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settembre/ottobre 2002











 




 

 

 


PIACERSI E PIACERE

di Daniela Finocchi
Una recente indagine del Quality Life Institute (agenzia di ricerca collegata con università italiane ed estere) ha rilevato che il "benessere" è un business da 20 miliardi di euro. Il mercato si espande dalle beauty farm ai solarium, dalle palestre alla cosmesi, coinvolgendo "orizzontalmente" altre decine di settori. Il tutto interessa ben 30 milioni di consumatori, cioè più della metà degli italiani, e 175 mila lavoratori. Ma non è tutto. Il giro d'affari, infatti, è in continua crescita tanto da stimolare consistenti investimenti. Cosmesi e "cura del corpo" riguardano oltre il 30 per cento del business.
I clienti delle 13 mila palestre italiane sono circa sei milioni, ma si ipotizza che diventeranno oltre dieci milioni entro il 2005. Altro settore in ascesa (si prevede del 10 per cento) sarà quello delle beauty farm. Da questa indagine emerge comunque un dato sostanziale: i consumatori non sono caratterizzati da un elevato livello di reddito. Il "settore bellezza" opera trasversalmente e coinvolge tutti, chi più chi meno, a (quasi) tutte le età compresi adolescenti e, sempre di più, uomini.
Rispetto al passato, è infatti questa la differenza che si fa notare. L'accresciuto interesse maschile per il proprio aspetto fisico è cosa degli ultimi anni, quelli cioè che stanno decretando la fine del sistema patriarcale e, quindi, il tradizionale ruolo maschile con la conseguente messa in crisi di quei valori. Gli uomini in passato hanno dovuto rincorrere decisamente di meno gli stereotipi di bellezza fisica (rispetto alle donne), altri erano i terreni su cui confrontarsi, quali il potere e la virilità. Oggi però il consenso non è più prerogativa naturale e viene cercato anche attraverso la cura del proprio aspetto fisico e l'adesione a particolari modelli estetici ("Niente pettorali, niente sesso", amava ripetere un noto allenatore americano).

Breve storia della bellezza
Ma che cos'è la bellezza? "Ciò che è bello è buono", scriveva Platone. "La bellezza è la verità, la verità è la bellezza", poetava John Keats. In effetti, con la parola "bellezza" si fa riferimento a più elementi: una cosa è la "cosmetica", un'altra i "canoni di bellezza", un'altra ancora "l'estetica" filosofica. Le maggiori critiche e diffidenze sono comunque da riferirsi alla cosmetica. I belletti, che non a caso vengono anche chiamati "trucchi", sono spesso stati considerati astuzie femminili di cui diffidare, una sorta di truffa contro la quale difendersi. "Giaci in cento vasetti e la tua faccia non dorme con te" sentenziava Marziale. Le prime pratiche cosmetiche hanno origini religiose e venivano utilizzate per avvicinare l'aspetto umano alla bellezza divina. L'uso dei cosmetici risale alla preistoria, in seguito gli Egizi furono i primi veri cultori della bellezza del corpo in senso assoluto, tanto da avere persino due divinità preposte alla cosmesi ed ai profumi: Bes e Toth.
I modelli di bellezza cui è stato fatto e si fa riferimento variano a seconda dei luoghi e dei popoli. "Un piedino piccolo su una donna è molto bello" recitava l'antica tradizione cinese: il che portò (pratica ora illegale) milioni di genitori a rompere l'arco del piede delle proprie figlie per poi costringerlo in una bendatura strettissima al fine di ottenere quella particolare e "aggraziata" andatura.
Vi sono comunque due qualità costanti che identificano i modelli di bellezza in tutte le culture: il segnale di gioventù e quello di salute. Entrambi, infatti, rappresentano un'irresistibile attrattiva sessuale. Ecco perché una pelle priva di rughe o la flessibilità dei movimenti vengono perseguite con tanto accanimento. Così una bella abbronzatura piace, al punto da aver stimolato la nascita di centri appositi dove procurarsela, perché la carnagione scura rappresenta un inconscio richiamo sessuale (derivato dal fatto che gli organi sessuali hanno sempre una pigmentazione più scura rispetto al resto del corpo). Allo stesso modo, l'usanza degli uomini di radersi trae origine dal desiderio di restare giovani (la barba, infatti, è un segno caratteristico della mascolinità adulta).
Sono soprattutto le donne, però, che si sono dovute "conformare" all'immagine che di loro volevano gli uomini ed hanno dovuto subire quello che Riane Eisler chiama "addomesticamento" (Riane Eisler è un'antropologa americana, nota per i suoi studi sull'evoluzione). "Le donne confezionavano se stesse a beneficio degli occhi degli uomini, per ottenere la loro protezione e il loro potere", scrive. Non è un caso che nella preistoria le raffigurazioni femminili privilegiassero l'aspetto procreativo.
Con i Greci i canoni estetici furono elevati a sistema (l'applicazione per eccellenza si trova nell'arte di Policleto, che dedicò un'intera opera alle leggi della simmetria della figura umana). In Atene la bellezza muliebre era "dovuta" tanto da essere sorvegliata da Magistrati detti Gineconomi, che multavano le donne che trascuravano di abbigliarsi e presentarsi nelle strade come richiesto. Tra gli "artefici" usati dalle donne greche c'erano corsetti e cuscini usati per snellire o riempire, a seconda delle esigenze, le diverse parti del corpo, nonché sandali con il tacco alto, busti con stecche per comprimere la pancia e seni finti.
Nell'antica Roma le donne iniziarono a tingersi i capelli di biondo a seguito dell'"incontro" con i barbari. Nel Medioevo si andò affermando un'immagine di donna-bambina perché occorreva fare i conti con una società guerriera: l'incapacità militare era una notevole limitazione, che escludeva le donne dall'organizzazione feudale e, al di fuori del matrimonio o del monastero, rischiavano di essere bruciate come streghe sul rogo per un nonnulla. Facendo un salto di secoli, i busti in cui si costringevano le donne nel Settecento e oltre ne deformavano la gabbia toracica e per schiarire la pelle si ricorreva a un impasto a base di carbonato di piombo (la cerussa) che rendeva l'incarnato trasparente e portava alla morte per avvelenamento.
Un'importante svolta fu quella segnata dal diffondersi dell'igiene. La salute divenne finalmente il bene più prezioso e la prima fonte di bellezza nella seconda metà dell'Ottocento, in piena epoca positivista. Altra grande rivoluzione fu, più recentemente, quella attuata dal femminismo. La bellezza femminile declinata sui capricci del desiderio maschile fu messa al bando: gonnelloni e zoccoli diventarono una specie di divisa, negazione di ogni frivolezza ma anche della stessa fisicità femminile. Da sempre, infatti, è esistito un legame fra i canoni di bellezza e il pensiero, le fobie, le ossessioni espresse dalla società in quel momento.
Oggi viviamo quella che è stata chiamata "sindrome del puzzle", cioè il disagio di convivere con un corpo che viene considerato e valutato a porzioni (che solo se levigate e incastrate correttamente tra loro sono in grado di comporre un insieme armonioso, basti pensare alla moda delle "labbra siliconate"). Per certi versi, come vedremo, i progressi della scienza sono stati e sono preziosi e non è da demonizzare il fatto che la chirurgia estetica sia ormai, sotto il profilo economico, alla portata di tutti o quasi. I dubbi sorgono di fronte al perseguimento di modelli sempre più irreali: da una parte uomini e donne "bionici", dall'altra bellezze efebiche. Entrambi estremi, inesistenti, irraggiungibili.

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