VACANZE

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settembre/ottobre 2002








Info

Per tutte le informazioni pratiche (vaccinazioni, quando andare, cosa portarsi, ecc.) le guide EDT, CLUP e ROUTARD sono più che sufficienti. L'itinerario scelto è stato portato a termine con diversi mezzi di trasporto: l'autobus (preponderante), il treno, l'affitto di un fuoristrada e un volo aereo interno in Perù per raggiungere l'Amazzonia.
Sicuramente è un viaggio faticoso, soprattutto per l'altitudine e la lentezza dei mezzi di trasporto. Tuttavia consente di organizzare un tragitto su misura strada facendo, scegliendo mete anche poco battute dal turismo di massa.
Interessanti sono a questo proposito i viaggi di turismo responsabile organizzati in estate da associazioni e agenzie. Una formula che permette talvolta la visita a progetti di sviluppo gestiti dalle comunità locali insieme con le Organizzazioni Non Governative occidentali. Qui segnaliamo il Perù in 20 giorni proposto da Pindorama di Milano (tel 02/39218714 e-mail pindorama@iol.it) e i viaggi in Bolivia e in Perù organizzati dall'Ong CISV di Torino (tel.011/4379468, www.viaggisolidali.it).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


VIAGGIO SULLE ANDE
CON PICCOLA PARENTESI IN AMAZZONIA
Un lungo viaggio in cima alla spina dorsale dell'America latina: Perù, Bolivia, un pezzetto di Cile percorrendo la Cordigliera delle Ande da Nord a Sud. Il tutto in quaranta giorni con mezzi pubblici attraverso rovine incas, laghi e deserti meravigliosi, feste alcooliche, miniere, povertà e 'revolucion'. E per finire una piroga sul Rio delle Amazzoni, nella foresta tropicale tra ananas, pappagalli e zanzare.


di Fabrizio Cellai
Partenza: da zero a cinquemila in un soffio
Lima, capitale del Perù fondata dagli spagnoli nel XIV secolo, ci serve solo come punto di partenza per le cime andine. Le mete sono Huancayo, sede di uno dei più famosi mercati artigianali del paese, e Ayacucho, nella zona dove un paio di decenni fa scorazzavano le truppe rivoluzionarie di Sendero Luminoso.
Il viaggio si può fare in treno, ma noi scegliamo l'autobus: in poche ore ci si ritrova su strade dalla pendenza vertiginosa che si arrampicano ad altezze dove l'ossigeno scarseggia. Alcuni viandanti ci consigliano di contare le curve (più di mille), le gallerie e i ponti sospesi. Questa prima traversata ci porta oltre i 4900 metri e con loro il 'soroche', il male d'altitudine che si manifesta con giramenti di testa, nausea, polso accelerato e fiato corto.
Ma il fiato è corto anche per la bellezza dei paesaggi, per le nubi che improvvisamente circondano il nostro autobus che sta salendo così in alto da lasciarsele quasi subito alle spalle puntando verso un cielo terso e profumato.
Siamo in quota e per trenta giorni non scenderemo mai sotto i duemila metri.

Cusco: ombelico del mondo e del turismo
"Dieci dollares, señor. Antiguo, original". Ride il piccolo Quechua accovacciato in mezzo alla sua mercanzia sotto i portici della 'Plaza de Armas' di Cusco, capitale del turismo peruviano. Arriviamo durante alcune celebrazioni ufficiali e per l'occasione sono organizzate parate di militari e di studenti anch'essi con le loro divise. L'orgoglio nazionale, da queste parti come in tutta l'America latina, è forte tanto che su una collina poco fuori Cusco c'è un'enorme scritta che recita "Viva il Perù glorioso".
A Cusco si trova il turismo di massa. Tuttavia Cusco è una città amabile, ricca di storia con la fortezza di Sacsahuamàn e le rovine che ricordano i fasti del passato pre-colombiano. Ma soprattutto Cusco è il punto di partenza per la visita alla valle sacra degli Incas che conduce a Machu Pichu, la città perduta.
Prendiamo a nolo da un americano emigrato quaggiù una tenda e tutto l'occorrente per quattro giorni di trekking. Svuotiamo in albergo lo zaino delle cose superflue e ci prepariamo alla partenza, questa volta in treno.

Trekking a Machu Pichu
Intendiamoci subito: niente di estremo o avventuroso, ma faticoso sì per il turista medio abituato a qualche scarpinata domenicale sulle nostrane Alpi.
Il "Camino Inca" è il più classico dei trekking in terra peruviana. Per percorrerlo ci vogliono quattro giorni.
Partiamo all'alba da Cusco con il treno per Quillabamba e sembra essere tornati indietro nel tempo: carrozze in legno, bagagliai strapieni, scatole e borse tenute insieme da corde ben annodate, caprette belanti nei corridoi, velocità di crociera a passo d'uomo, fermate ogni cinque minuti. Superata Ollantaitambo si scende al km 88 e qui la prima spiacevole sorpresa: i peruviani rimangono sul treno (li ritroveremo sul Machu Pichu a venderci il loro artigianato), mentre da tutti i vagoni scendono a frotte i turisti pronti a immolarsi sulle cime del "Camino". Si parte incolonnati: un italiano, un francese, due tedeschi, lo spagnolo solitario e poi ancora tanti italiani, perché siamo sempre i più numerosi in vacanza ad agosto.
Proviamo ad accelerare per non sembrare in processione, ma la sera, montando le tende nel primo posto tappa veniamo accerchiati da un gruppetto con l'immncabile chitarra.
Il secondo giorno è quello più duro perché si arriva ai 4 mila 200 metri del passo del Warmiwanuma. La fatica, il sudore impastato con il freddo e la nebbia, l'aria rarefatta dei quattromila; molti turisti si fanno portare gli zaini con le provviste e le tende dai discendenti degli Inca (ma allora che gusto c'è, ci chiediamo con le nostre facce stravolte da bravi studenti torinesi?). Non facciamo in tempo a risponderci che cediamo ad una fresca coca cola, sì avete letto bene, una coca cola venduta per pochi sol dalle donne che ogni giorno si caricano di bibite e vengono fin quassù per abbeverare i turisti occidentali.
Infine, dopo due giorni di pioggerella, Machu Pichu. Si scorge all'improvviso dopo un ultimo tornante e l'emozione è forte per la drammatica bellezza del panorama. Si incontrano tutti i compagni di trekking e i turisti che sono arrivati fino alle rovine direttamente in treno. Già, il treno che ci aspetta in serata per ritornare a Cusco. L'avventura non è finita perché lungo la rotaia si accalca una fiumana di gente mai vista. Quando il treno arriva sbuffando in prossimità della stazione è un assalto all'arma bianca: si entra dai finestrini, spingendo, con gli zaini lanciati insieme ai bambini: turisti, 'campesinos' con le loro mercanzie, controllori, animali, è un pandemonio. Dopo due ore di attesa, "Vamonos" grida la nostra vicina che cerca di far addormentare il pupo piangente. Poi ci guarda sorridendo perché tanto un'ora o due di ritardo non fanno differenza, almeno quassù.

Sulle isole del Titicaca
Arriviamo a Puno, città sulla sponda peruviana del lago Titicaca, dopo un lungo viaggio da Cusco. Viaggiare di notte è un'ottima soluzione per recuperare tempo e risparmiare una notte d'albergo (anche se i prezzi, per chi si accontenta del confort locale non sono affatto alti). Purtroppo veniamo anche alleggeriti di uno zaino e questo è uno degli inconvenienti degli spostamenti notturni.
Lo dicono le guide: il Titicaca è il lago navigabile più alto del mondo (3820 metri di altitudine) e sta diventando una meta turistica inflazionata. Turismo che tuttavia non intacca la bellezza delle acque turchesi del lago, ma che sicuramente rende meno spontanee le popolazioni che vivono sulle isole coltivando patate e allevando lama e alpaca.
La gita sul lago non può che confermare quest'idea. Le isole Uros, famose per essere isole di canna galleggianti, sembrano essere ormai soltanto un'attrazione turistica, con i pochi abitanti che si lasciano fotografare per pochi soldi. Ma in fondo anche a Venezia, dove il turismo copre metro dopo metro ogni calle, è difficile scoprire il lato autentico della città che tutto il mondo ci invidia. E allora? Il modo migliore è conoscere gente del posto o avere la fortuna di incontrare due ragazze peruviane che stanno facendo il nostro stesso tragitto.
Con loro scopriamo angoli nascosti delle isole di Taquile e Amantanì, patria di abilissimi tessitori, o le feste alcoliche di Copacabana a base di 'chicha', una simil birra derivata da vari ingredienti come la yuca, patata dolce e mais che stordisce dopo due bicchieri. E ogni pretesto è buono per festeggiare. Così il nostro viaggio in autobus verso La Paz è interrotto più volte dalle bande musicali che invadono le strade dei paesini insieme alla gente vestita con i colori e le stoffe tipiche di queste zone. "Una mas - ancora una -" urla il nostro autista: ancora una festa! E giù un'altra birra.

La Paz, città in salita
A differenza di Lima, La Paz merita un soggiorno più lungo, soprattutto per rifiatare in vista degli altipiani che attendono il viaggiatore con destinazione Sud-ovest.
La Paz è una città panoramica a quattromila metri, adagiata di sbieco su un canyon, contornata da alte cime innevate come il monte Illimani (6400 metri). A La Paz è impossibile perdersi perché un'unica via la percorre in tutto la sua lunghezza, all'andata tutta in discesa, al ritorno solo in salita.
La Paz è anche la città dei mercati tra cui ce n'è uno veramente insolito, il mercato degli stregoni. Qui si acquistano i feti di lama morti da seppellire nelle fondamenta della casa che si vuole costruire. Si tratta, secondo la tradizione di alcune popolazioni indigene, di un'offerta alla Pachamama (la madre terra) per ottenerne il favore e rendere fortunato il luogo. E poi erbe, zampe di gallina, strana oggettistica, stregoni ambulanti; un posto veramente fantastico dove è meglio non esibire la macchina fotografica per non rompere l'incantesimo.
Un consiglio prima di partire per gli altipiani: una gita alle rovine di Tiahuanaco e un'altra in uno dei ristoranti della città che servono ogni sera bistecche stile fiorentina e spiedini di carne veramente giganti a prezzo modico.

Le miniere di Potosì
Cerro Rico, 4 mila duecento metri: visita alle miniere di Potosì. Calarsi in una miniera è già di per sé un'esperienza singolare per chi non è avvezzo. Farlo in quelle di Potosì, Bolivia, può essere sbalorditivo e memorabile. Qui i minerali vengono ancora estratti manualmente con attrezzi primitivi a temperature che vanno da diversi gradi sotto lo zero a oltre 45. La mortalità fra i minatori della cooperativa che gestisce la miniera è molto alta.
La nostra accompagnatrice ci fa comprare un sacchetto di foglie di coca da masticare per combattere i cali di pressione. Entriamo un po' spavaldi, poi una volta dentro al primo livello della miniera restiamo col fiato sospeso. Cunicoli stretti, passaggi angusti, terreno scivoloso, mancanza d'aria. Alcuni di noi scendono al secondo e terzo livello, altri non se la sentono di proseguire. I colpi dei picconi rimbombano, le faccie dei minatori ci guardano con indifferenza mentre ruminano la loro pallina di foglie di coca. Le nostre torce illuminano antri infernali dove ci sono anche piccoli altarini per le offerte alla divinità Tio. L'aria è irrespirabile, finalmente usciamo alla luce del sole: un gruppo di minatori in pausa sputa la coca per terra e trangugia un sorso di alcool puro; ci concedono una foto ricordo. Per noi, la miniera di Potosì, Bolivia, un ricordo indelebile.

Gli altopiani verso i salares
Dicono che la Bolivia sia il Tibet del Sud America. Per l'altitudine, per quella pelle screpolata dal freddo sulle guance rosse delle donne boliviane che immaginiamo essere uguali in Tibet, per quella povertà che serpeggia nelle semplici abitazioni delle popolazioni locali costrette a combattere con nulla contro siccità, freddo e quattro mila metri.
Ma anche per una bellezza dei paesaggi che chi vi scrive non ha trovato da nessun'altra parte. Il bianco abbacinante del lago salato, i colori delle lagune, il vento nel deserto pietroso degli altipiani sconfinati verso Sud, ma soprattutto il ricordo di un uomo solo con la sua bicicletta e una vanga in mezzo ai mucchietti della salina di Uyuni: camicia bianca come il sale che sta ammucchiando da una vita, carnagione scura sotto un cappellino yankee, due fessure al posto degli occhi e tutto intorno il nulla. Da dove arriverà ogni mattina, ci chiediamo?
Il punto di partenza per i salares è Uyuni, a una notte e un giorno di viaggio da La Paz. Da queste parti, nel secolo scorso, passarono i leggendari Butch Cassidy e Sundance Kid per trovarci rifugio.
Noi scegliamo un'escursione organizzata, unendoci a un gruppo di danesi per ammortizzare le spese dell'affitto di un fuoristrada (il modo migliore per visitare la zona) munito di autista e cuoca con relative provviste. Renato, l'autista, pigia sull'acceleratore, noi pigiati sui sedili posteriori in sei ammiriamo questo paesaggio lunare che sembra infinito.
In lontananza pascolano piccoli branchi di lama, alpaca, guanachi, vigogna che riusciamo a distinguere tra loro soltanto grazie alle spiegazioni di Silvia, la "cocinera", la cuoca tutto fare.
Con la macchina fotografica sfoderata arriviamo al salar de Uyuni che con i suoi oltre 12 mila km quadrati è la salina più grande della Bolivia. Il blu che più blu non si può del cielo si riflette in quello che sembra essere un enorme pavimento di mattonelle di sale bianchissimo. Tanto tempo fa qui c'era un lago con delle isole che si possono visitare ancora oggi come la 'Isla de Pescadores' piena di cactus. Ci sono anche casette costruite con mattonelle di sale, ma sono ad uso e consumo dei turisti.
Renato ci fa segno di risalire sul fuoristrada perché bisogna raggiungere il posto tappa in fretta, prima che arrivi il buio. Alle sei di sera abbiamo già la pancia piena di 'sopa', la minestra che Mafalda, il fumetto disegnato dall'argentino Quino, non voleva mai mangiare. Fuori dalla nostra baracca, composta da alcune stanze con brandine e servizi spartani ma puliti, fa molto freddo ed è già buio pesto. Ci s'infila sotto le coperte vestiti e il silenzio è assordante.
La mattina seguente si parte di buon ora dopo un mate de coca fumante; destinazione le lagune colorate degli altopiani, ognuna con una tinta diversa.
La vivace colorazione rossa della laguna colorada è dovuta alle alghe e al plancton che proliferano nelle acque ricche di minerali. Lo spettacolo è arricchito dai fenicotteri che scelgono questi laghetti per riprodursi. Renato, col suo spagnolo stentato (lui è un Quechua), ci sporge il binocolo indicandoci le zampe dei fenicotteri: siccome hanno dormito sul lago e la temperatura di notte scende sotto zero, l'acqua si ghiaccia e le loro zampe esili come le braccia di Renato rimangono intrappolate nel ghiaccio fino a quando l'alzarsi della temperatura non lo scioglie.
La sera riusciamo a trovare nel piccolo villaggio di san Juan anche un campo da pallacanestro dove fare due tiri con un ragazzino del posto e poi di nuovo 'sopa', 'mate' per digerire e niente luce per leggere (anche se i danesi sono più attrezzati e con le loro torce scrivono lunghissimi diari di viaggio).
Il terzo e ultimo giorno dell'escursione è dedicato alla zona dei vulcani, delle terme di acqua calda e dei geyser. Si sale ancora di altitudine scendendo verso sud e gli scenari sono ancora più spettacolari. Salutiamo con strette di mano vigorose e larghi sorrisi Renato, Silvia e i tre danesi: loro tornano indietro a Uyuni, noi proseguimo verso il Cile. Ci troviamo con i nostri zaini in mezzo al nulla ad aspettare l'autobus che Ramon dice di aver contattato la sera precedente via radio. Per un attimo non ci crediamo, pensiamo al peggio, poi dalla strada si alza in lontananza una nuvoletta di polvere. È lui, un autobus giallo stile scuolabus americano che arranca fino ai quattro mila metri. Siamo salvi.

Il deserto Cileno
L'autobus riparte subito, tanto non c'è nessuno da aspettare da queste parti. La discesa verso il Cile è talmente ripida che il motore ulula con la prima marcia inserita.
Noi siamo seduti in fondo e ci sembra quasi di essere nella fase di decompressione. È come l'atterraggio in aereo, rapido e doloroso per le orecchie.
Superare la dogana cilena è più difficile che cercare di avvicinare un lama. Ci fanno svuotare ogni sacchetto dello zaino confiscando frutta e verdura. Poi, finalmente fuori, nuovamente in autobus verso il deserto di Atacama.
Ci troviamo di colpo in un ambiente diverso da quello delle Ande boliviane. Il caldo del deserto, le strade asfaltate, la gente molto più occidentale negli usi e costumi. E poi San Pedro de Atacama, la cittadina dove ci fermiamo a dormire: per strada non c'è nessuno, il vento alza la polvere delle strade e fa rotolare piccoli arbusti proprio come in un vecchio film western. È un luogo adatto per riposarsi dalle fatiche degli altipiani, non per scoprire il Cile perché bisognerebbe spingersi ben più a Sud. La nostra fase di decompressione è finita e con un autobus dotato di aria condizionata e di partita a bingo ritorniamo spediti verso Lima, in Perù, facendo tappa soltanto ad Arequipa. Ci aspetta la foresta Amazzonica.


Verde Amazzonia

Trentadue giorni al fresco sulle Ande sopra i quattromila metri e una settimana nel caldo tropicale del Rio delle Amazzoni. Già, perché Perù e Bolivia non vuol dire solo montagna, ma soprattutto foresta equatoriale. E che foresta, la foresta per definizione: l'Amazzonia. È vero, una settimana è poco per visitare queste zone sterminate, ma è pur sempre un inizio, una scusa per tornarci.
Lima-Iquitos in aereo, poi traghetti e canoa per solcare il Rio delle Amazzoni che dall'aereo sembra un grosso serpente marrone in mezzo al verde smeraldo della foresta.
Iquitos, che in passato fu il principale centro di smistamento di gomma destinata ai mercati europei, conserva il suo aspetto di città coloniale (bellissime le piastrelle smaltate delle abitazioni importate da Italia e Portogallo). Piove due-tre volte al giorno e le pale dei ventilatori sono appese ovunque. Nei bar, oltre ai turisti, siede sicuramente qualche scrittore-avventuriero, almeno così ci piace pensare. Il turismo aumenta, così come il numero di guide che si offrono per portarci a visitare la selva. Ingaggiamo quella che ci ispira più fiducia, 'cocinera' inclusa.
L'appuntamento è per l'indomani al porto e soltanto chi ha apprezzato un film come 'Fitzcarraldo' di Werner Herzog può immaginarsi la scena. Caos, grossi bastimenti e traghetti in partenza, canoe, tronchi di legno galleggianti, cesti di frutta, bambini a mollo e di fronte lui, il Rio delle Amazzoni che come ci insegnavano alle elementari è il fiume più lungo del mondo. Sarà anche solo per questo ma incute soggezione.
David, la nostra guida, ci conduce lentamente con la sua piccola canoa lungo le acque tranquille del fiume. È una natura esplosiva quella che ci circonda in mezzo ad un brusio sempre più forte di animali. Raccontarla è difficile.
Noi stiamo ben piantati nell'imbarcazione, ci sono anche i coccodrilli.
Dormiamo e mangiamo pesce in una capanna, ospitati con molta gentilezza, mentre le zanzare ci massacrano nonostante l'Autan e le zanzariere per la notte.
Andiamo a pesca, e anche dei dilettanti come noi tornano con un bel bottino. Naturalmente fa un caldo tropicale, è umido, piove, azzardiamo un bagno nelle acque marroni del Rio con la strizza del piranha. Alla terza cena consecutiva di pesce alla piastra con riso, si ha la nausea.
Torniamo a Iquitos, paghiamo e dopo la doccia andiamo a festeggiare nel bar della piazza centrale. Ci sentiamo un po' eroi. David è lì con amici, ride e ci offre da bere: una birra ghiacciata, poi un'altra e un'altra ancora. Ridiamo anche noi, la vacanza è finita.

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