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| Sei qui: Città di Torino >> Informagiovani >> Rivista Informagiovani >> Num. 05/2002 | ||
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KEMARI AL SAKKAA All'inizio credevamo tutti che fosse una normale partita a pallone. Ora, passata la sbornia, dimenticata la capocciata a rete di Ahn Jung Hwan e steso il necessario pietoso velo sul cartellino rosso dell'arbitro Moreno, possiamo finalmente distenderci, distogliere lo sguardo dal terreno di gioco e andare a rivedere quello che il mondiale è stato, oltre la palla. Una grande scommessa commerciale, innanzi tutto. Al Big Box di Takadanobaba, una delle aree universitarie di Tokyo, per tutto il mese di giugno la mercanzia calcistica (o preferite l'inglese merchandise?) ha soppiantato i tradizionali banchi dei libri usati. Con il logo disegnato dalla Sony Creative Products, maglie, scarpe con i tacchetti, fasce tergisudore, tute e brache come quelle dei pedatori nipponici in tv davano allo sport quella presenza fisica indispensabile al suo successo. Per non parlare della marea di gadget a tema: tappetini per il mouse, ciondoli da appendere al cellulare, berretti, visiere anti sole, ombrelli, asciugamani, posacenere e portasapone, portapenne e penne e matite, uno poteva rifarsi il guardaroba e l'arredamento della casa. Shinhatsubai era il termine per descrivere l'intera operazione di marketing: lo stesso che i grandi magazzini usano quando lanciano un nuovo prodotto. In Corea, dove la partecipazione popolare è stata molto più intensa che in Giappone, il mondiale non solo ha riunito le folle ma anche portato nuovi pezzi di arredo urbano, come quel monumento alla sfera di cuoio nel bel mezzo di una piazza e immancabilmente ripreso nei collegamenti da studio. E dire che ancora il 30 maggio scorso le agenzie di scommesse di Tokyo davano 150-1 che la Corea potesse mai arrivare in semifinale e una rivista specializzata in previsioni statistiche non le faceva passare il primo turno. Lo stravolgimento della geografia del pallone che il mondiale giocato in estremo Oriente ha operato, non può mettere tuttavia in secondo piano la trasformazione dell'immaginario, sopra tutto giovanile, di due nazioni. L'edizione giapponese del Time è uscita quattro settimane di fila con copertine dedicate alla coppa del mondo: a inizio giugno, secondo copione, campeggiava la risibile cresta di David Beckam; per il seguito, è stato un avvicendarsi di volti mai visti dalle nostre parti e invariabilmente asiatici: Junichi Inamoto (autore dell'1-0 nipponico ai danni della Russia), Shinji Ono magari conosciuto ai fan del Feyenoord che lo ha a contratto ma non certo oltre i confini olandesi e, ovviamente, il "nostro" esultante Ahn. Quanto a Nakata, gli atteggiamenti troppo schietti o troppo sfacciati ne hanno leggermente incrinato la popolarità; non è tanto lui a comparire in tv, quanto la sua controfigura caricaturale Hidetoshi Okata che se ne gira per le vie della capitale nipponica ingannando belle fanciulle sulla sua reale identità. Se in Europa il calcio è gioco per maschiacci, in Giappone e Corea, invece, non esistono accentuate distinzioni di sesso. La Hakuhodo Advertising Agency l'aveva messo in conto: per il successo del calcio in Giappone è cruciale conquistare il mercato femminile. Operazione riuscita: le femminucce tifano, si agitano e ingollano birra quanto i colleghi uomini. Ci si stupirebbe del contrario, che una casalinga giapponese non sostenesse la propria squadra impegnata nel torneo. O una studentessa non se ne stesse a naso in su per novanta minuti davanti allo schermo gigante dello StudioAlta nel quartiere di Shinjuku a Tokyo. E quante lacrime nascoste dietro una pudica mano dopo l'eliminazione. Che silenzio spettrale per le strade di Roppongi dove pochi giorni prima gli agenti della municipale faticavano a contenere entro marciapiedi e attraversamenti pedonali una folla che strabordava sulla carreggiata all'urlo di "Nippon! Nippon!" per il passaggio del turno. Altro che giapponesi controllati! Era tutto un alzare di braccia, urla, commenti ad alta voce, facce accaldate per l'emozione e, al fischio finale, salti di gioia, abbracci, gesti frenetici, ripetuti kampai con le lattine, risa al limite dell'isteria. Intanto la tv mandava in onda il post partita, con un moderatore tutt'altro che moderato, capace anzi di stringere i pugni sopra la scrivania in segno di vittoria, e sollevarsi dalla poltroncina quasi dovesse augurare lunga vita all'imperatore con il rituale banzai! banzai! banzai! Di violenza, però, neanche l'accenno; né sugli spalti ordinatissimi, dove battere le mani in sincronia con altre migliaia di appassionati era più divertente che lanciare fumogeni, né per le strade. Anche le ragazze che deliravano per Totti con scene che non vedevamo dai tempi dei Beatles erano tutto sommato un'eccezione. La regola da confermare è la timida discrezione sui propri sentimenti, affidati a un cartello tenuto in mano con estrema compostezza: "ti voglio sposare", la certezza di un'autoanalisi. Una qualche apprensione per gli esiti extracalcistici della coppa del mondo, l'aveva comunque anche la polizia nipponica. In luoghi frequentati da giovani sono apparsi manifesti bilingue che invitavano a seguire precise "instructions for your happy daily life" e avvisavano in un inglese da commissariato che "all soccer fans in domestic and foreign are not always good fellows" (non tutti i tifosi del calcio sono dei bravi ragazzi, né nel proprio paese né all'estero). Incidenti seri non se ne sono visti e i giapponesi continuano a ignorare chi sia un "furigan" (evidentemente un hooligan) mentre hanno assimilato nella lingua una serie di altri termini calcistici; a modo loro, s'intende, vocalizzando le consonanti finali come farebbe un pastore sardo e ricordando di traslitterare tutte le elle in erre. Il calcio è "sakkaa", all'americana; il fuori gioco - noi italiani ne sappiamo qualcosa - è "ofo saido", il rigore è "piké" (da penalty kick), e le semifinaliste sono le "besto foro". La rete, manco a dirlo, è "gooru". Uno straniero che sfoggiasse queste quattro parole in croce guardando una partita al bar (ammesso e non concesso che il bar abbia il televisore, a Tokyo anno domini 2002) sarebbe riverito come perfettamente fluente, salvo poi impaperarsi su qualche banale ideogramma cinese. Secondo alcuni commentatori, i giovani giapponesi hanno accolto con tanto favore il calcio perché vi vedono una antitesi ai tradizionali valori della loro cultura. A dispetto del gioco di squadra, il sakkaa pone l'accento sulla koseitekina, l'abilità individuale del giocatore e, sopra tutto, ammette che egli esprima i propri sentimenti con spontaneità, inveendo contro l'arbitro per un ingiusta cacciata dal campo o esultando con i compagni dopo aver segnato. Inoltre, come il baseball (introdotto dagli americani dopo la seconda guerra mondiale), il sakkaa è uno sport d'importazione che concede agli appassionati uno status in qualche modo meno soggetto a censure sociali. Ma mentre il baseball è ormai associato ai "sararimen" (i salariati, o colletti bianchi), il sakkaa è territorio degli "shinjinrui" che l'inglese tradurrebbe con new lifestyle people. Basta contare il numero di teste ossigenate o variamente colorate nella nazionale nipponica per afferrare il concetto. Già nel 1993, anno di fondazione della lega professionisti, il caso di Kazuyoshi Miura scosse l'opinione pubblica, e per il solito motivo: mancato rispetto verso l'autorità pubblica costituita. Il calciatore aveva commesso l'inavvertenza di congratularsi con la coppia imperiale usando espressioni della lingua quotidiana anziché le elaborate formule della lingua cortese come vuole l'etichetta. Non pago di aver acceso gli opposti sentimenti di una nazione in fatto di ruolo dell'imperatore e della sua consorte, Kazuyoshi decise poi anche di metterne alla prova l'orgoglio e, ricevuta una proposta di ingaggio dall'italico Genoa, accettò di lasciare il suolo patrio senza pensarci due volte. I giornalisti sportivi lo bollarono come traditore, ma i fan capirono il suo gesto e ne fecero una bandiera: per Kazuyoshi era un onore andare a competere tra i migliori; il sakkaa gli aveva finalmente permesso di manifestare le sue ambizioni. La storia vuole che nel Giappone dei secoli andati aristocratici, preti e samurai si dilettassero al "kemari", un gioco di palla molto simile al calcio e oggi ancora praticato entro il recinto di qualche tempio remoto. Che fosse scritto nello shintô l'avvenire fulgido della palla nel paese del Sol Levante? |
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