai 10 ai 14 anni che in
Italia svolgevano qualsiasi tipo di attività (dalle più
leggere a quelle massacranti) risultavano essere circa 400.000, di cui
50.000 immigrati (i dati al completo sono reperibili sul sito www.rassegna.it).
Questa inchiesta mise in luce anche i numeri del lavoro minorile per
ogni singola Regione d'Italia. Uno dei curatori dell'inchiesta, Gianni
Paone, della CGIL, così commentò i dati in quell'occasione:
"Soprattutto al Nord e al Centro i bambini tendono a lavorare in
famiglia dove, per gli evidenti vincoli affettivi, non possono negoziare
nulla sulle modalità del proprio impiego. Vengono occupati magari
prima di andare a scuola, alle cinque del mattino, oppure dopo le lezioni
e fino a tarda sera. Divengono un bene privato, insomma. Tale situazione
è in atto soprattutto al Centro e nel Settentrione a causa delle
caratteristiche economiche di queste aree, ma abbiamo rilevato anche
una povertà culturale che costituisce forse l'elemento più
inquietante della vicenda. In particolare, nel Nord-Est le famiglie
non riconoscono alla scuola alcun ruolo positivo, tendono a far completare
ai figli gli studi obbligatori e contemporaneamente li fanno lavorare.
Ma dopo la terza media tolgono i bambini dalla scuola. Al Sud, invece,
prevale ancora una dinamica tradizionale: la maggior parte dei minori
lavora presso terzi e la percentuale di abbandono scolastico è
molto alta". Anche dal lavoro dell'ISTAT, sono Nord-Est e Sud ad
emergere come le parti più colpite dal fenomeno.
Un altro dato che può aiutare a farsi un'idea del lavoro minorile
è quello fornito dall'INAIL: gli infortuni denunciati per i minori
di 18 anni nell'anno 2000 sono stati 17.147 in Italia; nel 2001 il numero
scende di circa 200 unità. Questi dati si riferiscono al settore
del commercio, dell'industria e del terziario. Molto più bassi,
invece, i numeri degli incidenti nell'agricoltura: 442 incidenti nel
2000, 383 nel 2001.
Child
work e child labour: lavoro e sfruttamento
Lavoro minorile e sfruttamento sono due fenomeni distinti.
Il secondo, il child labour, altro non è se non il lavoro minorile
manifestatosi nelle forme peggiori: attività pericolose o stancanti,
a volte svolte con continuità e non sempre compatibili con lo
studio e lo svago. Secondo l'ISTAT, in Italia sono 31.500 i minori sfruttati
in tal modo. Il dato è notevolmente più incidente per
i bambini di quattordici anni piuttosto che per i più piccoli,
ma esiste già, seppur con percentuali minime, dai sette anni.
I due fenomeni sono divisi dall'ISTAT anche in base al contesto in cui
nascono: è più facile che lo sfruttamento si verifichi
nell'ambito di famiglie numerose ed in cui non vi sono occupati. E',
dunque, maggiormente legato a situazioni di disagio economico.
Gianni Paone sottolinea però come in Italia non esista la differenza,
tipica dei Paesi in via di sviluppo, tra child work e child labour.
"Da noi esistono elementi di sfruttamento anche nel child work"
dice, riferendosi al fenomeno a cui si è accennato sopra, dei
minori che lavorano in famiglia senza poter negoziare condizioni e orari
di impiego.
Anche per il semplice child work, comunque, l'ISTAT rileva come la probabilità
che un ragazzo abbia esperienze di lavoro prima dei quindici anni è
inversamente proporzionale al grado di istruzione del capofamiglia;
inoltre il rapporto con la scuola è messo duramente alla prova
anche da piccole attività svolte prima dei quindici anni: la
percentuale di chi lo ha fatto è sensibilmente più alta
fra quanti hanno conseguito la licenza media con un voto minimo o non
l'hanno conseguita affatto. Non è tuttavia semplice stabilire
il rapporto di causa-effetto: è la cattiva propensione allo studio
a spingere i ragazzi verso il mondo del lavoro o sono gli impegni extrascolastici
a pregiudicarne l'esito?
Immigrati
e sfruttati
Sembra quasi che l'età media dei venditori ambulanti e dei lavavetri,
stranieri clandestini che lavorano sulle strade delle nostre città,
tenda ad abbassarsi nel tempo. Che cosa nasconde questo fenomeno? Perché
questi ragazzini accettano impieghi in cui sono sfruttati e che non
possono dare loro un futuro?
Laura Marzin, Responsabile dell'Ufficio minori stranieri del Comune
di Torino, spiega "Il fenomeno degli ambulanti è soprattutto
quello dei ragazzini non accompagnati in Italia dalla famiglia. In genere
il motivo per cui non vogliono lasciare questa attività, è
il bisogno di sanare il debito che la famiglia ha contratto per mandarli
qui; qualora questo sia già stato estinto, sono più disponibili
a farsi aiutare da noi. È comunque da considerare che i genitori
li mandano anche piccoli, di 12-13 anni, e sono a conoscenza del modo
in cui saranno impiegati in Italia: lo vedono come un investimento per
il futuro, perché quando il debito sarà sanato il minore
continuerà ad inviare denaro alla famiglia nel Paese d'origine.
È chiaro che queste sono attività che non garantiscono
certezze, ma la loro condizione culturale è diversa dalla nostra:
non esiste l'idea di una progettualità per il futuro ma solo
quella di rimediare a necessità attuali".
L'Ufficio minori stranieri del comune di Torino (via Cottolengo 26,
ricevimento lunedì pomeriggio 14-16, tel. 011.4429433) si occupa
proprio di dare sostegno e consulenza a questi ragazzini che sono in
Italia a lavorare da soli. A monte del problema, però, c'è
il fatto che la loro presenza da noi è illegale: non possono
rimanere in Italia senza l'autorizzazione del Comitato Ministeriale
Stranieri. Così l'Ufficio Comunale si occupa di contattarlo;
il Comitato, dopo avere effettuato le dovute indagini, decide se il
minore può restare a vivere e a lavorare in Italia oppure se
deve tornare nel suo Paese d'origine. Il provvedimento di rimpatrio
resta, però, lettera morta, se il minore continua a nascondersi
e a lavorare clandestinamente
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