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settembre/ottobre 2002






 


UN LAVORO DA BAMBINI

di Viviana Masai

Fabbricanti di mattoni a Bogotà, produttori di giocattoli per conto di multinazionali occidentali ad Hong Kong, domestici nello Sri Lanka, coinvolti nella prostituzione a Bangkok. Cos'hanno in comune? Fanno parte del grande esercito del lavoro minorile nel mondo: duecentocinquanta milioni di bambini dai cinque ai quattordici anni, secondo le stime, solo nei Paesi in via di sviluppo. In genere è a questo livello che ci si occupa di lavoro minorile: nei luoghi in cui la povertà s'insinua fra le pieghe di ogni cosa, i bambini s'impiegano, e spesso abbandonano prematuramente gli studi, per contribuire al sostentamento familiare.
Ma i Paesi industrializzati non sono sollevati dal peccato: statistiche recenti hanno portato alla ribalta un fenomeno che non si credeva essere così diffuso, sebbene presenti caratteri diversi rispetto a quello delle Nazioni povere. Due esempi: L'OIL (l'Organizzazione Internazionale del Lavoro) qualche anno fa calcolava che negli USA lavora il 28% dei bambini sino a quindici anni; il Portogallo, che ha condotto indagini apposite, vede, nell'anno 1999, il 5,4% dei bambini essere "economicamente attivo".
E l'Italia? Non resta fuori dai giochi, anzi, le ricerche effettuate negli ultimi tre anni hanno evidenziato i numeri notevoli e la varietà del fenomeno, che comprende tanto lavoretti non necessariamente incompatibili con l'attività scolastica e con lo sviluppo psico-fisico del bambino, quanto lavori a tempo pieno, dannosi perché strappano il minore dalla scuola e dallo svago. E poi i minori immigrati, lavavetri o ambulanti, per i quali possiamo tentare delle stime attraverso i nostri stessi occhi: i bambini sulla strada, infatti, li vediamo tutti i giorni.
Ultima occasione per discutere del fenomeno nel nostro Paese è stato lo scorso 12 giugno: la Giornata mondiale contro il lavoro minorile. Riflessioni sul problema sono giunte dalle parti politiche, dalle associazioni sindacali, dall'ISTAT, che ha presentato un nuovo lavoro intitolato "Bambini, lavori e lavoretti, verso un sistema informativo sul lavoro minorile" (www.istat.it).

La situazione in Italia
Il grado di coinvolgimento dei giovani nel lavoro è, come visto, estremamente vario. I dati raccolti dall'ISTAT dicono che i ragazzi dai sette ai quindici anni che al momento della rilevazione, nel 2000, svolgevano un'attività di qualsiasi tipo erano circa 144.285: il 3,1% dei circa quattro milioni e mezzo bambini di quell'età.
La quota percentuale risulta essere decisamente crescente con l'età: l'incidenza è del 0,5% dei bambini dai sette ai dieci anni, del 3,7% dagli undici ai tredici, dell'11,6% per i quattordicenni.
Bisogna sempre fare attenzione a considerare che il lavoro minorile è illegale, dunque è svolto in nero: ciò significa che i dati che si leggono sono tutti ottenuti su base statistica. L'ISTAT spiega il metodo utilizzato nel suo lavoro di ricerca: le interviste a testimoni privilegiati, l'analisi di fenomeni correlati al lavoro minorile, come l'abbandono scolastico o gli infortuni sul lavoro, l'effettuazione di indagini a campione direttamente sui ragazzi. Spiega anche che l'inchiesta, pur prendendo in considerazione anche le forme peggiori di sfruttamento, non ha l'ambizione di arrivare a quantificare con precisione un fenomeno così estremo e, di conseguenza, così nascosto.
Forse proprio attraverso questa difficoltà a reperire informazioni sicure, si spiega la notevole differenza di numeri tra la statistica ISTAT e l'inchiesta effettuata dalla CIGL, raccolta nel libro: Lavoro e lavori minorili (ed. Ediesse, 2000). Nel 2000, quando fu presentata l'inchiesta, secondo quelle stime i minori dai 10 ai 14 anni che in Italia svolgevano qualsiasi tipo di attività (dalle più leggere a quelle massacranti) risultavano essere circa 400.000, di cui 50.000 immigrati (i dati al completo sono reperibili sul sito www.rassegna.it).
Questa inchiesta mise in luce anche i numeri del lavoro minorile per ogni singola Regione d'Italia. Uno dei curatori dell'inchiesta, Gianni Paone, della CGIL, così commentò i dati in quell'occasione: "Soprattutto al Nord e al Centro i bambini tendono a lavorare in famiglia dove, per gli evidenti vincoli affettivi, non possono negoziare nulla sulle modalità del proprio impiego. Vengono occupati magari prima di andare a scuola, alle cinque del mattino, oppure dopo le lezioni e fino a tarda sera. Divengono un bene privato, insomma. Tale situazione è in atto soprattutto al Centro e nel Settentrione a causa delle caratteristiche economiche di queste aree, ma abbiamo rilevato anche una povertà culturale che costituisce forse l'elemento più inquietante della vicenda. In particolare, nel Nord-Est le famiglie non riconoscono alla scuola alcun ruolo positivo, tendono a far completare ai figli gli studi obbligatori e contemporaneamente li fanno lavorare. Ma dopo la terza media tolgono i bambini dalla scuola. Al Sud, invece, prevale ancora una dinamica tradizionale: la maggior parte dei minori lavora presso terzi e la percentuale di abbandono scolastico è molto alta". Anche dal lavoro dell'ISTAT, sono Nord-Est e Sud ad emergere come le parti più colpite dal fenomeno.
Un altro dato che può aiutare a farsi un'idea del lavoro minorile è quello fornito dall'INAIL: gli infortuni denunciati per i minori di 18 anni nell'anno 2000 sono stati 17.147 in Italia; nel 2001 il numero scende di circa 200 unità. Questi dati si riferiscono al settore del commercio, dell'industria e del terziario. Molto più bassi, invece, i numeri degli incidenti nell'agricoltura: 442 incidenti nel 2000, 383 nel 2001.

Child work e child labour: lavoro e sfruttamento
Lavoro minorile e sfruttamento sono due fenomeni distinti.
Il secondo, il child labour, altro non è se non il lavoro minorile manifestatosi nelle forme peggiori: attività pericolose o stancanti, a volte svolte con continuità e non sempre compatibili con lo studio e lo svago. Secondo l'ISTAT, in Italia sono 31.500 i minori sfruttati in tal modo. Il dato è notevolmente più incidente per i bambini di quattordici anni piuttosto che per i più piccoli, ma esiste già, seppur con percentuali minime, dai sette anni.
I due fenomeni sono divisi dall'ISTAT anche in base al contesto in cui nascono: è più facile che lo sfruttamento si verifichi nell'ambito di famiglie numerose ed in cui non vi sono occupati. E', dunque, maggiormente legato a situazioni di disagio economico.
Gianni Paone sottolinea però come in Italia non esista la differenza, tipica dei Paesi in via di sviluppo, tra child work e child labour. "Da noi esistono elementi di sfruttamento anche nel child work" dice, riferendosi al fenomeno a cui si è accennato sopra, dei minori che lavorano in famiglia senza poter negoziare condizioni e orari di impiego.
Anche per il semplice child work, comunque, l'ISTAT rileva come la probabilità che un ragazzo abbia esperienze di lavoro prima dei quindici anni è inversamente proporzionale al grado di istruzione del capofamiglia; inoltre il rapporto con la scuola è messo duramente alla prova anche da piccole attività svolte prima dei quindici anni: la percentuale di chi lo ha fatto è sensibilmente più alta fra quanti hanno conseguito la licenza media con un voto minimo o non l'hanno conseguita affatto. Non è tuttavia semplice stabilire il rapporto di causa-effetto: è la cattiva propensione allo studio a spingere i ragazzi verso il mondo del lavoro o sono gli impegni extrascolastici a pregiudicarne l'esito?

Immigrati e sfruttati
Sembra quasi che l'età media dei venditori ambulanti e dei lavavetri, stranieri clandestini che lavorano sulle strade delle nostre città, tenda ad abbassarsi nel tempo. Che cosa nasconde questo fenomeno? Perché questi ragazzini accettano impieghi in cui sono sfruttati e che non possono dare loro un futuro?
Laura Marzin, Responsabile dell'Ufficio minori stranieri del Comune di Torino, spiega "Il fenomeno degli ambulanti è soprattutto quello dei ragazzini non accompagnati in Italia dalla famiglia. In genere il motivo per cui non vogliono lasciare questa attività, è il bisogno di sanare il debito che la famiglia ha contratto per mandarli qui; qualora questo sia già stato estinto, sono più disponibili a farsi aiutare da noi. È comunque da considerare che i genitori li mandano anche piccoli, di 12-13 anni, e sono a conoscenza del modo in cui saranno impiegati in Italia: lo vedono come un investimento per il futuro, perché quando il debito sarà sanato il minore continuerà ad inviare denaro alla famiglia nel Paese d'origine. È chiaro che queste sono attività che non garantiscono certezze, ma la loro condizione culturale è diversa dalla nostra: non esiste l'idea di una progettualità per il futuro ma solo quella di rimediare a necessità attuali".
L'Ufficio minori stranieri del comune di Torino (via Cottolengo 26, ricevimento lunedì pomeriggio 14-16, tel. 011.4429433) si occupa proprio di dare sostegno e consulenza a questi ragazzini che sono in Italia a lavorare da soli. A monte del problema, però, c'è il fatto che la loro presenza da noi è illegale: non possono rimanere in Italia senza l'autorizzazione del Comitato Ministeriale Stranieri. Così l'Ufficio Comunale si occupa di contattarlo; il Comitato, dopo avere effettuato le dovute indagini, decide se il minore può restare a vivere e a lavorare in Italia oppure se deve tornare nel suo Paese d'origine. Il provvedimento di rimpatrio resta, però, lettera morta, se il minore continua a nascondersi e a lavorare clandestinamente

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